Giu 5, 2026 Scritto da 

Corpus Domini

Solennità del Corpus Domini  [7 giugno 2026]

 

Prima lettura dal Libro del Deuteronomio (8,2-3.14b-16°)

ll testo richiama il popolo d’Israele a ricordare la lunga traversata del deserto dopo l’uscita dall’Egitto guidato da Mosè. I quarant’anni nel deserto furono segnati da fame, sete, povertà, serpenti, scorpioni e solitudine. Ma il punto centrale non è la sofferenza in sé: è la presenza fedele di Dio nel mezzo delle prove. Dio nutrì il popolo con la manna; fece scaturire acqua dalla roccia; protesse Israele durante il cammino; concluse l’Alleanza sul Sinai. Le prove del deserto vengono presentate come una “pedagogia” divina: Dio educa il suo popolo come un padre educa il figlio. Attraverso la fragilità, Israele impara due verità: la propria povertà e dipendenza, e nel contempo la costante cura di Dio. Il messaggio fondamentale è che l’uomo non vive solo di pane, ma di tutto ciò che viene da Dio: la sua Parola, il suo Spirito, la sua presenza. Il testo insiste anche sul dovere della memoria: “Ricòrdati”, “non dimenticare”. Ricordare significa restare fedeli alle proprie radici e all’Alleanza. Dimenticare Dio porta all’idolatria e alla schiavitù di altri poteri. Quando Israele si stabilirà nella terra promessa di Canaan, il pericolo non sarà più il deserto, ma il benessere e l’oblio. Per questo l’obbedienza ai comandamenti diventa essenziale. L’ultima parte propone un’immagine significativa: la memoria è come le radici di un albero; un popolo senza memoria muore spiritualmente; il futuro dipende dalla fedeltà alle proprie radici. Infine il testo collega tutto a Gesù Cristo, che nel deserto riprende le parole del Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane”. Nella festa del Corpo e Sangue di Cristo, il credente è invitato ad accogliere Dio dentro di sé. La memoria di un popolo (o di una comunità, o di una coppia) è un po’ come le radici di un albero: oggi si vede l’albero, non si vedono le radici… eppure vive solo grazie a esse e deve tutto a esse in un certo senso. Immaginate un albero che dicesse: “mi separo dalle mie radici, mi impediscono di spostarmi, peggio, mi impediscono di volare. Il seguito della storia si sarebbe la morte dell’albero. Nel senso vero del termine, il futuro dell’albero sta nelle sue radici. Quando Mosè dice al suo popolo “Ricordati” o “non dimenticare”, è come se gli dicesse “non tagliarti le tue radici”, “il tuo futuro sta nella tua fedeltà alle radici”. Mosè non si volta al passato per sentimento; ma è proprio perché è tutto proteso verso il futuro che si preoccupa della fedeltà alle radici. Dice qualcosa come: ‘Se vuoi essere ancora in piedi domani, non dimenticare oggi ciò che sei e grazie a chi lo sei’. Di secolo in secolo, Israele si è costruito restando fedele alle sue radici. Gesù, a sua volta, per resistere al tentatore, ha ripreso semplicemente le parole del Deuteronomio: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Mt 4,4).

 

Salmo Responsoriale Salmo 147/148 

Glorifica il Signore, Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Bisogna cogliere questo parallelismo: Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa. E, d’altronde, quando si parla di Sion o di Gerusalemme, qui, più che della città, si tratta degli abitanti, cioè del popolo d’Israele in definitiva. L’espressione: “Glorifica il Signore Gerusalemme!” può essere datata facilmente: siamo al ritorno dall’esilio a Babilonia, quindi alla fine del VI secolo quando fu necessario ricostruire la città e risollevare il Tempio. Senza l’aiuto di Dio nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile: Egli ha rafforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme! Nel salmo precedente, Dio è chiamato il “costruttore di Gerusalemme” e il “raccoglitore dei dispersi d’Israele” (Sal 146/147 A,2). Ma non si tratta soltanto di un lavoro da architetto che Dio ha compiuto: questo ritorno alla patria è una vera restaurazione del popolo, una vita nuova sta per cominciare; una vita nella pace e nella sicurezza: “Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento”. In esilio si è mangiato il pane delle lacrime e dell’amarezza; il ritorno alla patria è il tempo dell’abbondanza. Il secondo accento molto forte di questo salmo è la coscienza acuta del privilegio che rappresenta l’elezione d’Israele: il Signore non ha fatto così per nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere ad esse le sue leggi. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio: egli ti ha scelto per essere il suo popolo, il suo possesso particolare fra tutti i popoli della terra (Dt7,6; 10,15). Si tratta di una scelta libera e inspiegabile di Dio di cui non si cessa mai di meravigliarsi e di rendere grazie. A vista umana, questa scelta non si spiega; l’unica spiegazione che Mosè abbia trovato è perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro discendenza e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua presenza e la sua grande potenza (cf Dt 4,37). È dunque semplicemente una storia d’amore senza altra spiegazione. All’origine Israele non avvertiva di vivere un’Alleanza esclusiva con il Dio del Sinai e pensava che altri popoli avessero i propri dèi protettori: Israele non era ancora monoteista, ma “monolatra” (si dice anche “enoteista”), cioè rendeva culto a un solo Dio, il Dio del Sinai,  che lo aveva liberato dall’Egitto. Divenne realmente “monoteista” solo durante l’esilio a Babilonia (nel VI secolo a.C.). Avvenne allora un nuovo salto nella fede insieme alla scoperta dell’universalismo: se il Dio del Sinai era l’unico Dio, allora era anche il Dio di tutti i popoli. Tuttavia l’elezione d’Israele non veniva per questo smentita, come si vede in alcuni testi del profeta Isaia: “Tu, Israele, mio servo che ho scelto, discendenza di Abramo mio amico…Non temere, perché io sono con te…io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is41,8-10). Sempre Isaia seppe far comprendere ai suoi contemporanei che la loro elezione assumeva ormai un altro volto, quello di una vocazione al servizio degli altri popoli per essere presso di loro testimoni di Dio. “Ti rendo luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is49,6).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (10,16-17)

In questo testo Paolo inquadra tutto con due ammonizioni: “Carissimi, fuggite l’idolatria” (v. 14) “Vogliamo provocare la gelosia del Signore?” (v. 22) Nella Bibbia la “gelosia” di Dio è sempre un avvertimento contro l’idolatria.   A Corinto alcuni cristiani, convertiti dal paganesimo, erano tentati di continuare a partecipare ai banchetti sacri nei templi degli idoli facendo sacrifici di animali. Per Paolo non ci sono mezze misure: o si entra in comunione con il Dio vivente nell’Eucaristia, o si cerca un’altra comunione. Non si può partecipare “alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni”. Altra questione pratica era se un cristiano poteva mangiare la carne dei sacrifici idolatrici venduta al mercato. Paolo risponde che si può magiare perché gli doli non esistono e allora non carne sacra , tuttavia occorre evitare di scandalizzare chi è  debole nella fede.

Insiste poi sul pasto cristiano dell’Eucaristia che è al contrario comunione reale con Cristo Paolo insiste sul significato del pasto cristiano e si chiede: forse che il calice della benedizione non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» La parola greca è koinonia: comunione, partecipazione intima, appartenenza reciproca.   Cristo stesso, nell’Ultima Cena, ha parlato di “Alleanza nuova nel mio sangue”. e nell’Alleanza biblica c’è appartenenza reciproca: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Tutta la Liturgia eucaristica è il luogo dove l’Alleanza si compie.  L’Eucaristia è un pasto di comunione come nei culti antichi, ma cambia il valore del sacrificio. Dio non chiede più l’uccisione di animali, ma il dono della vita: “Sacrificio e offerta non gradisci, [...] allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39/40).   Cristo ha offerto tutta la sua vita. e, partecipando all’Eucaristia, uniamo la nostra vita alla sua per offrirla al Padre. Paolo osa dire: “Il pane che spezziamo è comunione con il corpo di Cristo”, cioè formiamo un solo corpo con Lui, e per questo possiamo vivere come Lui. Sant’Agostino lo riassume: “Diventate ciò che ricevete, ricevete ciò che siete”. Ricevendo il Corpo e Sangue di Cristo diventiamo, a nostra volta, vite offerte per la nascita di una umanità nuova; scelta esclusiva perché non si può servire Dio e gli idoli e, nella logica del dono, 

il sacrificio cristiano è offrire la propria vita unita a quella di Cristo. Diventiamo pane spezzato per gli altri per cui, in una sola frase: comprendiamo che l’Eucaristia è il luogo dove il Dio trascendente si fa intimamente a noi vicino e ci trasforma in dono per il mondo. 

 

Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)

 Qui c’è un discorso inaccettabile che però è parola di Vita. Dopo il discorso sul Pane di vita molti discepoli abbandonano Gesù. Le sue parole sono umanamente incomprensibili. Gesù allora si rivolge direttamente ai Dodici: “Volete andarvene anche voi? e Pietro risponde: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. È il paradosso della fede: queste parole non si spiegano a rigor di logica, ma soltanto vivendole e la lezione è chiara: non è sui libri che si capisce cosa è l’Eucaristia, ma partecipandovi e lasciandosi coinvolgere nel mistero di Cristo. La parola “vita” torna ripetutamente in questo discorso: “Il pane che io darò è la mia carne, data per la vita del mondo” e, come si legge nella Lettera agli Ebrei: “entrando nel mondo Cristo dice «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». E la volontà di Dio è che il mondo abbia la vita.  È un dono gratuito, come già Isaia aveva annunciato: “Voi tutti assetati, venite all’acqua… comprate senza denaro, senza pagamento» Is55,1-3) perché ciò che ci fa vivere è il dono della vita di Cristo, cioè il suo sacrificio. La pedagogia biblica sul sacrificio mostra una progressiva conversione: dall’idea di sacrifici cruenti, anche umani, al divieto assoluto dei sacrifici umani per accettare il sacrificio come offerta di pane e vino (Melchisedek Gn14,18). I Canti del Servo fanno inoltre comprendere che il vero sacrificio è donare la vita per gli altri. E Gesù dice che la sua vita è data tutta per gli uomini. Il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo abbia la vita. Nel sacrificio eucaristico, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, Cristo rimane in noi e noi in lui; in Gesù dunque accogliamo la vita stessa di Dio: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia me vivrà per me”. La conversione indispensabile è passare dal “fare il sacro” cioè offrire delle cose a Dio ad imparare ad accogliere la Vita che Dio ci dà in Cristo, per diventare a nostra volta vita donata agli altri. In sintesi: l’Eucaristia non si spiega ma va vissuta perché è il dono della vita di Cristo che ci fa entrare in Lui, ci trasforma e ci rende capaci di donare la vita per il mondo. Una nota finale: la parola carne che qui Gesù utilizza equivale a “vita” e si può quindi leggere che l’Eucarestia è la vita sua data perché il mondo abbia la vita. Come? Attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Immersi nel mistero pasquale con l’Eucarestia, ognuno di noi è  chiamato ad accogliere la vita che Dio ci dona per essere a nostra volta Eucarestia, dono della vita per tutti.

 

+Giovanni D’Ercole

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita (Papa Benedetto)
Jesus Christ clearly indicates that even acts of devotion and penance (such as fasting, almsgiving, prayer), which by their religious purpose are primarily 'interior', can succumb to current 'externalism', and can therefore be falsified [John Paul II]
Gesù Cristo indica chiaramente che anche gli atti di devozione e di penitenza (come digiuno, elemosina, preghiera) che per la loro finalità religiosa sono principalmente “interiori”, possono cedere all’“esteriorismo” corrente, e quindi possono essere falsificati [Giovanni Paolo II]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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don Giuseppe Nespeca

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