Giu 8, 2026 Scritto da 

11a Domenica T.O.

(Mt 9,36 – 10,8)

Matteo 10:1 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 

Matteo 10:2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 

Matteo 10:3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 

Matteo 10:4 Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì. 

 

Il v. 1 si apre con il verbo “chiamare” al participio aoristo (proskalesàmenos), che indica un’azione puntuale nel tempo, da cui è scaturita la chiamata. Ogni atto salvifico inizia sempre con una chiamata, che nasce da Dio stesso, e ogni chiamata è strettamente legata a una missione. La missione, quindi, è il punto d’incontro tra la volontà divina e la disponibilità dell’uomo a farsi portatore, per conto e in nome di Dio, della salvezza.

La chiamata divina possiede anche un potere trasformante, assegna una nuova identità al chiamato. È significativo come nella creazione genesiaca Dio, dopo aver creato, chiami la sua creatura per nome. L’atto creativo, infatti, chiama all’essere le cose, ma è soltanto con il definirle per nome che si dà loro sostanza e identità. Il nome, nella Bibbia, esprime l’essere stesso della persona e ne indica l’essenza. Conoscere il nome significa in qualche modo conoscere la persona, entrare nella sua intimità; mentre imporre il nome significa esercitare il proprio potere sulla stessa. Per questo Dio, dopo aver creato gli animali, li presenta all’uomo perché imponesse loro un nome, stabilendo in tal modo un ordine gerarchico tra le cose.

Similmente, il popolo d’Israele ai piedi del Sinai viene definito da Yahweh come sua proprietà, popolo di sacerdoti e nazione santa. Non era sufficiente, quindi, la sua liberazione dall’Egitto per costituirlo popolo di Dio, ma fu necessario che Dio ne definisse l’essenza (con la Torah e l'Alleanza), perché il popolo si ponesse di fronte a Dio e alle genti con una sua precisa identità e, quindi, quale valido interlocutore di Dio tra gli uomini. La chiamata, dunque, ha anche attinenza con la costituzione di una nuova realtà. In definitiva essa dice appartenenza a Colui che chiama. 

L’essere chiamati da Dio porta l’uomo ad essere proprietà stessa di Dio. Il verbo “chiamare” in greco è “kaléō”, ma qui Matteo, per esprimere la chiamata dei Dodici, usa un verbo particolarmente significativo: “proskaléō”; esso è composto dalla preposizione “pros” + “kaleō”, e letteralmente significa “chiamare verso di sé”, “avocare a sé”. Non è, quindi, una chiamata per attirare l’attenzione del chiamato, ma indica una convocazione, che implica, a sua volta, un riorientamento esistenziale, che fa del chiamato, di fatto, una proprietà di Dio. Non a caso i discepoli chiamati sono definiti con l’aggettivo possessivo “suoi”, per indicare come tale chiamata diviene una sorta di appropriazione del chiamato da parte di Dio, una sua elezione consacratoria. Similmente lo fu anche ai piedi del Sinai, dove Dio definisce il suo popolo come “sua proprietà” e, di conseguenza, anche popolo di sacerdoti e nazione santa (Es 19,4-6).

Un secondo termine, che qualifica i discepoli, è il numero “dodici”. Il numero è chiaramente simbolico e allude alle dodici tribù d’Israele, indicando nei chiamati la nuova comunità messianica, destinata a dar vita ad un nuovo popolo, il nuovo Israele, generato non più secondo la carne, ma nella fede. Gli apostoli rappresentano il resto santo d’Israele, i padri spirituali del rinnovato popolo di Dio. Si tratta, dunque, di una nuova creazione, per indicare la sostituzione del vecchio Israele secondo la carne, che ha rifiutato il messaggio di Gesù, con quello nuovo generato dallo Spirito, dove si potranno attuate tutte le promesse divine.

La chiamata viene perfezionata attraverso la necessaria investitura del potere che viene da Gesù: “diede loro il potere”. Gesù dà agli apostoli poteri soprannaturali, in tutto simili a quelli da Lui posseduti. Essenzialmente questi poteri sono due: quello di scacciare gli spiriti immondi e quello di compiere ogni guarigione. Gesù pone gli spiriti immondi e ogni male fisico che il peccato ha generato nell’umanità sotto il potere conferito ai discepoli. Nulla potrà resistere loro. Tutto è loro sottoposto. Con questi poteri ciò che può Gesù, lo possono anche i Dodici. Dare autorità o potere significa che si viene a formare una sorta di identificazione tra chi conferisce l’autorità e chi riceve l’autorità. Gesù, dunque, prolunga se stesso nei discepoli, divenendo, egli stesso, operativo in loro con la sua potenza.

La missione dei discepoli, pertanto, è la continuazione della missione stessa di Gesù. Di conseguenza l’operare dei discepoli è l’operare stesso di Cristo. L’autorità data ai discepoli, però, non è assoluta, ma è finalizzata all’attuazione di un progetto salvifico, che si manifesta nel cacciare gli spiriti immondi e nel guarire ogni sorta di malattia e infermità. In altri termini, l’operare dei discepoli è finalizzata alla costituzione del Regno di Dio in mezzo agli uomini, che trova il suo esatto opposto nella sottomissione dell’uomo al potere degli spiriti immondi, che generano nell’uomo malattia e infermità.

Da notare come i discepoli come primo compito non sono incaricati di andare in giro a fare della dottrina alla gente. Il compito specifico del discepolo sarà quello di comunicare vita agli altri, scacciando i demoni. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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57 Ultima modifica il Lunedì, 08 Giugno 2026 21:14
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)

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