don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Mercoledì, 07 Gennaio 2026 04:27

Disagio: luogo del Contatto

Il lebbroso e il Tocco

(Mc 1,40-45)

 

«Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio, che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio. Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno» [Papa Francesco].

 

 

Il lebbroso senza nome ci rappresenta. E il Tocco di Gesù ne riassume vita, insegnamento e missione.

Si manifesta in specie quando l’ambiente emargina l’unicità dell'anima, e una parte di noi sembra insofferente, vuole il nuovo.

Alcuni aspetti consolidati non ci appartengono più. Tale certezza morale nell’anima è una spia preziosa, da non tacitare.

Nella persona inquieta e malgiudicata c’è spesso una avversione esterna - condizionata - e una anche intuitiva, interna.

Non siamo placati dallo stile di vita artificiosa che conduciamo, quasi costretti - e neppure dall’idea stessa di noi.

Allora chiediamo: c’è terapia ai meccanismi che non ci appartengono, e a quelli che d’istinto valutiamo nel nostro carattere, superati?

Sì, perché il disagio può diventare conoscenza: è un linguaggio primordiale in grado di guidarci verso il cambiamento.

La disaffezione e la percezione di straniamento fanno affiorare nuova consapevolezza.

Lo scontento genera urto, sogni d’attesa, quindi l’Esodo ormai non procrastinabile.

 

Dove cercare fiducia e trovare appoggio, onde superare gli automatismi?

Nel Vivente stesso, che è tutto fuori dei binari, e non teme di contaminarsi - neppure con un individuo coperto di malattia e incrinature [«lebbroso»: v.40].

Nessun affetto da “lebbra” o malattie della pelle poteva avvicinare qualcuno - tantomeno un uomo di Dio - ma Mc vuole sottolineare che è il modo consueto di intendere la religione [e il proprio “posto”] che rende impuri.

Le norme legaliste emarginano le persone e le colpevolizzano, le fanno sentire sporche dentro - inculcando quel senso d’indegnità che incide negativamente sulla loro evoluzione.

Certo, resi trasparenti in Dio, tutti ci cogliamo pieni di mali. Ma ciò non deve segnare la nostra storia, a motivo della fallibilità; con una cappa di identificazioni insuperabili.

In tal guisa, la percezione non disintegra nel tormento. Anzi, senza posa lo spostamento di sguardo presenta orizzonti, suggerisce percorsi, innesca reazioni anche trasgressive - almeno dal punto di vista dei capi d’imputazione intransigenti, tutti lontani dalla vita reale.

Siamo interpellati perfino dalla banalità delle concatenazioni, ma il nostro oggi e il domani possono non risultare dal nostro ieri [tessuto di condanne qualunque, prevedibili].

 

In Cristo la povertà diventa più che una speranza (vv.40-42). Dunque, attenzione ai modelli!

Non bisogna essere “mondi e precisi” per avere «poi» il diritto di presentarsi a Dio: il suo Amore è sintomatico e coinvolgente, perché non attende prima le perfezioni dell’altro.

La Fonte del Gratis trasforma e rende essa trasparenti: non modula la generosità sulla base di meriti - al contrario, dei bisogni.

La direttiva religiosa arcaista accentuava le esclusioni - così castigava i malfermi alla solitudine, all’emarginazione sociale.

Il lebbroso doveva vivere lontano. Ma avendo capito che solo la Persona del Signore poteva farlo “puro”, egli accantona la Legge che lo aveva messo in castigo per vacui pregiudizi.

 

Mc vuol dire: non bisogna aver timore di denunciare con la propria iniziativa che alcuni costumi sono contrari al progetto di Dio.

Di fatto, non c’è modo di arrivare vicino al Cristo (ossia avere un rapporto personale) senza inventarsi ciascuno di noi una chance che dribbli la solita gente attorno a Lui - e assolutamente non ne ricalchi la mentalità.

L’ambiente devoto o sofisticato tenterà di porre freno a qualsiasi eccentricità individuale.

Ma nel rapporto con Dio e per realizzare la vita è decisivo che restiamo amanti della comunicazione diretta.

In ogni condizione siamo nel dialogo eccentrico con la Fonte rigeneratrice e superiore; appassionati del vissuto d’amore, che non sussiste senza libertà.

 

Per aiutare il fratello precario su cui pende la sentenza d’impurità - “prossimo” visto inappellabilmente contaminato - anche il Figlio trasgredisce la prescrizione religiosa!

Per rimanere indefettibili, il precetto sacro imponeva di stare in guardia dai lebbrosi - affetti da un male che corrode dentro, immagine stessa del peccato.

Quel gesto spregiudicato impone anche a noi troppo riguardosi la pratica del rischio, della demistificazione.

Infatti, per norma di religione il Signore stesso col suo Tocco diventa un inquinato da sanare e tenere distante (v.45) - privo di diritti.

Tuttavia, reinterpretando le prescrizioni dei primordi (v.44) Gesù rivela il volto del Padre: vuole che ciascuno di noi possa vivere con gli altri ed essere accettato, non segregato.

Sta dicendo ai suoi, che già nelle prime comunità dimostravano tendenze strane: siete obbligati ad accogliere in tutto anche i disadattati, fuori del giro e miserabili, e lasciarli prendere parte attiva alle liturgie, agli incontri, alla gioia delle feste.

Il Risorto (v.45) continua a suggerirci, sfidando l’opinione pubblica:

«Il certificato di guarigione glielo fornisco io, alla gente che fate sentire in colpa. I miei responsabili di chiesa non devono avallare, bensì solo constatare che il difetto dei mancanti me lo sono assorbito io - anzi, in me diventerà sbalordimento».

Proposta davvero amabile, priva di forzature e dissociazioni.

 

Nell’attitudine d’una spiritualità capovolta - non selettiva né vuota - eccoci spinti all’annuncio entusiasta dell’esperienza concreta che ciascuno tiene con la persona del Cristo.

Ciò anche se in un primo tempo essa può risultare carente, perché Egli non ama essere considerato un re trionfante di questo mondo (v.44a).

Bella comunque, tale sovversione: quella che unisce i tratti divini e umani, in modo incomparabile.

Per ciascuno, senza tare isteriche.

Rovesciamento che offre a noi la purità di Dio e affida a Lui la nostra incertezza: appunto, unica “scandalosa” eversione che riunisce molte folle «da ogni parte» (v.45).

 

Dice infatti il Tao Tê Ching (LXIII):

«Progetta il difficile nel suo facile, opera il grande nel suo piccolo: le imprese più difficili sotto il cielo certo cominciano nel piccolo. Per questo il santo non opera il grande, e così può completar la sua grandezza».

 

Questa sì è Sapienza naturale, che trasmette autostima, e ci stupirà di fioriture. Complicità d’un Dio finalmente non sgradevole.

Eterno che si rende Presente nel fondamento e nel senso stesso del luogo divino-umano sulla terra, la sua Vigna d’inapparenti.

Così può abbattere le barriere dei difetti “religiosi”, e far sentire ciascuno adeguato.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come sfidi l’opinione pubblica del tuo tempo, per favorire la pratica dell’uguaglianza, della libertà, dell’amore conviviale?

Ti sei mai stupito dei tuoi lati in ombra, divenuti perle preziose, di valore inaudito?

Hai incontrato guide appassionate, che ti hanno insegnato a voler bene ai tuoi difetti religiosi?

 

 

 

La purità rituale è completamente accessoria

 

Il proclama evangelico di «beatitudine», di felicità, conserva ed accresce la sua piena validità oggi, in cui i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà del mondo intero sono invitati ad esprimere, con un gesto concreto e fattivo la loro solidarietà con i fratelli lebbrosi.

La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.

Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.

L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1, 40-42; cfr. Matth. 8, 2-4; Luc. 5, 12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17, 12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11, 5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10, 7 ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15, 10-20).

Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.

La Chiesa è stata sempre fedele alla missione di annunciare la Parola di Cristo, unita al gesto concreto di solidale misericordia verso gli ultimi. È stato nei secoli un crescendo travolgente e straordinario di dedizione nei confronti dei colpiti dalle malattie umanamente più ripugnanti, e in particolare dalla lebbra, la cui presenza tenebrosa continuava a sussistere nel mondo orientale ed occidentale. La storia pone in chiara luce che sono stati i cristiani ad interessarsi e a preoccuparsi per primi del problema dei lebbrosi. L’esempio di Cristo aveva fatto scuola ed è stato fecondo di solidarietà, di dedizione, di generosità, di carità disinteressata.

Nella storia dell’agiografia cristiana è rimasto emblematico l’episodio concernente Francesco d’Assisi: era giovane, come voi; come voi cercava la gioia, la felicità, la gloria; eppure egli voleva dare un significato totale e definitivo alla propria esistenza. Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande ribrezzo, ma, per non venir meno al suo impegno di diventare «cavaliere di Cristo», balzò di sella e, mentre il lebbroso gli stendeva la mano per ricevere l’elemosina, Francesco gli porse del denaro e lo baciò (Cfr. TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, I, V: «Fonti Francescane», I, p. 561, Assisi 1977; S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, I, 5: ed. cit., p. 842).

La grandiosa espansione delle Missioni nell’epoca moderna ha dato nuovo impulso al movimento in favore dei fratelli lebbrosi. In tutte le regioni del mondo i Missionari hanno incontrato questi malati, abbandonati, respinti, vittime di interdizioni sociali, legali e di discriminazioni, che degradano l’uomo e violano i diritti fondamentali della persona umana. I missionari, per amore di Cristo, hanno sempre annunziato il Vangelo anche ai lebbrosi, hanno cercato con ogni mezzo di aiutarli, di curarli con tutte le possibilità che la medicina, spesso primitiva, poteva offrire, ma specialmente li hanno amati, liberandoli dalla solitudine e dalla incomprensione e talvolta condividendo in pieno la loro vita, perché scorgevano nel corpo sfigurato del fratello l’immagine del Cristo sofferente. Vogliamo ricordare la figura eroica di Padre Damiano de Veuster, che spontaneamente scelse e chiese ai suoi Superiori di essere segregato in mezzo ai lebbrosi di Molokai, per rimanere insieme con loro e per comunicare ad essi la speranza evangelica, ed infine, colpito dal morbo, condivise la sorte dei suoi fratelli sino alla morte.

Ma vogliamo con lui ricordare e presentare all’ammirazione e all’esempio del mondo le migliaia di missionari, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, catechisti, medici, che hanno voluto farsi amici dei lebbrosi, e la cui edificante ed esemplare generosità ci è oggi di conforto e di sprone, per continuare l’umana e cristiana «lotta alla lebbra e a tutte le lebbre», che dilagano nella società contemporanea, come la fame, la discriminazione, il sottosviluppo.

[Papa Paolo VI, omelia XXV Giornata Mondiale per i Lebbrosi 29 gennaio 1978]

Cari fratelli e sorelle!

[…] Gesù, nella sua vita pubblica, ha guarito molti malati, rivelando che Dio vuole per l’uomo la vita, la vita in pienezza. Il Vangelo (Mc 1,40-45) ci mostra Gesù a contatto con la forma di malattia considerata a quei tempi la più grave, tanto da rendere la persona “impura” e da escluderla dai rapporti sociali: parliamo della lebbra. Una speciale legislazione (cfr Lv 13-14) riservava ai sacerdoti il compito di dichiarare la persona lebbrosa, cioè impura; e ugualmente spettava al sacerdote constatarne la guarigione e riammettere il malato risanato alla vita normale.

Mentre Gesù andava predicando per i villaggi della Galilea, un lebbroso gli si fece incontro e gli disse: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale – e gli dice: “Lo voglio, sii purificato!”. In quel gesto e in quelle parole di Cristo c’è tutta la storia della salvezza, c’è incarnata la volontà di Dio di guarirci, di purificarci dal male che ci sfigura e che rovina le nostre relazioni. In quel contatto tra la mano di Gesù e il lebbroso viene abbattuta ogni barriera tra Dio e l’impurità umana, tra il Sacro e il suo opposto, non certo per negare il male e la sua forza negativa, ma per dimostrare che l’amore di Dio è più forte di ogni male, anche di quello più contagioso e orribile. Gesù ha preso su di sé le nostre infermità, si è fatto “lebbroso” perché noi fossimo purificati.

Uno splendido commento esistenziale a questo Vangelo è la celebre esperienza di san Francesco d’Assisi, che egli riassume all’inizio del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF, 110). In quei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati - come egli dice -, era presente Gesù; e quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova!

[Papa Benedetto, Angelus 12 febbraio 2012]

Mercoledì, 07 Gennaio 2026 04:20

Agli ammalati di lebbra

Miei amati fratelli e sorelle in Gesù Cristo,

La vostra presenza suscita in me tenerezza e compassione, alcuni dei sentimenti che provava Gesù Cristo, quando riceveva gli ammalati. Egli si chinava sulla sofferenza umana, sulle ferite del corpo e faceva rinascere, nel cuore degli uomini, la serenità, la fiducia e il coraggio. Io vorrei che anche questa visita avesse lo stesso effetto spirituale; e mi piacerebbe avere più tempo per parlare con ognuno, perché vi amo molto, soffro nel vedervi soffrire e voglio confortarvi tutti.

E per quale motivo vi amo? Perché siete persone umane, amati da Dio, e da suo figlio Gesù Cristo, che ha sofferto tanto per voi, perché la Chiesa Cattolica, come Gesù Cristo, vi ama e farà tutto ciò che potrà per voi.

Io parto; ma chiedo al Monsignor Vescovo - che è vostro grande amico e al quale si deve quest’opera di Cumura - e ai medici, agli infermieri e a quanti vi assistono, che vi facciano tutto il bene che il Papa desidererebbe farvi se potesse rimanere qui con voi. E vi lascio, come ricordo, il messaggio che, da qui e ora, rivolgo a tutta la Chiesa, con un appello in vostro favore.

Non lasciatevi abbattere! La sofferenza ha sempre un valore. Può insegnare al mondo che cosa significhi un amore come l’amore di Gesù. E questa vostra vita serva per aiutare il prossimo, per ricevere e trasmettere forza morale; e, se siete cristiani, potete trasmettere la forza del rinnovamento e la gioia di Cristo. Egli è risuscitato affinché tutti potessero accedere alla vita eterna. La vostra sofferenza potrà rendere migliore il mondo, se sarete amici di Dio ed amici l’uno dell’altro, se unirete la serenità, la fiducia e il coraggio al progresso della medicina ed alla buona volontà di quelli che vi assistono con amore.

Io non vi dimenticherò mai e confido nel vostro amichevole ricordo. Pregherò per voi e mi affido alla vostra preghiera. Vi imparto di tutto cuore la Benedizione Apostolica.

[Papa Giovanni Paolo II, lebbrosario in Cumura, Guinea Bissau, 28 gennaio 1990]

Mercoledì, 07 Gennaio 2026 04:12

Compassione: “patire-con-l’altro”

[…] L’evangelista Marco ci sta raccontando l’azione di Gesù contro ogni specie di male, a beneficio dei sofferenti nel corpo e nello spirito: indemoniati, ammalati, peccatori… Egli si presenta come colui che combatte e vince il male ovunque lo incontri. Nel Vangelo di oggi (cfr Mc 1,40-45) questa sua lotta affronta un caso emblematico, perché il malato è un lebbroso. La lebbra è una malattia contagiosa e impietosa, che sfigura la persona, e che era simbolo di impurità: il lebbroso doveva stare fuori dai centri abitati e segnalare la sua presenza ai passanti. Era emarginato dalla comunità civile e religiosa. Era come un morto ambulante.

L’episodio della guarigione del lebbroso si svolge in tre brevi passaggi: l’invocazione del malato, la risposta di Gesù, le conseguenze della guarigione prodigiosa. Il lebbroso supplica Gesù «in ginocchio» e gli dice: «Se vuoi, puoi purificarmi» (v. 40). A questa preghiera umile e fiduciosa, Gesù reagisce con un atteggiamento profondo del suo animo: la compassione. E “compassione” è una parola molto profonda: compassione che significa “patire-con-l’altro”. Il cuore di Cristo manifesta la compassione paterna di Dio per quell’uomo, avvicinandosi a lui e toccandolo. E questo particolare è molto importante. Gesù «tese la mano, lo toccò … e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato» (v. 41). La misericordia di Dio supera ogni barriera e la mano di Gesù tocca il lebbroso. Egli non si pone a distanza di sicurezza e non agisce per delega, ma si espone direttamente al contagio del nostro male; e così proprio il nostro male diventa il luogo del contatto: Lui, Gesù, prende da noi la nostra umanità malata e noi prendiamo da Lui la sua umanità sana e risanante. Questo avviene ogni volta che riceviamo con fede un Sacramento: il Signore Gesù ci “tocca” e ci dona la sua grazia. In questo caso pensiamo specialmente al Sacramento della Riconciliazione, che ci guarisce dalla lebbra del peccato.

Ancora una volta il Vangelo ci mostra che cosa fa Dio di fronte al nostro male: Dio non viene a “tenere una lezione” sul dolore; non viene neanche ad eliminare dal mondo la sofferenza e la morte; viene piuttosto a prendere su di sé il peso della nostra condizione umana, a portarla fino in fondo, per liberarci in modo radicale e definitivo. Così Cristo combatte i mali e le sofferenze del mondo: facendosene carico e vincendoli con la forza della misericordia di Dio.

A noi, oggi, il Vangelo della guarigione del lebbroso dice che, se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, siamo chiamati a diventare, uniti a Lui, strumenti del suo amore misericordioso, superando ogni tipo di emarginazione. Per essere “imitatori di Cristo” (cfr 1 Cor 11,1) di fronte a un povero o a un malato, non dobbiamo avere paura di guardarlo negli occhi e di avvicinarci con tenerezza e compassione, e di toccarlo e di abbracciarlo. Ho chiesto spesso, alle persone che aiutano gli altri, di farlo guardandoli negli occhi, di non avere paura di toccarli; che il gesto di aiuto sia anche un gesto di comunicazione: anche noi abbiamo bisogno di essere da loro accolti. Un gesto di tenerezza, un gesto di compassione… Ma io vi domando: voi, quando aiutate gli altri, li guardate negli occhi? Li accogliete senza paura di toccarli? Li accogliete con tenerezza? Pensate a questo: come aiutate? A distanza o con tenerezza, con vicinanza? Se il male è contagioso, lo è anche il bene. Pertanto, bisogna che abbondi in noi, sempre più, il bene. Lasciamoci contagiare dal bene e contagiamo il bene!

[Papa Francesco, Angelus 15 febbraio 2015]

Martedì, 06 Gennaio 2026 02:27

La suocera liberata e il suo cammino

Nuova onda vitale

(Mc 1,29-39)

 

Il Signore non ammette l’equivoco di una fede che lo riduca alla stregua di acclamati santoni e guaritori (vv.34b.36-38).

In troppi lo cercano per questo, anche i seguaci più stretti (vv.29.36b), ma il Figlio di Dio impedisce ai suoi la chiacchiera popolaresca, a caccia di straordinario (vv.34b.37).

È l’adesione al suo stile di vita che aiuta a risollevarsi (vv.30-34a).

Per gli evangelizzati che si fanno banditori, il tenersi in piedi è legato a una Fede che evolve, quindi all’attitudine alla ripartenza (vv.38-39).

Già nella sinagoga il Signore aveva smosso le acque del quietismo.

Così non si lascia sfuggire l’occasione di “toccare” una donna [a quel tempo, una non-persona] e rendersi legalmente impuro attraverso il contatto diretto con la malata.

Poi, nessun rabbino si sarebbe mai lasciato servire proprio da una donna.

Insomma, Gesù mette in forse non solo la teologia, ma sconvolge i presupposti delle relazioni umane e spirituali.

Conta solo il ‘servizio’, in tutta la concezione antica considerata cosa indegna per un perfetto sviluppo della personalità.

Soprattutto nella mentalità classica, caratteristica dell’essere umano era il dominio e l’estraneità a ogni senso del prossimo.

Allora, in questo rivolgimento, è ottima l’idea dei discepoli di parlare direttamente a Gesù della difficoltà che non sanno affrontare (v.30b).

 

Di fronte a garbugli, squilibri, necessità proprie e altrui - prima di precipitarsi a imbastire soluzioni approssimative - rivolgersi al Signore è la scelta più sensata da fare, per una guarigione di fondo.

I presupposti di non-vita ci fanno prigionieri, incapaci di muovere verso Dio e i fratelli.

In Cristo siamo chiamati a introdurre i blocchi di coloro che sono ristretti da difficoltà, in una condizione nuova.

La bolla di energia soffocata che ci comprime caratterizza l'umanità anche del passato, e si ripropone.

Insomma, la frequentazione dei luoghi di preghiera (v.29) deve portarci - come Gesù - a ignorare alcune leggi di purità, se disumanizzanti.

Principio non negoziabile dei Vangeli è il bene reale della donna e dell’uomo concreti, così come sono e lì dove si trovano.

Pur riuscendo, rifiuteremo la tentazione del successo (v.35).

 

Ultima nota sulla pennellata di Mc circa la vicenda della suocera di Pietro, che ritrova le sue virtù inespresse grazie al contatto con la persona del Signore.

Icona d’un modello mentale ancora ristretto, che soffoca la gioventù di essere e fare.

Nell’anima del popolo antico, i talenti disattesi, soffocati, negati, non utilizzati, erano diventati disagi.

Ora Cristo Presente cura tali “infiammazioni”. Non siamo più resi ‘muti’ e ‘dipendenti’ dalla situazione o dalla mentalità ereditata.

E «sollevati» nella cura di sé e degli altri, il ritorno alla vita fluida diviene facile, anche con gesti minimi.

Le risorse intimamente tese e soffocate - che facevano appello con strette al petto - affiorano, e dilatano anche in favore altrui.

La “suocera” un tempo sdraiata, respira e vince l’invecchiamento. Riscopre ed esprime le sue capacità.

 

Questa l’azione risanatrice di Gesù, tutta alle porte di ciascuno.

 

 

[Mercoledì 1.a sett. T.O. 14 gennaio 2026]

La suocera liberata e il suo cammino (al femminile)

(Mc 1,29-39)

 

«L’essenziale è stare nell’ascolto di ciò che sale da dentro.
Le nostre azioni spesso non sono altro che imitazione, dovere ipotetico
o rappresentazione erronea di che cosa deve essere un essere umano.
Ma la sola vera certezza che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti che zampillano nel profondo di noi stessi.
Si è a casa sotto il cielo, si è a casa dovunque su questa terra se si porta tutto in noi stessi.
Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto».

(Etty Hillesum, Diario)

 

Il Signore non ammette l’equivoco di una fede che lo volgarizzi. Gesù non è un consigliere tutto intimista, né un praticone senza Mistero.

Cristo non è facitore di miracoli - un fenomeno da baraccone - ammanettato alla stregua di acclamati santoni e guaritori (vv.34b.36-38).

In troppi lo cercano per questo, anche i seguaci più stretti (vv.29.36b), ma il Figlio di Dio impedisce la chiacchiera popolaresca, sempre a caccia di straordinario (vv.34b.37).

È l’adesione al suo stile di vita che aiuta a risollevarsi (vv.30-34a).

Per gli evangelizzati che si fanno banditori, il tenersi in piedi è legato a una Fede che evolve, quindi all’attitudine alla ripartenza (vv.38-39).

Ma in giorno di sabato era persino proibito visitare e assistere i malati.

 

Già nella sinagoga il Signore aveva smosso le acque fetide del quietismo.

Qui non si lascia sfuggire l’occasione di «toccare» una donna (a quel tempo, una non-persona) e rendersi legalmente impuro attraverso il contatto diretto con la malata.

Poi, nessun rabbino si sarebbe mai fatto servire proprio da una donna.

Gesù mette in forse non solo la teologia e il purismo post-liturgico, ma sconvolge i presupposti delle relazioni umane e spirituali.

Conta solo il «servizio», in tutta la concezione antica considerata cosa indegna per un perfetto sviluppo della personalità.

[Ancor più per l’espansione propagandistica delle religioni arcaiche - munite di tutto il loro antiquato bagaglio, che faceva solo ammalare le anime].

 

Soprattutto nella mentalità antica e classica, caratteristica dell’essere umano era il dominio, il senso di forza individuale e di clan o nazione; l’estraneità a ogni senso del prossimo.

Allora, in tale rivolgimento, è ottima l’idea dei discepoli di parlare direttamente a Gesù della difficoltà che non sanno affrontare (v.30).

Di fronte a garbugli, squilibri, necessità proprie e altrui - prima di precipitarsi a imbastire soluzioni approssimative - rivolgersi al Signore è la scelta più sensata da fare, per una guarigione di fondo.

I presupposti di non-vita ci fanno prigionieri, incapaci di muovere verso Dio e i fratelli.

In Cristo siamo chiamati a introdurre i blocchi di coloro che sono ristretti da difficoltà, in una condizione nuova.

La bolla di energia soffocata che ci comprime caratterizza l'umanità anche del passato, e si ripropone (v.31b).

 

La frequentazione dei luoghi di preghiera deve portarci - come Gesù - a ignorare alcune leggi di purità; addirittura a trasgredire la norma astratta di religione, se disumanizzante.

Unico principio non negoziabile è il bene reale della donna e dell’uomo concreti, così come sono e lì dove si trovano; nella loro integrità.

Rendiamo onore a Dio - al pari del Cristo - solo valorizzando gli eccessi o assorbendo le “impurità” di sorelle e fratelli, per ricollocarli in dignità e motivazione.

E pur riuscendo, rifiuteremo la tentazione del successo (v.35).

Più importante di essere acclamati è continuare l’opera di Annuncio e Benevolenza, senza esitazioni. Anche nei luoghi sperduti.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze dell’apostolato urbano e centrale sempre ben organizzato.

Bisogna fuggire sia il legalismo che l’entusiasmo pasticcione, per andare a cercare una nuova geografia, e la gente dov’è.

Il Vangelo richiede un impegno itinerante, pieno di sorprese.

Ciò vale per la stessa burocrazia ecclesiale, che talora continua purtroppo ad arenare molte iniziative pastorali genuine, sequestrandole volentieri.

 

Nelle scelte difficili, ecco l’orazione (v.35) diventare un ponte che collega la vita con il nostro centro sacro, ove Dio stesso dimora e si esprime - guidandoci in modo superiore.

Appunto, il Figlio prega perché i seguaci sembrano esaltati dal successo.

Si lasciano trascinare dalla passione dell’esterno e dall’amor proprio, invece che valutare con profondo istinto e ragionevolezza.

Di questo passo, essi perderebbero la capacità di soccorrere le infermità di ogni tipo.

Infatti, proprio i capi «si misero sulle sue tracce» - al pari del “faraone” e le sue milizie (Es 14,8-9) per impedire l’Esodo (cf. Mc 1,38) verso un’altra terra.

Quella di Gesù costretto a fuggire dalle grinfie dei suoi che vogliono prenderlo in ostaggio per vivere di luce riflessa ed essere riveriti dalle folle, è storia purtroppo ancora dei nostri giorni - da estirpare senza tanti complimenti.

Non a caso il Signore guida i discepoli a coinvolgersi «predicando nelle loro sinagoghe per tutta la Galilea e scacciando i demoni» (v.39).

Come se le potenze oscure che fin d’allora annientavano il popolo si annidassero proprio nei luoghi del culto antico e dell’istituzione religiosa ufficiale.

 

 

La suocera liberata e il suo cammino (al femminile)

 

Una ultima nota sulla pennellata di Mc circa la vicenda della suocera di Pietro, “donna” che ritrova le sue capacità inespresse grazie al contatto con la persona del Signore.

Icona d’un modello mentale ancora ristretto, che soffoca la gioventù di essere e fare.

Figura antica, d’una tradizione (di religiosità ereditata) che trattiene le intime risorse del popolo [in ebraico Israèl è di genere femminile].

Mondo di ristrettezze che mettono a disagio, a motivo delle energie soffocate, compresse - prima di Cristo scomparse. Sino al punto da non rendersi conto di averle dentro, ancora.

Immagino appunto che tale vecchietta la quale letteralmente «risorge»possa essere reinterpretata con frutto spirituale, per il cammino di tutti noi.

Il Signore libera; cura le “infiammazioni”. Dona maggiore gioia di vivere.

Egli trasmette un elisir di giovinezza - in specie quando ci sentiamo tenuti come dipendenti o schiavi, senza spazio.

Fermi e resi muti dalla cultura trasmessa o dalla situazione, non solo di salute.

 

«E usciti dalla sinagoga vennero nella Casa di Simone e di Andrea insieme con Giacomo e Giovanni. Ora la suocera di Simone giaceva febbricitante e gli dicono di lei. E avvicinatosi la fece alzare prendendo la mano. E la febbre la lasciò e li serviva» (vv.29-31).

 

Ci sono sintomi rivelatori del disagio: ad es una vita - anche spirituale - che non calza... perché nega le capacità, le costringe, le tiene in un angolo; non consente si utilizzino.

Fino a non sapere più cosa siano.

Ecco subentrare sintomatologie che ci sdraiano: ansiogene, mortificanti, e sensi di costrizione e dipendenza.

Si vorrebbe forse fare qualcosa di diverso, ma vi sono poi timori, strette al petto che chiudono l’orizzonte e rendono tesi, (anche a quel tempo) messi a disagio, stressati, bloccati.

Nell’anima del popolo antico, i talenti disattesi, negati, non utilizzati erano diventati stenti.

Ora in Cristo Presente il ritorno alla vita fluida, nonché la cura di sé e degli altri, diviene facile, con gesti minimi.

Le capacità che facevano intimo appello, affiorano, e dilatano anche in favore altrui.

Sollevata, la “suocera” respira e vince l’invecchiamento.

Prima si affacciava forse la tristezza, perché il desiderio di una nuova nascita era soffocato dalle molte faccende da svolgere o altre brame (febbri) che ci piantano lì e non riavviano i sentimenti.

Sappiamo però che la vita riparte nel momento in cui qualcuno aiuta a curare le azioni nitide [«mano» costretta: Mt 8,15; Mc 1,31] e divaricare lo sguardo verso ciò che in noi sta viceversa fiorendo.

Spostando la percezione da quanto ci assilla (tormenta ed è di ostacolo) a ciò che sorge più spontaneamente ed è finalmente e inaspettatamente valutato, ecco sparire i blocchi dell’energia tenera e fresca.

Allora si depone l’abito del ruolo antico e non si rinuncia più ad esprimersi.

Anche - per noi - senza troppo chiudersi nel solito ambiente e modo di fare, che intimamente non ci appartengono.

Chi dona all’altro un giusto spazio attinge dalle virtù dei nostri stati primordiali interni, sempreverdi - e apre quelle di tutti.

Tutto per una crescita che non corrisponde solo a un innalzamento precipitoso, quanto piuttosto a un migliore radicamento nell’essere di persone.

Mandando in letargo il fardello dei doveri o modelli che non corrispondono, si rinnova la vita.

Ci accorgiamo di essere come abitati dall’Oro divino che vuole affiorare ed esprimersi con larghezza, invece di restare teso e controllato.

 

Questa l’azione risanatrice di Gesù, tutta alle porte di ciascuno.

 

Infatti, altra grande novità della proposta del nuovo Rabbi - che si diffondeva - era l’accettazione delle donne quali diremmo oggi “diaconesse” [v.31 cf. verbo greco] della Chiesa. Qui nella figura della Casa di Pietro: «di Simone e di Andrea, insieme con Giacomo e Giovanni» (v.29).

Era quanto stava accadendo fin dalla metà del primo secolo (cf. Rm 16,1) e che ha ancora molto da insegnarci.

Con Dio non ci si può abituare alle formalità (pluri)secolari svuotate di vita.

Ma le tradizioni religiose resistevano all’arrembaggio dell’esperienza di Fede-Amore: ancora a metà anni 70 le comunità non si sentivano libere di raccogliere i bisognosi di cura se non scoccata la sera (v.32).    

Era infatti giorno di sabato - e dopo l’uscita dalla sinagoga. Lo stesso impedimento e ritardo descritto nell’episodio della Maddalena al sepolcro, la mattina di Pasqua.

Il retaggio culturale e il sacro conformismo religioso restavano un bel fardello per l’esperienza del Cristo Salvatore personale.

Le consuetudini restavano ancora un laccio, per la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice de «il Monte».

 

Scrive il Tao (xxviii):

«Chi sa d’esser maschio, e si mantiene femmina, è la forza del mondo; essendo la forza del mondo, la virtù mai si separa da lui, ed ei ritorna a essere un pargolo. Chi sa d’esser candido, e si mantiene oscuro, è il modello del mondo; essendo il modello del mondo, la virtù mai non si scosta da lui; ed ei ritorna all’infinito. Chi sa d’esser glorioso, e si mantiene nell’ignominia, è la valle del mondo; essendo la valle del mondo, la virtù sempre si ferma in lui; ed ei ritorna ad esser grezzo [genuino, non artefatto]. Quando quel ch’è grezzo vien tagliato, allora se ne fanno strumenti; quando l’uomo santo ne usa, allora ne fa i primi tra i ministri. Per questo il gran governo non danneggia».

E così commenta il maestro Wang Pi:

«Quella del maschio è qui la categoria di chi precede, quella della femmina è la categoria di chi segue. Chi sa d’essere il primo del mondo deve porsi per ultimo: per questo il santo pospone la sua persona e la sua persona vien premessa. Una gola fra i monti non cerca le creature, ma queste da sé si volgono ad essa. Il pargolo non s’avvale della sapienza, ma s’adegua alla sapienza della spontaneità».

 

 

Nel Vangelo apocrifo di Tommaso leggiamo ai nn.22-23:

 

«Gesù vide dei piccoli che prendevano il latte

E disse ai suoi discepoli:

“Questi piccoli lattanti somigliano a coloro

Che entrano nel Regno”.

Loro gli chiesero:

“Se saremo come quei bimbi, entreremo nel Regno?”

Gesù rispose loro:

“Quando farete di due cose una unità e farete

L’interno uguale all’esterno e l’esterno uguale all’interno

E il superiore uguale all’inferiore,

Quando ridurrete il maschio e la femmina a un unico essere

Così che il maschio non sia solo maschio

E la femmina non resti solo femmina,

Quando considerate due occhi come unità di occhio

Ma una mano come unità di mano

E un piede come unità di piede,

Una funzione vitale in luogo di una funzione vitale

Allora troverete l’entrata del Regno».

 

 

«Gesù ha detto:

“Io vi sceglierò uno fra mille e due fra diecimila

E questi si troveranno ad essere un individuo solo”».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

Come ti ha sanato, reso giovane e completo, l’Incontro col Signore e il suo Tocco personale?

Martedì, 06 Gennaio 2026 02:20

Vero Medico

Cari fratelli e sorelle,

quest’oggi il Vangelo (cfr Mc 1,29-39) […] ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga di Cafarnao, guarisce molti malati, ad iniziare dalla suocera di Simone. Entrato nella sua casa, la trova a letto con la febbre e, subito, prendendola per mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il tramonto, risana una moltitudine di persone afflitte da mali di ogni genere. L’esperienza della guarigione dei malati ha occupato buona parte della missione pubblica di Cristo e ci invita ancora una volta a riflettere sul senso e sul valore della malattia in ogni situazione in cui l’essere umano possa trovarsi […]

Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci, non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo fatti per la vita, per la vita completa. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare a Dio come pienezza di vita, anzi come Vita eterna e perfetta. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio ed angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio? È proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” (Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni che compie: dimostra così che il Regno di Dio è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che questa guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza di Dio, della fonte della verità e dell’amore. E solo la riconciliazione con Dio può donarci la vera guarigione, la vera vita, perché una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza.

Grazie all’azione dello Spirito Santo, l’opera di Gesù si prolunga nella missione della Chiesa. Mediante i Sacramenti è Cristo che comunica la sua vita a moltitudini di fratelli e sorelle, mentre risana e conforta innumerevoli malati attraverso le tante attività di assistenza sanitaria che le comunità cristiane promuovono con carità fraterna e mostrano così il vero volto di Dio, il suo amore. È vero: quanti cristiani – sacerdoti, religiosi e laici – hanno prestato e continuano a prestare in ogni parte del mondo le loro mani, i loro occhi e i loro cuori a Cristo, vero medico dei corpi e delle anime! Preghiamo per tutti i malati, specialmente per quelli più gravi, che non possono in alcun modo provvedere a se stessi, ma sono totalmente dipendenti dalle cure altrui: possa ciascuno di loro sperimentare, nella sollecitudine di chi gli è accanto, la potenza dell’amore di Dio e la ricchezza della sua grazia che salva. Maria, salute degli infermi, preghi per noi!

[Papa Benedetto, Angelus 8 febbraio 2009]

Martedì, 06 Gennaio 2026 02:17

Giornata di Cafarnao

1. “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16).

Queste parole ha scritto san Paolo apostolo nella prima lettera ai Corinzi.

Queste parole riecheggiano fortemente in diverse epoche, tra le diverse generazioni della Chiesa.

Nei nostri tempi si sono fatte sentire, in modo particolarmente forte, durante il Sinodo dei Vescovi nel 1974 sul tema della evangelizzazione. Il tema è sorto dal vasto substrato dell’insegnamento del Concilio Vaticano II e dal ricco terreno dell’esperienza della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il frutto dei lavori di quel Sinodo fu trasmesso dai Vescovi partecipanti a Papa Paolo VI, ed ha trovato la sua espressione nella splendida esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi.

“Guai a me se non predicassi il Vangelo”, dice san Paolo. Ed aggiunge:
“Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è per me un dovere”(1Cor 9,15)... compio soltanto i doveri del ministro!

E quindi: non per un vanto, ma anche non per ricompensa!

Anzi, la ricompensa è il fatto stesso di poter predicare il Vangelo senza alcuna ricompensa.

E poi scrive: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti” (1Cor 9,19).

Sarebbe difficile trovare parole, che potrebbero dire di più: predicare il Vangelo vuol dire diventare “servo di tutti per guadagnarne il maggior numero” (1Cor 9,19). E sviluppando la stessa idea aggiunge:. “Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe con loro” (1Cor 9,22-23).

Il tema che siamo invitati a meditare in occasione dell’odierno incontro è dunque l’evangelizzazione.

2. L’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI ricorda che il primo evangelizzatore è Cristo stesso.

Guardiamo alla luce dell’odierna pericope liturgica come si presenta un giorno (e una notte) dell’attività evangelizzatrice di Cristo.

Ci troviamo a Cafarnao.

Cristo esce dalla Sinagoga e, insieme con Giacomo e Giovanni, si reca alla casa di Simone e Andrea. Lì guarisce la suocera di Simone (Pietro), di modo che quella può subito alzarsi e servirli.

Dopo il tramonto del sole, vengono portati a Cristo “tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta” (Mc 1,32-33). Gesù non parla, ma compie la guarigione: “Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”. Contemporaneamente, una significativa osservazione: “non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano” (Mc 1,34).

Forse tutto ciò si protrasse fino a tarda sera.

Di buon mattino Gesù è già in preghiera.

Viene Simone con i suoi compagni, per dirgli: “Tutti ti cercano” (Mc 1,37).

Ma Gesù risponde: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto” (Mc 1,38).

Leggiamo in seguito: “E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni” (Mc 1,39).

3. In sintesi, in base a quella giornata, trascorsa a Cafarnao, si può affermare che l’evangelizzazione condotta da Cristo stesso consiste nell’insegnamento sul regno di Dio e nel servizio ai sofferenti.

Gesù ha compiuto dei segni, e tutti questi si componevano nell’insieme di un Segno. In questo Segno i figli e le figlie del popolo, che avevano conosciuto l’immagine del Messia, descritto dai profeti e soprattutto da Isaia, possono scoprire senza difficoltà che “il regno di Dio è vicino”: ecco colui che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4).

Gesù non soltanto predica il Vangelo come hanno fatto tutti dopo di lui, ad esempio il meraviglioso Paolo, le cui parole abbiamo meditato poco fa. Gesù è il Vangelo!

Un grande capitolo nel suo servizio messianico è indirizzato a tutte le categorie della sofferenza umana: spirituali e fisiche.

Non senza motivo leggiamo oggi anche un brano del libro di Giobbe, che illustra la dimensione della sofferenza umana:
“Se mi corico dico: Quando mi alzerò? / Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba” (Gb 7,4).

Sappiamo che Giobbe, passando per l’abisso della sofferenza, ha raggiunto la speranza del Messia.

Di questo Messia parla il salmista nelle parole della liturgia odierna:
“Il Signore ricostruisce Gerusalemme, / raduna i dispersi di Israele. / Risana i cuori affranti / e fascia le loro ferite... / Il Signore sostiene gli umili / ma abbassa fino a terra gli empi” (Sal 147 [146],2.3.6).

Questo è proprio il Cristo.

E questo è proprio il Vangelo.

Paolo di Tarso, che è stato uno dei più grandi annunciatori del Vangelo e ne conosce la storia, è pienamente consapevole che egli ne partecipa: “Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe” (1Cor 9,23).

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 7 febbraio 1982]

Martedì, 06 Gennaio 2026 02:07

Annuncia e Guarisce. Azione della Chiesa

Il Vangelo di oggi (cfr Mc 1,29-39) ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga, guarisce tanti malati. Predicare e guarire: questa è l’attività principale di Gesù nella sua vita pubblica. Con la predicazione Egli annuncia il Regno di Dio e con le guarigioni dimostra che esso è vicino, che il Regno di Dio è in mezzo a noi.

Entrato nella casa di Simon Pietro, Gesù vede che sua suocera è a letto con la febbre; subito le prende la mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il tramonto, quando, terminato il sabato, la gente può uscire e portargli i malati, risana una moltitudine di persone afflitte da malattie di ogni genere: fisiche, psichiche, spirituali. Venuto sulla terra per annunciare e realizzare la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, Gesù mostra una particolare predilezione per coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. Egli così si rivela medico sia delle anime sia dei corpi, buon Samaritano dell’uomo. E’ il vero Salvatore: Gesù salva, Gesù cura, Gesù guarisce […].

L’opera salvifica di Cristo non si esaurisce con la sua persona e nell’arco della sua vita terrena; essa continua mediante la Chiesa, sacramento dell’amore e della tenerezza di Dio per gli uomini. Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù conferisce loro un duplice mandato: annunziare il Vangelo della salvezza e guarire gli infermi (cfr Mt 10,7-8). Fedele a questo insegnamento, la Chiesa ha sempre considerato l’assistenza agli infermi parte integrante della sua missione.

“I poveri e i sofferenti li avrete sempre con voi”, ammonisce Gesù (cfr Mt 26,11), e la Chiesa continuamente li trova sulla sua strada, considerando le persone malate come una via privilegiata per incontrare Cristo, per accoglierlo e per servirlo. Curare un ammalato, accoglierlo, servirlo, è servire Cristo: il malato è la carne di Cristo.

Questo avviene anche nel nostro tempo, quando, nonostante le molteplici acquisizioni della scienza, la sofferenza interiore e fisica delle persone suscita forti interrogativi sul senso della malattia e del dolore e sul perché della morte. Si tratta di domande esistenziali, alle quali l’azione pastorale della Chiesa deve rispondere alla luce della fede, avendo davanti agli occhi il Crocifisso, nel quale appare tutto il mistero salvifico di Dio Padre, che per amore degli uomini non ha risparmiato il proprio Figlio (cfr Rm 8,32). Pertanto, ciascuno di noi è chiamato a portare la luce della Parola di Dio e la forza della grazia a coloro che soffrono e a quanti li assistono, familiari, medici, infermieri, perché il servizio al malato sia compiuto sempre più con umanità, con dedizione generosa, con amore evangelico, con tenerezza. La Chiesa madre, tramite le nostre mani, accarezza le nostre sofferenze e cura le nostre ferite, e lo fa con tenerezza di madre.

Preghiamo Maria, Salute dei malati, affinché ogni persona nella malattia possa sperimentare, grazie alla sollecitudine di chi le sta accanto, la potenza dell’amore di Dio e il conforto della sua tenerezza materna.

[Papa Francesco, Angelus 8 febbraio 2015]

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Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself (John Paul II)

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