Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Matteo ci parla della fede straordinaria del centurione che nella guarigione del suo servo operata da Gesù, crede senza vedere.
Il Signore, poi, entrato in casa di Pietro, guarisce la suocera malata e tutti gli infermi condotti a Lui.
Il Poverello di Assisi, fra i tanti doni ricevuti dall’Alto, aveva quello di prediligere l’Annuncio del Vangelo, perché tutti potessero gustare l’incontro con Cristo Salvatore, coniugato a tante guarigioni.
Infatti leggiamo nelle Fonti, nella Vita Prima del Celano:
“In mezzo all’avvilimento in cui era caduta la dottrina evangelica, non nei particolari ma in generale, la Provvidenza di Dio mandò nel mondo quest’uomo, perché, come gli apostoli, fosse testimone della verità davanti a tutti gli uomini.
E realmente egli dimostrò con chiarezza, mediante la Parola e l’esempio, quanto fosse stolta la sapienza terrena, e in breve, sotto la guida di Cristo, trascinò gli uomini, mediante la stoltezza della predicazione, all’autentica Sapienza divina” (FF 474).
Grazie a questo stretto connubio con Cristo egli operò molte guarigioni, di quanti ricorrevano a lui.
Infatti: “Una donna, inferma da molti anni e completamente immobilizzata nel suo letto, appena ebbe fatto un voto a Dio e al beato Francesco, si rialzò guarita e in grado di attendere a tutte le sue occupazioni.
Nella città di Narni viveva una donna che da otto anni aveva una mano inaridita, del tutto inutilizzabile. Un giorno le apparve il beato Padre e, toccandole la mano malata, gliela rese atta al lavoro come l’altra” (FF 558).
Così il Signore operava prodigi di ogni genere mediante il suo servo Francesco.
«E venuto Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui coricata e febbricitante, e toccò la sua mano e la febbre la lasciò ed ella si alzò e lo serviva» (Mt 8,14-15)
Sabato12.a sett. T.O. (Mt 8,5-17)
Matteo ritrae Gesù mentre guarisce un lebbroso, esortandolo a non dirlo ad alcuno e a recarsi dal sacerdote con l’offerta prescritta.
Francesco «il Minimo» riversava su tutti la Gratuità ricevuta da Cristo. Uomo dalla fede indomita, abbracciava pure coloro che venivano esclusi, andando ben oltre ogni giudizio o mentalità stereotipa.
Nelle Fonti è di straordinaria bellezza e speciale umanità l’episodio che lo rende custode degli emarginati.
Leggiamo:
“Un giorno, mentre andava a cavallo per la pianura che si estende ai piedi di Assisi, si imbatté in un lebbroso.
Quell’incontro inaspettato lo riempì di orrore.
Ma, ripensando e riflettendo che, se voleva diventare cavaliere di Cristo, doveva prima di tutto vincere se stesso, scese da cavallo e corse ad abbracciare il lebbroso e, mentre questo stendeva la mano come per ricevere l’elemosina, gli porse del denaro e lo baciò.
Subito risalì a cavallo; ma, per quanto si volgesse a guardare da ogni parte e sebbene la campagna si stendesse libera tutt’intorno, non vide più in alcun modo quel lebbroso.
Perciò, colmo di meraviglia e gioia, incominciò a cantare devotamente le lodi del Signore” (FF 1034).
“Da allora si rivestì dello spirito di povertà, di un intimo sentimento di umiltà e pietà profonda.
Mentre prima aborriva non solo la compagnia dei lebbrosi, ma perfino il vederli da lontano, ora, a causa di Cristo crocifisso che, secondo le parole del profeta, ha assunto l’aspetto spregevole di un lebbroso, li serviva con umiltà e gentilezza […]
Visitava spesso le case dei lebbrosi; elargiva loro generosamente l’elemosina e con grande compassione ed affetto baciava loro le mani e il volto” (FF 1036).
"Stesa la mano lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii mondato!». E subito fu mondata la sua lebbra»" (Mt 8,3)
Venerdì 12.a sett. T.O. (Mt 8,1-4)
Nel brano proposto dalla Liturgia del giorno Gesù chiama a fare concretamente la sua volontà, per essere come una dimora fondata sulla sua Roccia, resistendo a pioggia e venti.
Frate Francesco amava fare la volontà di Dio profondamente, tanto da farla sua vera consolazione.
Era felice quando vedeva anche tra i suoi frati piena adesione al volere divino o comunque ravvedimento, laddove risultasse qualche atto un poco restìo.
Le Fonti, chiare informatrici di autentico vissuto, documentano in merito, e offrono materiale per un’attenta riflessione.
“Ed essi, ricevendo con gaudio e letizia grande il precetto della santa obbedienza, si prostravano davanti al beato padre, che, abbracciandoli con tenerezza e devozione, diceva ad ognuno:
«Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te».
Questa frase egli ripeteva ogni volta che mandava qualche frate ad eseguire l’obbedienza” (FF 367).
Il Poverello d’Assisi, pure dinanzi ad un grande cumulo di mali e prove, attestava la sua incomparabile adesione al volere divino, quale altro Giobbe.
Leggiamo con commozione:
“Ma per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.
[…] e benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta.
Poi baciò la terra, dicendo:
«Ti ringrazio, Signore Dio, per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così a te piace.
Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena»” (FF 1239).
E allorché giunse il tempo della sua dipartita:
“Disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati: «Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni» (FF 1239).
Francesco, il Piccolo d’Assisi, traeva dal suo cuore nuovo il bene. Aveva costruito il suo edificio spirituale sulla Roccia di Cristo.
Infatti le Fonti ci mettono al corrente di un episodio che lo testimonia:
“Passati dei mesi, Francesco soggiornava presso la chiesa della Porziuncola, e stava vicino alla cella che sorge dopo la casa, lungo la via, quando quel frate tornò a parlargli del salterio.
Gli disse Francesco: «Va’, e fa’ come ti dirà il tuo Ministro».
A queste parole, quello cominciò a ritornare per dove era venuto.
Ma il Santo, rimasto sulla strada, cominciò a riflettere su quanto aveva detto, e d’improvviso gridò dietro a colui:
«Aspettami, fratello, aspettami!».
Andò fino a lui e gli disse:
«Torna indietro con me, fratello, e mostrami il posto dove ti ho detto di fare, riguardo al salterio, quanto ti dirà il ministro».
Arrivati a quel posto, Francesco si inchinò davanti al frate e mettendosi in ginocchio disse:
«Mia colpa, fratello, mia colpa! Chiunque vuol essere un minore non deve avere che la tonaca, la corda e le brache, come dice la Regola, e in più le calzature, per chi sia stretto da evidente necessità o malattia».
A tutti i frati che venivano a consultarlo sull’argomento, dava la stessa risposta.
E diceva: «TANTO UN UOMO SA, QUANTO FA; E TANTO UN RELIGIOSO È BUON PREDICATORE, QUANTO LUI STESSO AGISCE» (FF 1628).
«Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore!’ entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21)
Giovedì della 12.a sett. T.O. (Mt 7,21-29)
La Liturgia relativa alla Nascita del Battista esamina un brano lucano dove la domanda della gente, dinanzi a tale evento, è:
«Che sarà dunque di questo bambino?» (Lc 1,66).
Come il Battista, anche Francesco al fonte battesimale fu chiamato Giovanni.
Rinveniamo indizi di richiamo nella sua vita così particolarmente profetica e, fra le pieghe della sua scarna esistenza, scopriamo mirabili assonanze vocazionali con l’Amico dello Sposo.
Le Fonti ci aiutano in tal senso.
In esse leggiamo:
“Il servo e amico dell’Altissimo, Francesco, ebbe questo nome dalla divina Provvidenza, affinché per la sua originalità e novità si diffondesse più facilmente in tutto il mondo la fama della sua missione.
La madre lo aveva chiamato Giovanni, quando rinascendo dall’acqua e dallo Spirito Santo, da figlio d’ira era divenuto figlio della grazia*.
Specchio di rettitudine, quella donna presentava nella sua condotta, per così dire, un segno visibile della sua virtù.
Infatti, fu resa partecipe, come privilegio, di una certa somiglianza con l’antica Santa Elisabetta, sia per il nome imposto al figlio, sia anche per lo spirito profetico.
Quando i vicini manifestavano la loro ammirazione per la generosità d’animo e l’integrità morale di Francesco, ripeteva, quasi divinamente ispirata:
«Cosa pensate che diverrà, questo mio figlio? Sappiate, che per i suoi meriti diverrà figlio di Dio».
[…] Perciò il nome di Giovanni conviene alla missione che poi svolse, quello invece di Francesco alla sua fama, che ben presto si diffuse ovunque, dopo la sua piena conversione a Dio.
Al di sopra della festa di ogni altro santo, riteneva solennissima quella di Giovanni Battista, il cui nome insigne gli aveva impresso nell’animo un segno di arcana potenza.
Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo tra i fondatori di ordini religiosi” (FF 583).
Francesco mise tutto il suo entusiasmo a bene intendere e realizzare i suggerimenti della Grazia: annunciare la perfezione del Vangelo, predicando a tutti la penitenza, con semplicità.
E siccome per il Poverello la voce del più piccolo, nella fraternità, aveva lo stesso peso della voce del grande, anzi era privilegiata, nello Spirito, per quella priorità data ai piccoli dal Vangelo, il Signore lo prese in parola per quel suo farsi Minimo in tutto e fra tutti.
«Spesso il Signore manifesta ciò che è meglio al più piccolo» (Reg. c. IV. 18).
In lui si realizzò la mirabile sapienza del Vangelo e cioè che in cielo, nonostante la grandezza del Battista, il più piccolo è più grande di lui!
* Francesco fu battezzato nella chiesa di Santa Maria del Vescovado. Il battistero più tardi fu trasferito nel duomo di San Rufino, dove si trova tuttora.
Natività di s. Giovanni Battista (Lc 1,57-66.80)
Gesù esorta a fare agli altri ciò che vorremmo per noi, impegnandoci ad entrare per la porta stretta, che conduce al Regno.
Questi temi sono presenti in modo ricorrente nelle Fonti francescane.
Dopo la conversione, il figlio di Pietro Bernardone pose molta cura allo «sforzatevi di entrare per la porta stretta» raccomandato da Gesù.
Infatti, in quelli che denominiamo «Scritti di Francesco» [per lo più dettati a qualche frate che si faceva suo segretario] emerge con chiarezza la sua ferma adesione al Vangelo.
Nella Regola non bollata (1221) troviamo, tra le esortazioni rivolte ai suoi frati:
«E si sforzino di entrare per la porta stretta, poiché dice il Signore: Angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita; e sono pochi quelli che la trovano» (FF 37).
E ben consapevole dell’esigenza evangelica dell’umiltà e della minorità per poter entrare nel Regno dei cieli, così rispondeva ai suoi in merito a chi dovesse essere ritenuto un vero frate minore:
«Prendi un corpo morto - disse - e mettilo dove ti pare e piace. E vedrai che, se lo muovi, non si oppone: se lo lasci cadere, non protesta. Se lo metti in cattedra, non guarderà in alto, ma in basso. Se gli metti un vestito di porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questo è il vero obbediente: chi non giudica il perché lo spostano; non si cura del luogo a cui viene destinato; non insiste per essere trasferito; eletto in un ufficio, mantiene la solita umiltà; quanto più viene onorato, tanto più si ritiene indegno» (FF 1107).
E Chiara non era da meno!
Nel suo Testamento lasciato alle sorelle leggiamo:
«Ma poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nella vita, pochi sono quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono quelli che per un poco di tempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso di camminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine» (FF 2850).
E nella Leggenda:
“Da allora non respinse più alcuna incombenza servile, al punto che, per lo più, era lei a versare l’acqua sulle mani delle sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano, e le serviva a tavola mentre mangiavano” (FF 3180).
Già, gli ultimi saranno i primi nel Regno di Dio!
E quanto desideriamo sia fatto a noi è quanto gratuitamente dobbiamo fare agli altri per poter entrare per l’angusta via, vivendo così la Parola.
A tal proposito è sintomatico quanto Francesco scrive nelle sue eloquenti Ammonizioni.
In breve: ‘Vuoi che si schiuda per te la porta del Regno? Ama tuo fratello malato e non dire in sua assenza quanto non esprimeresti in sua presenza’.
È quanto vorremmo per noi e quindi vale pure per il nostro prossimo.
«Beato il servo che tanto è disposto ad amare il suo fratello quando è infermo, e perciò non può ricambiargli il servizio, quanto l’ama quando è sano, e può ricambiarglielo» (FF 174).
«Beato il servo che tanto amerebbe e temerebbe un suo fratello quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui, e non direbbe dietro le sue spalle niente che con carità non possa dire in sua presenza» (FF 175).
«Dunque, tutto quanto vorreste che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro, questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta […]» (Mt 7,12-13)
Martedì della 12.a sett. T.O. (Mt 7,6.12-14)
Francesco, il Poverello d’Assisi, credeva profondamente nell’Amore Misericordioso e nella Pazienza di Cristo. Non sopportava i giudizi senz’appello sulle persone.
Retto sempre, e clemente con gli altri benché molto meno con se stesso.
Nelle Fonti non mancano passi al riguardo. Leggiamo:
«Oh quanto è degna di compassione la nostra stoltezza!
Non soltanto non rialziamo o sosteniamo i deboli, ma a volte li spingiamo a cadere.
Giudichiamo di nessuna importanza sottrarre al Sommo Pastore una pecorella, per la quale sulla Croce gettò un forte grido con lacrime.
Ma ben diversamente tu, Padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli […]» (FF 763).
Gli stessi frati erano stati educati a tenere a freno la lingua:
“Erano giudici implacabili di se stessi, preoccupati di non nuocere l’un l’altro in nessuna maniera.
Se accadeva che a un fratello sfuggisse una parola capace di ferire, il rimorso di coscienza non gli lasciava aver pace, finché non confessava il suo sbaglio” (FF 1448-1449).
E ancora, Francesco “insisteva perché i fratelli non giudicassero nessuno, e non guardassero con disprezzo quelli che vivono nel lusso e vestono con ricercatezza esagerata e fasto.
Dio è il Signore nostro e loro, e ha il potere di chiamarli a sé e di renderli giusti” (FF 1469).
Custode degli emarginati, Francesco il Minimo, riversava su tutti la Gratuità ricevuta da Cristo.
Uomo dalla fede indomita, abbracciava pure gli emarginati, andando ben oltre ogni giudizio - o mentalità stereotipa.
Nella Regola bollata, rivolto ai suoi frati, diceva:
«Li ammonisco […] e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibo e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso» (FF 81).
E ancor più nelle sue Ammonizioni sosteneva di guardarsi bene da ogni giudizio sui sacerdoti.
«E guai a coloro che li disprezzano.
Quand’anche, infatti, siano peccatori, tuttavia nessuno li deve giudicare, poiché il Signore esplicitamente ha riservato solo a se stesso il diritto di giudicarli.
Invero, quanto più grande è il ministero che essi svolgono del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che proprio essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri, tanto maggiore peccato commettono coloro che peccano contro di essi, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo» (FF176).
«Non giudicate, affinché non siate giudicati, perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati, e con la misura con cui misurate sarà misurato a voi» (Mt 7,1-2)
Lunedì della 12.a sett. T.O. (Mt 7,1-5)
Nel capitolo dieci del Vangelo di Matteo Gesù mette in guardia dall’ipocrisia di cui è padre colui che S. Teresa d’Avila definiva “mentitore, ipocrita, tenebroso”.
Dobbiamo temere lui, dice il Signore, capace di gettarci nella Geenna.
Francesco d’Assisi quando, per grazia, riesce a convertire e domare il lupo di Gubbio ricorda, poi, agli abitanti di quel luogo una cosa cruciale:
«È più pericolosa la fiamma dello inferno, la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che non è la rabbia del lupo, il quale non può uccidere se non il corpo: quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d’un piccolo animale.
Tornate dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de’ vostri peccati, e Iddio vi libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale» (Fioretti. FF 1852).
Altresì l’umile Francesco teneva lontana dalla sua esistenza ogni forma di ipocrisia.
Le Fonti narrano un episodio significativo.
“Un inverno il Santo aveva il povero corpo coperto di una sola tonaca, rafforzata con pezze molto grossolane.
Il guardiano*, che era anche suo compagno, comprò una pelle di volpe e gliela portò dicendo:
«Padre tu soffri di milza e di stomaco: prego la tua carità nel Signore di permettere di cucire all’interno della tonaca questa pelle. Se non la vuoi tutta, almeno accettane una parte in corrisponde dello stomaco».
Francesco rispose:
«Se vuoi che porti sotto la tonaca questa pelliccia, fammene porre un’altra della stessa misura all’esterno. Cucita al di fuori sarà indizio della pelle nascosta sotto».
Il frate ascoltò, ma non era del parere […] Alla fine il guardiano si arrese, e fece cucire una pelliccia sull’altra, perché Francesco non apparisse di fuori diverso da quello che era dentro.
O esempio di coerenza, identico nella vita e nelle parole! Lo stesso dentro e fuori, da suddito e da superiore!
Tu non desideravi alcuna gloria né esterna né privata, perché ti gloriavi solamente del Signore” (FF 714).
«Ma temete piuttosto colui che può far perire anima e corpo nella geenna» (Mt 10,28b)
Domenica 12.a T.O. A (Mt 10,26-33)
Gesù pone attenzione sull’affidarsi alla Provvidenza:
«Guardate gli uccelli del cielo: poiché non seminano né mietono né raccolgono nei granai, e il Padre vostro celeste li nutre» (Mt 6,26).
Francesco e Chiara d’Assisi furono realmente gli ‘affidati alla Provvidenza’, proprio come stile di vita evangelica, poiché la fede li aveva resi ‘mani aperte alle benedizioni del Signore’ - senza preoccuparsi del domani, che avrebbe avuto cura di se stesso.
Nelle Fonti ci sono passi degni di riflessione in merito.
Nella Leggenda maggiore:
"Quando, con l’andare del tempo, i frati erano ormai diventati molto numerosi, il premuroso pastore incominciò a radunarli nel luogo di Santa Maria della Porziuncola per il Capitolo generale, in cui poteva assegnare a ciascuno di loro una porzione di obbedienza nel regno dei poveri, secondo la misura voluta da Dio.
Alla Porziuncola vi era penuria d’ogni cosa; ma, benché qualche volta vi convenisse una moltitudine di oltre cinquemila frati, non mancò mai l’aiuto della Bontà divina, che procurava il sufficiente per tutti e a tutti concedeva la salute del corpo e sovrabbondante gioia di spirito" (FF1080).
E ancora, nella Leggenda Perugina:
"Noi che siamo vissuti con lui, lo abbiamo udito dire a più riprese quella parola del Vangelo: le volpi hanno la tana e gli uccelli del cielo il nido, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.
E seguitava:
«Il Signore, quando stava in disparte a pregare e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, non si fece apprestare una cella o una casa, ma si riparò sotto le rocce della montagna».
Così, sull’esempio del Signore, non volle avere in questo mondo né casa né cella, e neanche voleva gli fossero edificate.
Anzi, se gli sfuggiva la raccomandazione:
«Preparatemi questa cella così», dopo non ci voleva dimorare, in ossequio alla Parola del Vangelo: non vi preoccupate" (FF 1559).
Chiara stessa nella necessità si affidava alla Provvidenza, pregando.
"Un giorno era venuto a mancare completamente l’olio alle ancelle di Cristo, al punto che non ve n’era neppure come condimento per le ammalate.
Donna Chiara prende un vasello e, maestra d’umiltà, lo lava lei stessa con le sue mani; poi mette il vaso vuoto da parte, perché lo venga a prendere il frate questuante […]
Si affretta il devoto fratello a soccorrere tanto grande indigenza e corre a prendere il vasello.
Ma non dipende dalla volontà dell’uomo né dagli sforzi di Colui che corre, ma da Dio che usa misericordia.
Infatti, per solo intervento di Dio, quel vaso si ritrova colmo d’olio: la preghiera di Santa Chiara ha prevenuto, a sollievo delle povere figlie, il servizio del frate.
Veramente, quel frate, credendo di essere stato chiamato per nulla, mormorando tra sé e sé disse:
«Per burlarsi di me mi hanno chiamato queste Donne! Perché ecco che il vaso è pieno» (FF 3190 - Leggenda).
Dio precede sempre con la sua misericordia!
Fidandosi di Dio, i Santi di Assisi acquisirono la consapevolezza della loro chiamata affidata al Signore.
Sabato dell’11.a sett. T.O. (Mt 6,24-34)
For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)
don Giuseppe Nespeca
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