don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

13a Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [28 Giugno 2026]

 

Prima Lettura dal secondo libro dei Re (4, 8-11.14-16a)

Ecco una lettura sintetica dei testi biblici di questa domenica a partire da questa storia di una bella amicizia umana. A Sunam, villaggio del regno del Nord verso l’850 a.C., Eliseo all’inizio del suo ministero stringe con una famiglia ricca un’amicizia forte e duratura. Gli autori biblici non raccontano questa storia per l’aneddoto: hanno uno scopo teologico e mostrano che l’alleanza tra Eliseo e i Sunamiti è l’immagine dell’Alleanza tra Dio e Israele. Questa storia si sviluppa in quattro atti:1La promessa di un figlio: Eliseo annuncia alla donna sterile: L’anno prossimo, a questa stessa data, terrai un figlio in braccio. Lei non ci crede e risponde: No, mio signore, uomo di Dio, non mentire alla tua serva. Come Sara a Mamre, dubita. Ma l’anno dopo il bambino nasce. 2.La risurrezione: Anni dopo, il bambino muore nei campi, colpito da un’insolazione. Senza perdere la fede, la madre depone il corpo sul letto di Eliseo, nella stanza sulla terrazza, e corre a cercarlo. Gli ricorda: Io non ti avevo chiesto nulla, non riprendermi questo figlio. Eliseo prega e risuscita il bambino. 3.L’avvertimento della carestia: Fedele a questa amicizia, Eliseo avverte la Sunamita di 7 anni di carestia e le consiglia di partire per la terra dei Filistei. Lei obbedisce e va in esilio. 4.La restituzione dei beni. Al ritorno, la sua casa e i suoi campi erano stati confiscati dagli ufficiali del re. Eliseo interviene ancora e le fa riavere le sue terre. Ma quale lezione teologica ci offre questo testo? Questa amicizia illustra 5 tratti dell’Alleanza Dio/Israele: 1Alleanza permanente e fedeltà: Dio resta fedele anche davanti all’incredulità.  2 Sollecitudine costante: Come Eliseo per la sua ospite, Dio veglia senza sosta sul suo popolo.  3.Dio abita con noi: Eliseo accetta la stanza sulla terrazza: Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, come nel Tempio di Salomone.  4. Dio restituisce: Eliseo rende la terra, Dio promette di rendere la terra a Israele, messaggio chiave scritto durante l’Esilio a Babilonia.  5. Dio è Dio della vita: Promessa di nascita e risurrezione del bambino perché Dio dona la vita. La Sunamita diventa per noi modello della fede: Accoglie il profeta “in quanto profeta”, come dirà Gesù nel vangelo di in Mt (10,41). La sua fiducia è totale: osa dire a Dio i suoi bisogni e persino la sua rivolta. Riconosce in Eliseo un “uomo santo di Dio”. Ecco una pratica applicazione: Dio abita nel cuore di ogni uomo ed è importante riconoscerlo. 

 

Salmo responsoriale (88/ 89)

Ecco un chiaro messaggio: Non bisogna mai dubitare. La prima lettura racconta la lunga amicizia tra una famiglia di Sunam e il profeta Eliseo, “uomo di Dio”. Attraverso questa relazione umana si medita sull’Alleanza eterna tra Dio e il suo popolo, e con tutta l’umanità. Il salmo 88/89, che oggi viene proclamato, sembra un canto scritto nella prova.  Anche se i pochi versetti del salmo responsoriale sembrano pieni di euforia, il salmo completo di ben 53 versetti, nasce probabilmente durante l’Esilio a Babilonia. È una sintesi di tutta la storia di Israele: inizio dell’Alleanza, promesse a Davide, attesa del Messia… e poi il crollo: niente più re a Gerusalemme, niente erede, quindi niente Messia. Da qui la domanda angosciata del v. 50: “Dov’è, Signore, il tuo primo amore, quello che giurasti a Davide sulla tua fedeltà?”. Ciò che si afferma con forza, in realtà si teme di averlo perduto. Il salmo è poi l’ultimo del terzo libro dei Salmi e si chiude con: “Benedetto il Signore per sempre! Amen! Amen!”. Ha quindi un carattere di conclusione. A ben vedere, questo salmo si presenta come una costruzione sapiente.  La prima strofa è molto curata, con parallelismi: L’amore del Signore, senza fine lo canto; la tua fedeltà, l’annuncio di età in età. Amore/fedeltà, canto/annuncio, senza fine/di età in età, costruito/stabile, per sempre/cieli: un meraviglioso parallelismo tra tempo e spazio che invita a curare il canto dei Salmi.  Il cuore del messaggio è Amore e fedeltà. Nel salmo completo la coppia “amore e fedeltà” ricorre 7 volte, numero simbolico. È la traduzione della rivelazione a Mosè sul Sinai: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6).   In ebraico “amore” cioè “gesti d’amore di Dio” indica che Dio non ama solo a parole, ma “con atti e verità”, come dirà san Giovanni nel Nuovo Testamento.  Proprio durante l’esilio Israele ricorda più che mai i “gesti d’amore di Dio” per non cadere nella tentazione di pensare che Dio l’abbia dimenticato. Il salmo insomma presenta un gruppo di credenti che compone inni per ricordare la fedeltà di Dio che non ha smesso di essere re d’Israele. La frase “perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele” viene cantata proprio quando non c’è più un re umano. Ed è interessante che il salmo usa un vocabolario regale e guerriero: “ovazione/terouah, potere, forza, vigore, scudo” perché il re guidava l’esercito. Sono accenti vittoriosi detti in un tempo di sconfitta. E il salmo si chiude ricordando gli oltraggi subiti dal Messia: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi oltraggiati… i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, il tuo Messia”.   Morale: è proprio nella notte, nel buio dell’esilio e della prova, che bisogna credere alla luce e al ribadirsi delle promesse di Dio.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3... 11)

San Paolo indica una nuova maniera di vivere e risponde all’obiezione  di chi gli rimprovera che insistendo troppo sulla gratuità della salvezza, tu incoraggi il peccato. Lui ribatte: la grazia non rende il peccato irrilevante, ma non ha più potere su di lui perché dal Battesimo il credente è “creatura nuova”: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Cor 5,17). Paolo spiega il senso della parola chiave “morte” che non è biologica. e usa questa parola in senso teologico: quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte… siamo perciò morti al peccato, e ora viviamo per Dio in Cristo Gesù. È una rottura radicale col passato che non ha più paura della morte fisica.  Paolo parla per esperienza: sulla via di Damasco è “morto” all’uomo vecchio, al suo modo di vedere, agire, credere. Il “battesimo” di Israele serve così a Paolo come chiave per spiegare il Battesimo cristiano come ben lo richiama nella prima lettera ai Corinti (cf1 Cor10,1-2). Israele “battezzato” da Mosè nella nube e nel mare con il passaggio del Mar Rosso ha conosciuto la morte della schiavitù d’Egitto: lavoro forzato, stragi, malafede del Faraone ed ecco un taglio netto con l’ingranaggio dell’oppressione.  Così Cristo compie la rottura decisiva: l’uomo schiavo del peccato, dei dubbi, della violenza, è liberato. Gesù “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) spezza il circolo infernale. La sua morte è trionfo: “morto al peccato una volta per tutte, vivo per Dio”. Vivere alla maniera di Cristo è dunque “Morire al peccato” cioè morire alla vecchia maniera di vivere: odio, violenza, sete di potere e denaro per “Vivere per e in Dio”  cioè scegliere Cristo come unico Signore ed entrare in una vita nuova fatta di amore e servizio ai fratelli. Il Battesimo inaugura questo cambiamento radicale: è una vera liberazione. Paolo dice ai battezzati: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù”. Il dono è già compiuto, ma resta da realizzarlo ogni giorno. Ed ecco l’esigenza che ne nasce: se infatti entrare nella salvezza è semplice perché basta crederci, diventa però esigentissimo viverlo perché chiede di conformare la vita quotidiana allo Spirito di Cristo. Lo ripete nella lettera agli Efesini: “Spogliatevi dell’uomo vecchio… lasciatevi rinnovare nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”(Ef4,22-24.  Il segreto è uno solo: restare con gli occhi fissi sulla croce di Cristo. Solo la sua obbedienza e dolcezza spezzano la catena della violenza. Come dice Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv15,4).

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-42)

 Questo testo ci aiuta a Imparare come acconsentire alle rinunce necessarie. A prima vista Mt 10,37-42 sembra un elenco di massime scollegate. In realtà è un unico invito: sono i distacchi richiesti dalla fedeltà al Vangelo. Dopo il Discorso della Montagna sull’amore, Gesù parla qui di altre esigenze. Occorre imparare ad amare Dio in tempo di persecuzione della Chiesa: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”.  Amare Dio non comporta smettere di volere bene alla famiglia anche se poco prima aveva avvertito: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (cf Mt10,21). “Non sono venuto a portare pace, ma la spada… dividerò l’uomo dal padre” (Mt 10,34-35; cf. Michea 7,6). Come spiegare questo?  Ogni persecuzione crea drammi personali perché occorre scegliere tra fedeltà e morte. Anche senza violenze, è in famiglia e tra amici che testimoniare è più difficile e può nascere la lacerazione. Imparare ad amare è quindi prendere la propria croce: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”.  Per Gesù e i suoi ascoltatori la crocifissione era un supplizio infamante, di massa lungo le strade romane perché esponeva all’orrore, all’obbrobrio, alla derisione. Nel Deuteronomio si legge che il crocifisso è “maledetto da Dio” (Dt21,22-23). E con il Sal 21/22 Gesù proclama: “Sono un verme, non un uomo, scherno degli uomini, rifiutato dal popolo” anche se l’interpretazione di questo passaggio porta a capire meglio quel che Gesù (Nella nota mi permetto di unire in nota un testo che ho trovato).  Gesù sa che lui e i discepoli saranno perseguitati, disprezzati, umiliati. “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). “Prendere la croce” comporta accettare di essere messi ai margini, di perdere reputazione per fedeltà a Cristo. Infine ecco l’unica ricompensa che risponde a ogni nostra obiezione: “Chi accoglie voi accoglie me; chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato… Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà ricompensa di profeta; chi accoglie un giusto perché è giusto, avrà ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”.  Sembra un “dare-avere”, ma non è così. Non siamo nel campo dell’“avere”, ma dell’“essere”. Dio non dà quantità di beni, ma la vita eterna: la vita nella sua intimità. Tutti i santi testimoniano una qualità di felicità, non una quantità.  Gesù stesso promette: “Chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per causa mia, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29).  Paolo lo vive: “Tutto ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo… per conoscere Cristo, avere comunione con le sue sofferenze, diventare conforme a lui nella sua morte” (Fil 3,7-10). “Essere afferrati da Cristo” è la posta in gioco vitale. Se si vuole un filo conduttore di questo testo lo si può cogliere facilmente nel legame tra tutte queste frasi proprio in questo verbo; “essere afferrati da Cristo” come fuoco interiore che rende possibili tutte le rinunce per fedeltà al Vangelo: rinuncia agli affetti, alla stima, all’avere, alla vita. Risuonano con vigore nel nostro animo le Beatitudini: “Beati voi quando vi insulteranno… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!” (Mt 5,11-12).

 

Nota Gesù “verme” sulla croce Sulla croce GESÙ SI È PARAGONATO A UN INSETTO PER RIVELARE IL SEGRETO DELLA SUA MORTE. È IL MISTERO DEL SALMO 22…Agonizzando in croce, Gesù ha recitato il Salmo 22. È il salmo profetico della crocifissione per eccellenza. Ma al v. 6 c’è una frase umiliante e sconcertante: “Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, disprezzato dal popolo”. .Perché il Re dell’universo, nel momento più glorioso della redenzione, si definisce “verme”?  La zoologia del Medio Oriente rivela uno dei ritratti d’amore più commoventi della natura. IL TOLA’ATH SHANI תּוֹלַעַת שָׁנִי parola ebraica usata da Davide non è il termine comune per “verme di terra”. Ha usato Tola’ath Shani cioè “verme cremisi”, da cui si ricavava un colorante rosso. Quando la femmina di questo verme cremisi è pronta a partorire, compie un gesto istintivo e radicale: cerca il tronco di un albero e vi si attacca per sempre. Vi si aggrappa con tale forza che, se qualcuno prova a staccarla, il suo corpo si squarcia.  Lì, ancora attaccata al legno, partorisce i suoi piccoli. Per proteggerli dai predatori, la madre secerne un fluido rosso cremisi che copre tutto il suo corpo, tinge di rosso il legno e ricopre completamente i suoi piccoli. In questo processo di dono della vita e di protezione, la madre muore.  

Ecco il fenomeno straordinario: tre giorni dopo, il corpo senza vita della madre, sempre attaccato all’albero, perde il colore rosso, diventa bianco come la neve e cade dolcemente a terra (Is 1,18). GESU’ SI È CONFICCATO ALL’ALBERO PER DARTI LA VITA: Gesù non usava una metafora di umiliazione, ma proclamava la sua missione ed è un messaggio per noi.  Gesù ti diceva dalla croce: “Io sono il Tola’ath Shani”. Ha scelto di andare all’albero volontariamente. Si è lasciato inchiodare alla croce, sapendo che se ne fosse sceso, i suoi “figli” – noi saremmo morti in mano al predatore. Ha versato il suo fluido cremisi – il suo sangue – per coprirti, proteggerti e darti la vita, offrendo la sua.  Quando ti senti inutile, quando pensi che nessuno si curi di te o che il nemico ti divorerà, guarda il legno della croce. Hai un Salvatore che ha scelto di morire inchiodato a un albero piuttosto che perderti. Il suo sangue ti ha ricoperto interamente e, tre giorni dopo, è risorto per renderti bianco come la neve. Tu sei il frutto del suo sacrificio perfetto!

 

+Giovanni D’Ercole

 

 

 

Solennità Ss. Pietro e Paolo  [29 Giugno 2026]

 

Prima lettura dagli Atti degli Apostoli (12, 1-11)

Il filo conduttore di questo testo è: “Dio libera sempre per la missione”. In quel tempo  la Chiesa giovane è sotto pressione e il  miracolo della liberazione di Pietro non deve far dimenticare l’atmosfera della Chiesa nascente. Gesù è morto intorno al 30 d.C. e all’inizio i discepoli erano pochi e inoffensivi. I problemi iniziano con le guarigioni “troppo spettacolari”che portano Pietro in prigione due volte per mano delle autorità religiose: la prima volta con Giovanni, processo e minacce, mentre la seconda con altri apostoli, liberati di notte dall’Angelo: “Andate, state nel Tempio e annunciate al popolo tutte queste parole di vita” (At 5,17-20).  Poi viene l’esecuzione di Stefano e la persecuzione che spinge gli “Ellenisti” a fuggire da Gerusalemme verso Samaria e la costa. Giacomo, Pietro e Giovanni restano. Nell’episodio di At 12 è il potere politico ad agire. Siamo sotto Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re solo dal 41 al 44 d.C. Per questo possiamo datare l’episodio con precisione.  Agrippa “Romano a Cesarea, ebreo a Gerusalemme”: cerca consenso sia con Roma che con i Giudei. In entrambi i casi i cristiani sono nemici da eliminare. Per piacere ai Giudei fa uccidere Giacomo di Zebedeo e imprigiona Pietro durante la Pasqua ebraica, la settimana degli Azzimi. Ciò che interessa Luca è la missione non solo Pietro.   che ancora una volta scampa miracolosamente, perché per Luca il punto centrale è l’evangelizzazione. L’Angelo non libera per salvarli, ma perché “il mondo ha bisogno di loro”. Dio non abbandona gli apostoli: nessuna dominazione cieca potrà bloccare l’annuncio della Parola di vita. C’è un parallelo tra Pasqua-Esodo-Passione. Si ripete in qualche modo la storia della Pasqua ebraica: Israele schiavo e minacciato di genocidio, viene liberato miracolosamente da Dio. Di secolo in secolo il popolo ricorda che la liberazione è opera di Dio. E che dire di questo paradosso: chi è chiamato ad annunciare e compiere l’opera liberatrice di Dio può farsi complice di una nuova dominazione? Nessuna Chiesa è immune. Gesù è morto proprio per la perversione del potere religioso del suo tempo: durante la Pasqua, memoriale del Dio liberatore, il Figlio di Dio è ucciso dai “difensori di Dio”. A vincere però è l’amore e il perdono del Dio “mite e umile di cuore”: Gesù risorge. Ora è la giovane Chiesa ad affrontare il potere religioso e politico, come Gesù 10-15 anni prima, ancora durante la Pasqua a Gerusalemme.  L’Angelo a Pietro dice: “Àlzati in fretta! Mettiti la cintura, lega i sandali…”. Sono le stesse parole date a Israele nella notte dell’Esodo: “Cinti ai fianchi, sandali ai piedi, bastone in mano. Mangerete in fretta” (Es 12,11). Luca vuole dire: Dio continua l’opera di liberazione.  Tutto il racconto è costruito sul modello della Passione-Risurrezione di Cristo: notte, prigione, soldati, “rullo compressore” della dominazione. Pietro dorme passivo, come Gesù nel sonno della morte. Per entrambi nella notte si leva la luce: agisce Dio. Ed ecco la conclusione: Gesù l’aveva detto a Pietro: “Le forze della morte, cioè dell’odio, non prevarranno” e questo insegna che il carattere miracoloso non è fine a sé stesso. Dio libera perché la missione continui nei secoli. La liberazione d’Egitto, la Pasqua di Cristo, la prigione di Pietro: è un unico disegno di Dio che salva per mandare ad annunciare la vita che nessuno può distruggere.

 

Salmo Responsoriale (33/34)

 In questo salmo siamo guidati da questo filo conduttore: Dio ascolta il grido del povero e risponde con Spirito e fratelli.  Dopo la liberazione di Pietro il salmo ci ricorda: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, per liberarli”. E si capisce che, mentre tutta la Chiesa era in preghiera insistente per Pietro in carcere, il Signore lo ha liberato: “Un povero grida – dice il Salmo - e il Signore ascolta…”. La fede è questo: osare gridare a Dio sapendo che, in ogni circostanza, Lui sente il nostro grido. La comunità ha gridato, Pietro è stato liberato. Resta però sempre una domanda: e quando non la liberazione non avviene?  Gesù in croce non è scampato alla morte. Pietro stesso, anni dopo, sarà imprigionato a Roma e giustiziato. Allora Dio non ascoltava più?  È la domanda che torniamo a farci: dov’è Dio quando soffriamo? A che serve pregare e  se non siamo esauditi come vorremmo, vuol dire che abbiamo pregato male? Troppi dicono dicono “se preghi bene tutto si aggiusta”, ma sappiamo che non è sempre così. Quanti hanno pregato, fatto novene, pellegrinaggi per una guarigione che non è arrivata. Questo salmo ci offre tre risposte. 1.Dio ascolta il nostro grido. Come al roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido sotto gli aguzzini. Conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Il credente sa che il Signore è vicino nella sofferenza, “dalla nostra parte”. Il Sal 33/34 lo dice: “Ho cercato il Signore, mi ha risposto… mi ha liberato. Ascolta, salva, il suo angelo si accampa, è un rifugio”. 2.Dio risponde donandoci il suo Spirito. “Chiedete, vi sarà dato… Quale padre… darà un serpente al figlio che chiede un pesce?” (Lc 11,9-13). Gesù non promette che tutto si risolve “per magia”. Quando preghiamo, Dio non toglie il problema, ma ci riempie del suo Spirito. Con lo Spirito possiamo affrontare le prove. Ogni preghiera fatta con fede ci apre all’azione trasformante dello Spirito. La risposta al grido disperato è quindi la forza interiore dello Spirito  per cambiare la situazione, per superare la prova. “Un povero grida; il Signore ascolta: lo salva da tutte le sue angosce… Ho cercato il Signore, mi ha risposto: da tutte le mie paure mi ha liberato”. Qualunque colpo arrivi, il credente sa di essere ascoltato e l’angoscia può cadere. 3.Dio suscita attorno a noi dei fratelli.  Ecco la seconda lezione del roveto: appena Dio dice a Mosè “Ho visto… ho udito il grido… conosco le sofferenze”, suscita in Mosè l’impulso per liberare il popolo: “Va’, ti mando dal Faraone, fa’ uscire d’Egitto il mio popolo” (Es 3,9-10).  Israele ha vissuto tante volte questo schema: sofferenza, grido, preghiera e Dio suscita profeti e capi per riprendere in mano il destino. È proprio questa l’esperienza storica d’Israele. 4. La fede è come una doppia parola, un  doppio grido: l’uomo grida la sua miseria a Dio, come Giobbe. Dio ascolta e lo libera dall’angoscia. E l’uomo riprende la parola per rendere grazie.  La vocazione di Israele nei secoli è stata far risuonare questa polifonia fatta di sofferenza, lode e speranza e nelle vicende della sua storia nulla ha potuto spegnere la speranza d’Israele. È questo che caratterizza il credente:  “Io benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino!”.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 6-8.17-18)

Non tutti concordano che le Lettere a Timoteo siano di Paolo, ma queste righe sono sicuramente sue: anzi sono il suo testamento, l’ultimo addio da prigioniero a Roma. Sa che uscirà solo per essere giustiziato. Il “momento della partenza” è arrivato: usa il termine greco anàlysis, “sciogliere gli ormeggi, levare l’ancora”.  Considerandola vita come una maratona Paolo fa il bilancio con l’immagine sportiva a lui cara: il fondista che taglia il traguardo. Il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo da ricevere la corona della giustizia.  A Roma il vincitore non prendeva una coppa, ma una corona d’alloro. C’è una corona per tutti, quindi Paolo non si vanta: egli sa che il Signore, giudice giusto, la assegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione gloriosa. Dio, giudice imparziale, vede le disposizioni del cuore e tutti gli apostoli, tutti i credenti che hanno desiderato con amore la venuta del Cristo, avranno la corona. Non è dunque presunzione, ma fiducia incrollabile nella bontà di Dio. Perché la stessa forza di correre viene da Lui: “Il Signore mi è stato vicino, mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”.  Occorre imparare ad attendere tutto da Dio: è Lui che dà la forza di correre ed è Lui che dà la ricompensa a tutti coloro che corrono perché la vita non è una gara di competizione. Ognuno al suo posto, al suo ritmo, basta “desiderare con amore l’avvento del Cristo”. Non è questa la “beata speranza” che professiamo a Messa: “Aspettiamo la tua venuta nella gloria”? Per Paolo la “manifestazione” definitiva di Cristo è sempre stato l’orizzonte verso cui correre e riconosce di essere stato abbandonato dagli uomini, ma sempre sostenuto dal Signore. Ccome Cristo in croce e poi Stefano, Paolo perdona perché proprio nell’abbandono degli uomini ha sperimentato la presenza e la forza del Signore.  Le ultime frasi stupiscono: sa che morirà, eppure dice “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà salvo nel suo regno celeste”. Non parla quindi di morte fisica, che attende da un giorno all’altro; parla del pericolo peggiore: dichiarare forfait, abbandonare la corsa, perdere la fedeltà. Da questo “leone” il Signore l’ha preservato. La sua fedeltà non è merito suo, ma forza ricevuta e la morte per lui è solo biologica,bensì il passaggio per entrare nella gloria per cui già intona il cantico della felicità: “A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-19)

 A Cesarea si compie come una svolta, avviene un passaggio importante nella visione di Cristo: da Gesù potente a Gesù Figlio di Dio crocifisso.  Per Matteo l’episodio di Cesarea di Filippo è una tappa decisiva: subito dopo Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. “A partire da questo momento”: quindi si chiude una fase è ciò che sorprende è che nulla di nuovo avvenga nei titoli, ma tutto è posto in una nuova luce. Non si dice nulla di inedito: Gesù si dà il titolo di “Figlio dell’uomo”, che usa già 9 volte in Matteo. Pietro lo proclama “Figlio di Dio”, titolo già usato prima. La novità è il salto di comprensione: il “Figlio dell’uomo” nella Bibbia è il capo del popolo di Dio,  titolo tratto dal libro di  Daniele: “Ecco, sulle nubi del cielo veniva come un Figlio dell’uomo… gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo potere è eterno, il suo regno non sarà distrutto” (Dn 7,13-14). Daniele precisa che il “Figlio dell’uomo” non è un individuo solo, ma un popolo: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre… il regno, il potere e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7,18.27).  Quando Gesù si applica questo titolo si presenta come colui che sta alla testa del popolo di Dio. “Figlio di Dio” è invece un titolo che esprime fiducia, non potenza.  Questo titolo è già usato: al cap. 4 quando il diavolo tenta Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio”. Ha ragione sul titolo, sbaglia sul contenuto: immagina un Figlio potente e invulnerabile che usa il potere per sé. Per Gesù “essere Figlio di Dio” è fidarsi totalmente del Padre e nutrirsi della sua Parola.   Dopo che Gesù cammina sulle acque, i discepoli gli dicono: “Davvero tu sei Figlio di Dio”. Erano colpiti dalla potenza sul mare. Mancava ancora un passo per capire chi è davvero Gesù. La novità di Cesarea è che Pietro proclama “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” non davanti a un miracolo e così l’ambiguità cade e inizia il cammino verso la fede vera. “Beato sei, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.  La novità sta nella congiunzione dei due titoli: “Chi è il Figlio dell’uomo?” chiede Gesù, e Pietro risponde “È il Figlio di Dio”. Gesù farà lo stesso collegamento davanti al sommo sacerdote: “Tu lo dici. Ma io vi dico: d’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,63). Qui non ci si sbaglia più: Dio si rivela non come potenza e maestà, ma come Amore consegnato nelle mani degli uomini. Appena Pietro scopre chi è Gesù,  Gesù gli affida un mandato  per la Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il Figlio dell’uomo è un popolo, non un individuo isolato.  Su cosa costruisce Cristo Dio fatto uomo la sua Chiesa? Su Pietro, persona fragile la cui unica virtù è aver ascoltato ciò che il Padre gli ha rivelato. Il solo pilastro della Chiesa è la fede in Gesù Cristo.  “Ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non significa che Pietro e i successori sono onnipotenti. Significa che Dio si impegna con loro. Se restiamo in comunione con la Chiesa siamo in comunione con Dio. La rassicurazione finale è Cristo che costruisce la Chiesa e sta qui l’ultimo motivo di fiducia: Gesù dice “Io edificherò la mia Chiesa”. Non siamo noi incaricati di costruirla, ma solo di ascoltare ciò che il Dio vivente vuole rivelarci. E perché è Cristo risorto, Figlio del Dio vivente, a costruirla, possiamo esserne certi: “Le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”.

 

+Giovanni D’Ercole

Venerdì, 19 Giugno 2026 11:09

La scoperta di essere degni

Parola e Fede: Dio non è legato a un’espressione esterna

(Mt 8,5-17)

 

Mt scrive il suo Vangelo per incoraggiare i membri di comunità e stimolare la missione ai pagani, che appunto i giudeo cristiani non erano ancora pronti a fare propria.

La Fede incipiente di un pagano convertito è l’esempio che Gesù antepone a quella degli israeliti osservanti.

Ma dire Fede (vv.10.13) significa caldeggiare un’adesione più profonda, e [insieme] una manifestazione meno forte.

Ciò che guarisce è credere all’efficacia della sua sola Parola (vv.8-9.16), evento che possiede forza generatrice e ri-creatrice.

Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su ‘il Monte’ delle Beatitudini crea esclusioni?

O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?

I lontani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni - non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode.

Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che si distinguevano per freschezza d’intuizione sostanziale - e vedevano chiaro.

Bastava comunicare a tu per Tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6).

Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere. Dio è Azione immediata (v.7).

La Relazione personale fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea.

Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede [che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9].

Insomma, il retaggio culturale e il conformismo religioso antico restavano un fardello.

Qua e là mancavano sia l’esperienza del Cristo Salvatore personale, che la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e ‘creatrice’ de «il Monte».

Ma non c’è da temere: Dio ci ha preceduti; il diverso e lontano non è un estraneo, bensì fratello.

Pertanto, ciò che salva non è l’appartenenza a una tradizione o ad nuova moda di pensiero e di culto.

Non esigere che il Signore arrivi in una certa forma significa non immaginarlo legato a una espressione esterna.

Lo si raggiunge e coglie solo intimamente, per visione certa - sgombra di convinzioni immaginate indispensabili - qualunque cosa accada.

Si rivelerà volta per volta nel modo più adatto ai nostri limiti.

Insomma, i distanti da noi sono persone totalmente «degne» sebbene talora vacillanti - come tutti.

Dio è nella loro carne e nel loro focolare.

E nel Cristo veniamo educati a dilatare l’orizzonte dei rapporti verticali esterni, tipici di una religiosità a testa china.

Il Cospetto divino è già dentro le cose del nostro ambiente, e in chi ci affianca - anche oltre confine.

 

 

[Sabato 12.a sett. T.O.  27 giugno 2026]

Venerdì, 19 Giugno 2026 11:06

Fede: scoperta di essere degni

La scoperta di essere degni e il tocco femminile di Gesù

 

(Mt 8,5-17)

 

«L’essenziale è stare nell’ascolto di ciò che sale da dentro.
Le nostre azioni spesso non sono altro che imitazione, dovere ipotetico
o rappresentazione erronea di che cosa deve essere un essere umano.
Ma la sola vera certezza che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti che zampillano nel profondo di noi stessi.
Si è a casa sotto il cielo si è a casa dovunque su questa terra se si porta tutto in noi stessi.
Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto».

[Etty Hillesum, Diario]

 

Dice il Tao Tê Ching (LIII): «La gran Via è assai piana, ma la gente preferisce i sentieri».

Commentando il passo, i maestri Wang Pi e Ho-shang Kung sottolineano: «sentieri tortuosi».

La Fede incipiente di un pagano convertito è l’esempio che Gesù antepone a quella degli israeliti osservanti.

Ciò che guarisce è credere all’efficacia della sua sola Parola (vv.8-9.16), evento che possiede forza generatrice e ricreatrice.

Il Signore dimostra cura, in genere toccando i malati o imponendo le mani, quasi ad assorbire ciò che s’immaginava fosse impurità, alterazione rispetto alla normalità [una “febbre” o paralisi che si riteneva rendesse indegno agli occhi di Dio il bisognoso].

Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su “il Monte” delle Beatitudini crea esclusioni?

O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?

I lontani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni - non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode.

Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che si distinguevano per freschezza d’intuizione sostanziale - e vedevano chiaro.

Bastava comunicare a tu per Tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6).

Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere. Dio è Azione immediata (v.7).

La Relazione personale fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea.

Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede [che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9].

Insomma, il retaggio culturale e il conformismo religioso antico restavano un fardello.

Qua e là mancavano sia l’esperienza del Cristo Salvatore personale, che la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice de «il Monte».

 

Mt scrive il suo Vangelo per incoraggiare i membri di comunità e stimolare la missione ai pagani, che appunto i giudeo cristiani non erano ancora pronti a fare propria.

Ma dire «Fede» (vv.10.13) significa caldeggiare un’adesione più profonda, e [insieme] una manifestazione meno forte.

Espressione di Fede personale non è ripetere o edulcorare una dottrina appresa, né la convinzione altrui.

Non c’è da temere: Dio ci ha preceduti; il diverso e lontano non è un estraneo, bensì fratello.

Pertanto, ciò che salva non è l’appartenenza a una tradizione o moda di pensiero e di culto.

Non esigere che il Signore arrivi in una certa forma significa non immaginarlo legato a una espressione esterna.

Lo si raggiunge e coglie solo intimamente, per visione certa - sgombra di convinzioni immaginate indispensabili - qualunque cosa accada.

Si rivelerà volta per volta nel modo più adatto ai nostri limiti.

 

I distanti da noi sono creature totalmente «degne» sebbene talora vacillanti e fallibili.

Non autonome, insufficienti, come tutti - per il fatto che non si rendono conto che Dio è nella loro carne e nel loro focolare.

Grazie a tale nitida consapevolezza nel Figlio, essi possono finalmente comprendere l’Amore supremo del Padre, gratuito, senza riserve; che sbalordisce, fa superare l’impaccio e li lancia.

Il pagano è condizionato dal suo mondo piramidale, ma incontrando Cristo si scopre persona totalmente adeguata e realizzata.

Non perché ha meritato o concesso favori al popolo eletto, o adempiuto uno speciale genere di osservanze (recitando formule da imprimatur).

Nel Signore, egli stesso viene educato a dilatare l’orizzonte della solita religione - fatta di rapporti verticali esterni.

Sebbene si riconosca manchevole [v.8 testo greco] intuisce che la sua relazione con Dio non dipende da uno scambio di favori.

Tale amicizia personale immediata e spontanea non si fa subalterna ad opere di legge, né scaturisce da norme di purità adempiute.

Tantomeno si assoggetta ad una relazione religiosa a testa china.

 

Il “lontano” comprende l’amore. In tal guisa, egli è già emancipato da una mentalità appariscente, epidermica, comune.

Nel Signore, egli stesso viene educato a dilatare l’orizzonte della solita religione.

Ritiene appunto che la Parola del Signore - per Via, fuori di luoghi e tempi sincronizzati o stabiliti - produca quel che afferma.

E lo realizzi anche a distanza; senza neppure segni clamorosi e perentori, che facciano baccano.

Piuttosto, liberando l’Energia misteriosa [ancora prigioniera] del «Logos» (v.7).

Verbo non convenzionale, che non gira a vuoto.

Ciò, malgrado questa Potenza si possa trovare mescolata a convincimenti talora contraddittori:

Egli è già lontano da una mentalità magica e carnale.

Ma deve ancora fare il passo decisivo, che lo farà crescere oltre - e ci riguarda da vicino.

 

La stima di sé dev’essere attitudine dei figli anche remoti, a ogni costo.

Non per sensazione recondita vaga o emotiva, bensì per Presenza garantita a prescindere - persino già operante, sebbene talora inconsapevole.

Interiorizzarla sarà opera - e il “di più” - della Fede matura, che vede, coglie, penetra le energie preparatorie in atto.

E le attualizza, anticipando futuro.

 

«Io non sono degno» è insieme a «Pietà di me» o «Figlio di Davide» - una delle espressioni più infelici della vita spirituale e missionaria.

Formule che Gesù aborrisce, sebbene siano divenute abituali in alcune espressioni della liturgia.

Il figlio prodigo prova con la medesima sconclusionata espressione [«non sono più degno»] a commuovere il Padre, che appunto non gli consente di finire l’assurda sviolinata.

Piuttosto gl’impedisce di considerarsi «uno dei suoi servi» e mettersi in ginocchio davanti a Lui [Lc 15,21ss].

Questo sarebbe davvero l’unico pericolo che pone a repentaglio tutta la vita; non solo un piccolo tratto di esistenza.

Per Fede in Cristo, da incompleti diventiamo non solo degnissimi, ma siamo così qui e ora Perfetti per realizzare la nostra Vocazione.

Certo, qualche ideologo o purista da mulino bianco potrebbe considerarci fuori moda, o ancora paganeggianti.

 

Il nostro grande e unico rischio è appunto quello di assorbire tali oppressive opinioni dall’ambiente, e lasciarci condizionare.

Ogni contorno funziona non di rado con la logica delle gerarchie ed i rapporti di forza, per cui ad es. l’inferiore non dovrebbe considerarsi allo stesso livello dell’anteposto.

Ma di questo passo non si riesce più a percepire il Cospetto divino.

Il Volto dell’Eterno è dentro noi e in casa nostra; non nella catena di comando con influssi condizionanti, bensì nel nostro ambiente e in chi ci affianca - anche oltre confine.

Famigliari, amici, persone care e non, sono sullo stesso piano. Vale anche con Dio: siamo faccia a faccia.

Neanche conta più lo schema “io e Tu”, col Figlio: perché - Incarnato diffusamente - ha piantato il suo Cielo nonché la sua stessa capacità terapeutica [addirittura di autoguarigione] «in» noi.

 

Grazie al Maestro non siamo più all’interno di una ideologia di sottomessi - identica a quella che vigeva nell’impero - né in una caserma ben disciplinata, a ruoli distinti e ambiti confinati.

L’assetto di correttezze esterne non attiene ai Vangeli.

Insomma, il Padre non chiede più a nessuno di obbedire a delle “autorità”, bensì di «somigliare» a Lui.

Ciò si realizza semplicemente corrispondendo - ciascuno di noi - a questa sorta di Presenza superiore che ci abita e ama.

È la fine delle vuote trafile: siamo intimi e consanguinei del nostro stesso Sé recondito, Volto sovreminente.

Non c’è assolutamente bisogno di «scongiurare» Dio (v.5) come se fossimo dei «subalterni» (v.9).

La nostra opera è quella di dissodare e acquisire un nuovo “occhio”, non di sottostare a organigrammi.

Lo sguardo rinato è intuitivo di altre virtù - non sottostà a nomenclature incapaci di fecondità immediata.

Basta con i sensi di manchevolezza!

Essi finiscono per introdurci in cappe e dinamiche a guglia (v.9) tipiche d’ogni feudalesimo stagnante.

Palude che annienta la potenza nuova d’amore - cronicizzando gli assetti.

Configurazioni ingessate da troppe noiose concatenazioni e monarchie locali [come ad es. constatiamo in provincia].

 

Nell’Ascolto naturale di se stessi e degli eventi, stima genuina e divina Gratuità ci guidano onda su onda verso un nuovo modo di vivere e scambiarsi doni.

Strada impervia per l’abitudine; per l’ovvietà che non sposta i pensieri, e non percepisce.

Cifra inaccessibile a coloro che agiscono per dovere - sentiero enigmatico, poco trasparente, subdolo e assai «tortuoso».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come intendi e coltivi la certa e libera Venuta di Gesù nella tua Casa?

 

 

Cattolica

 

La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24), era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio. Davanti alla fede del Centurione a Cafarnao, Gesù esclama: «Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, allocuzione Concistoro 24 novembre 2012]

 

 

 

La Potenza della Parola e la Creatività

del Tocco sanante di Gesù (al femminile)

 

Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su «il Monte» delle Beatitudini crea esclusioni? O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?

I pagani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni (non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode).

Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che possedevano la freschezza dell’intuizione sostanziale, e vedevano chiaro. Ciò a paragone dei veterani - più legati alle foglie che alla semente - cui proponevano salutari scossoni di Fiducia schietta, sposata alla Novità di Dio.

A differenza dei provenienti dalla religiosità abituale o marcatamente etnica (persino d’Israele) essi avevano già intuito che non era necessario chiedere esplicitamente l’intervento di Cristo - come si faceva con gli dei antichi (e secondo mentalità consueta). 

Bastava comunicare a tu per tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6) - non sollecitarlo al miracolo: acquisizione fondamentale, per poter anche oggi attivare un nuovo corso, e finalmente uscir fuori dall’idea di cultura organica ben cesellata (ed eletta).

È il Risorto a fare autenticamente il bene opportuno... e tutto il resto: come in Gesù - forti dell’esperienza intima del Padre nello Spirito - anche a noi basta la Fede, ossia la confidenza nuziale e fertile nella Parola, efficace e inventiva.

Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere.

Dio è Azione immediata (v.7): non ama farsi “pregare e ripregare” - come fosse un sovrano qualsiasi, che si compiace di costringere i sudditi alle deferenze (in vista d’un conseguente paternalismo di rapporti).

La Relazione fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea, senza mezzucci di mediazione alcuna: il lavoro della Grazia è affatto condizionato da riconoscimenti e formule, o titoli “interni”, rango da veterani; né inchini mirati, “mazzette” previe, o trafile.

Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede (che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9).

Non è come nelle magie: l’intima sensibilità della relazione di Fede comunica all’occhio dell’anima una Visione di nuova genesi. Non dottrina, disciplina, morale, appuntamenti di rito e così via.

Si tratta di un quadro di futuro (fortemente esistenziale) che non serve per anticipare (v.13) un risultato egoista, utile solo per il soggetto credente, o da nomenclatura: è per la promozione della vita, ovunque.

Ciò corrisponde all’anelito più radicato del nostro cuore.

Infatti, altra grande novità della proposta del nuovo Rabbi - che si diffondeva - era l’accettazione delle donne quali diremmo oggi “diaconesse” (cf. v.15 verbo greco) della Chiesa qui nella figura della Casa di Pietro (v.14).

Era quanto stava accadendo fin dalla metà del primo secolo (cf. Rm 16,1) e che ha ancora molto da insegnarci. Con Dio non ci si può abituare alle formalità (pluri)secolari svuotate di vita.

Ma le tradizioni religiose resistevano all’arrembaggio dell’esperienza di Fede-Amore: ancora a metà anni 70 le comunità non si sentivano libere di raccogliere i bisognosi di cura se non scoccata la sera (v.16).    

Secondo il passo parallelo di Mc 1,21.29-34 (fonte del brano di Mt) era infatti giorno di sabato - e dopo l’uscita dalla sinagoga. Lo stesso impedimento e ritardo descritto nell’episodio della Maddalena al sepolcro, la mattina di Pasqua.

Il retaggio culturale e il sacro conformismo religioso restavano un bel fardello per l’esperienza del Cristo Salvatore personale, e la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice de «il Monte».

 

Scrive il Tao (xxviii): «Chi sa d’esser maschio, e si mantiene femmina, è la forza del mondo; essendo la forza del mondo, la virtù mai si separa da lui, ed ei ritorna a essere un pargolo. Chi sa d’esser candido, e si mantiene oscuro, è il modello del mondo; essendo il modello del mondo, la virtù mai non si scosta da lui; ed ei ritorna all’infinito. Chi sa d’esser glorioso, e si mantiene nell’ignominia, è la valle del mondo; essendo la valle del mondo, la virtù sempre si ferma in lui; ed ei ritorna ad esser grezzo [genuino, non artefatto]. Quando quel ch’è grezzo vien tagliato, allora se ne fanno strumenti; quando l’uomo santo ne usa, allora ne fa i primi tra i ministri. Per questo il gran governo non danneggia».

E così commenta il maestro Wang Pi: «Quella del maschio è qui la categoria di chi precede, quella della femmina è la categoria di chi segue. Chi sa d’essere il primo del mondo deve porsi per ultimo: per questo il santo pospone la sua persona e la sua persona vien premessa. Una gola fra i monti non cerca le creature, ma queste da sé si volgono ad essa. Il pargolo non s’avvale della sapienza, ma s’adegua alla sapienza della spontaneità».

 

 

Nel Vangelo apocrifo di Tommaso leggiamo ai nn.22-23:

 

«Gesù vide dei piccoli che prendevano il latte

E disse ai suoi discepoli:

“Questi piccoli lattanti somigliano a coloro

Che entrano nel Regno”.

Loro gli chiesero:

“Se saremo come quei bimbi, entreremo nel Regno?”

Gesù rispose loro:

“Quando farete di due cose una unità e farete

L’interno uguale all’esterno e l’esterno uguale all’interno

E il superiore uguale all’inferiore,

Quando ridurrete il maschio e la femmina a un unico essere

Così che il maschio non sia solo maschio

E la femmina non resti solo femmina,

Quando considerate due occhi come unità di occhio

Ma una mano come unità di mano

E un piede come unità di piede,

Una funzione vitale in luogo di una funzione vitale

Allora troverete l’entrata del Regno”».

 

 

«Gesù ha detto:

“Io vi sceglierò uno fra mille e due fra diecimila

E questi si troveranno ad essere un individuo solo”».

 

 

Venerdì, 19 Giugno 2026 11:00

Figlio dell’uomo

Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, Concistoro 24 novembre 2012]

Venerdì, 19 Giugno 2026 10:54

La Fede in Cristo

1. Guardando all'obiettivo primario del Giubileo, che è "il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani" (Tertio millennio adveniente, 42), dopo aver delineato nelle precedenti catechesi i tratti fondamentali della salvezza offerta da Cristo, ci fermiamo oggi a riflettere sulla fede che egli si attende da noi.

A Dio che si rivela - insegna la Dei Verbum - è dovuta "l'obbedienza della fede" (n. 5). Dio si è rivelato nell'Antica Alleanza, domandando al popolo da lui scelto una fondamentale adesione di fede. Nella pienezza dei tempi, questa fede è chiamata a rinnovarsi e svilupparsi, per rispondere alla rivelazione del Figlio di Dio incarnato. Gesù la richiede espressamente, rivolgendosi ai discepoli nell'ultima Cena: "Avete fede in Dio; abbiate fede anche in me" (Gv 14,1).

2. Gesù aveva già chiesto al gruppo dei dodici Apostoli una professione di fede nella sua persona. Presso Cesarea di Filippo, dopo aver interrogato i discepoli sui pareri espressi dalla gente circa la sua identità, egli domanda: "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16,15). La risposta viene da Simone: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (16,16).

Immediatamente Gesù conferma il valore di questa professione di fede, sottolineando che essa non procede semplicemente da un pensiero umano, ma da un'ispirazione celeste: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17). Queste espressioni di forte colore semitico designano la rivelazione totale, assoluta e suprema: quella che si riferisce alla persona del Cristo Figlio di Dio.

La professione di fede fatta da Pietro rimarrà espressione definitiva dell'identità di Cristo. Marco ne riprende i termini per introdurre il suo Vangelo (cfr Mc 1,1), Giovanni vi fa riferimento alla conclusione del suo, affermando di averlo scritto perché si creda "che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio", e perché, credendo, si possa avere la vita nel suo nome (cfr Gv 20,31).

3. In che cosa consiste la fede? La Costituzione Dei Verbum spiega che con essa "l'uomo si abbandona a Dio tutt'intero liberamente, prestandogli 'il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà' e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui" (n. 5). La fede non è, dunque, solo adesione dell'intelligenza alla verità rivelata, ma anche ossequio della volontà e dono di sé a Dio che si rivela. E' un atteggiamento che impegna l'intera esistenza.

Il Concilio ricorda ancora che per la fede sono necessari "la grazia di Dio, che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità" (ibid.). Si vede così come la fede, da una parte, fa accogliere la verità contenuta nella Rivelazione e proposta dal magistero di coloro che, come Pastori del Popolo di Dio, hanno ricevuto un "carisma certo di verità" (Dei Verbum, 8). D'altra parte, la fede spinge anche ad una vera e profonda coerenza, che deve esprimersi in tutti gli aspetti di una vita modellata su quella di Cristo.

4. Frutto com'è della grazia, la fede esercita un influsso sugli avvenimenti. Lo si vede mirabilmente nel caso esemplare della Vergine Santa. Nell'Annunciazione la sua adesione di fede al messaggio dell'angelo è decisiva per la stessa venuta di Gesù nel mondo. Maria è Madre di Cristo perché prima ha creduto in Lui.

Alle nozze di Cana Maria per la sua fede ottiene il miracolo. Dinanzi a una risposta di Gesù che sembrava poco favorevole, Ella mantiene un atteggiamento fiducioso, diventando così modello della fede audace e costante che supera gli ostacoli.

Audace e insistente fu anche la fede della cananea. A questa donna, venuta a chiedere la guarigione della figlia, Gesù aveva opposto il piano del Padre, che limitava la sua missione alle pecore perdute della casa d'Israele. La cananea rispose con tutta la forza della sua fede e ottenne il miracolo: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri" (Mt 15,28).

5. In molti altri casi il Vangelo testimonia la potenza della fede. Gesù esprime la sua ammirazione per la fede del centurione: "In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande" (Mt 8,10). E a Bartimeo dice: "Va', la tua fede ti ha salvato" (Mc 10,52). La stessa cosa ripete all'emorroissa (cfr Mc 5,34).

Le parole rivolte al padre dell'epilettico, che desiderava la guarigione del figlio, non sono meno impressionanti: "Tutto è possibile per chi crede" (Mc 9,23).

Il ruolo della fede è di cooperare con questa onnipotenza. Gesù chiede tale cooperazione al punto che, tornando a Nazaret, non opera quasi nessun miracolo per il motivo che gli abitanti del suo villaggio non credevano in lui (cfr Mc 6,5-6). Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva.

San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28). Non bisogna, tuttavia, dimenticare che san Paolo pensava a quella fede autentica e piena "che opera per mezzo della carità" (Gal 5,6). La vera fede è animata dall'amore verso Dio, che è inseparabile dall'amore verso i fratelli.

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 18 marzo 1998]

Venerdì, 19 Giugno 2026 10:40

A guardia bassa

Lasciamoci incontrare da Gesù «con la guardia bassa, aperti», affinché egli possa rinnovarci dal profondo della nostra anima. È questo l’invito di Papa Francesco all’inizio del tempo di Avvento. Il Pontefice lo ha rivolto ai fedeli durante la messa celebrata questa mattina, lunedì 2 dicembre, nella cappella di Santa Marta.

Il cammino che cominciamo in questi giorni, ha esordito, è «un nuovo cammino di Chiesa, un cammino del popolo di Dio, verso il Natale. E camminiamo all’incontro del Signore». Il Natale è infatti un incontro: non solo «una ricorrenza temporale oppure — ha specificato il Pontefice — un ricordo di qualcosa bella. Il Natale è di più. Noi andiamo per questa strada per incontrare il Signore». Dunque nel periodo dell’Avvento «camminiamo per incontrarlo. Incontrarlo con il cuore, con la vita; incontrarlo vivente, come lui è; incontrarlo con fede».

In verità, non è «facile vivere con la fede», ha notato il vescovo di Roma. E ha ricordato l’episodio del centurione che, secondo il racconto del vangelo di Matteo (8, 5-11), si prostra dinnanzi a Gesù per chiedergli di guarire il proprio servo. «Il Signore, nella parola che abbiamo ascoltato — ha spiegato il Papa — si meravigliò di questo centurione. Si meravigliò della fede che lui aveva. Aveva fatto un cammino per incontrare il Signore. Ma l’aveva fatto con fede. Per questo non solo lui ha incontrato il Signore, ma ha sentito la gioia di essere incontrato dal Signore. E questo è proprio l’incontro che noi vogliamo, l’incontro della fede. Incontrare il Signore, ma lasciarci incontrare da lui. È molto importante!».

Quando ci limitiamo solo a incontrare il Signore, ha puntualizzato, «siamo noi — ma questo diciamolo tra virgolette — i “padroni” di questo incontro». Quando invece «ci lasciamo incontrare da lui, è lui che entra dentro di noi» e ci rinnova completamente.

«Questo — ha ribadito il Santo Padre — è quello che significa quando viene Cristo: rifare tutto di nuovo, rifare il cuore, l’anima, la vita, la speranza, il cammino».

In questo periodo dell’anno liturgico, dunque, siamo in cammino per incontrare il Signore, ma anche e soprattutto «per lasciarci incontrare da lui». E dobbiamo farlo con cuore aperto, «perché lui mi incontri, mi dica quello che vuole dirmi, che non sempre è quello che voglio che lui mi dica!». Non dimentichiamo allora che «lui è il Signore e lui mi dirà quello che ha per me», per ciascuno di noi, perché «il Signore — ha precisato il Pontefice — non ci guarda tutti insieme, come una massa: no, no! Lui ci guarda uno a uno, in faccia, negli occhi, perché l’amore non è un amore astratto ma è un amore concreto. Persona per persona. Il Signore, persona, guarda a me, persona». Ecco perché lasciarci incontrare dal Signore significa in definitiva «lasciarci amare dal Signore».

«Nella preghiera all’inizio della messa — ha ricordato il Pontefice — abbiamo chiesto la grazia di fare questo cammino con alcuni atteggiamenti che ci aiutano. La perseveranza nella preghiera: pregare di più. La operosità nella carità fraterna: avvicinarci un po’ di più a quelli che hanno bisogno. E la gioia nella lode del Signore». Dunque «cominciamo questo cammino con la preghiera, la carità e la lode, a cuore aperto, perché il Signore ci incontri». Ma, ha chiesto il Papa in conclusione, «per favore, che ci incontri con la guardia bassa, aperti!».

[Papa Francesco, omelia a s. Marta, in L’Osservatore Romano del 03.12.2013]

                                                                                                                                                        L’istrione.

Nel vocabolario Treccani alla voce istrione si legge: “chi recita in azioni sceniche”. Nell’uso comune  e in senso figurato: “chi nella  vita assume atteggiamenti esageratamente teatrali; chi simula in modo plateale e poco dignitoso”.

Anni fa (tanti), quando  ero ancora adolescente, Charles Aznavour pubblicò una bellissima canzone  che pronunciava queste parole: “Io sono un istrione. Ma la genialità è nata insieme a me […] ma la teatralità scorre dentro di me”.

Canzone che se non erro dovrebbe essere stata riproposta dopo un lasso di tempo da Massimo Ranieri.

Forse i meno giovani ricorderanno anche la prima pubblicazione.

Giorni fa incontro un giovane con atteggiamento da Vip che conosco fin dalla sua nascita.

Egli si ferma, mi saluta cordialmente e inizia a raccontarmi della sua vita, del suo lavoro nel mondo della politica e dei suoi viaggi .

Dice che un suo obiettivo è quello di visitare le meraviglie del mondo e che è appena tornato da una di queste mete. Dice solennemente che ne ha già visitate diverse.

Il tutto senza che io avessi chiesto qualcosa, anche perché non me ne ha dato il tempo. 

Era troppo impegnato nel suo soliloquio e io ero solo uno spettatore.

Al termine del suo discorso mi comunica che ha concluso una cura odontoiatrica per un dente che gli ha dato parecchi problemi e che è ancora sofferente […] mi elenca le medicine che sta assumendo. Poi mi guarda e ironicamente ribadisce che quando i medici trovano delle difficoltà nel loro lavoro, dicono sempre che è colpa della psiche .

E qui una fragorosa risata, unitamente a tutto il “pathos” con cui aveva tessuto la narrazione.

Mancava solo l’applauso finale, che non c’è stato. Solo un cordiale arrivederci.                                                                          La mia deformazione professionale si è messa in moto, riflettendo su quanto era accaduto.

Ci sono delle persone che hanno bisogno più che di incontrare l’altro, di esibirsi e di cercare l’approvazione altrui.   

Cosa che nei limiti accettabili, facciamo un po’ tutti e che ci dà piacere. Questi soggetti a volte vanno a caccia di un “pubblico” dove esternare ed esibire i propri sentimenti, vissuti, senza preoccuparsi di costruire una relazione, un incontro - e una volta comunicato le proprie emozioni, se ne vanno in modo rapido e spesso alla ricerca di un altro “pubblico”. 

Devono stare sempre al centro dell’attenzione ed esprimono spesso le loro emozioni in maniera  plateale. Tutto quello che realizzano è qualcosa di grandioso, tutto il loro operare è “un trionfo”.

Dietro questo atteggiamenti di solito si incontra una enorme paura di restare soli, di essere abbandonati. Certo tutti noi abbiamo un po’ queste paure, ma non ricorriamo a meccanismi compensatori di quel tipo.

A volte abbiamo timore di certe emozioni che proviamo, come se temessimo che quello che proviamo non sia salutare. 

Dobbiamo tenere sempre presente che quello che succede nella nostra psiche non è tutto casuale e patologico, ma finalistico e costruttivo. Non ci sono solo i demoni, ci sono anche gli angeli.

Non ricordo se questo concetto lo ho già espresso, comunque lo ribadisco perché lo ritengo importante e perché  penso che ci si   spaventi meno se ci accorgiamo di provare certe sensazioni.

Senza citare manuali e classificazioni psicologiche… a noi tutti sarà capitato di aver provato in particolari periodi della vita sensazioni come quelle descritte sopra.

Gli individui che hanno queste caratteristiche sono “teatrali” e esprimono le loro esperienze in maniera ingrandita.

Possono essere seduttivi o anche provocatori.

Usano il loro aspetto fisico in maniera esagerata per essere notati e sembrare interessanti.

Si basano più sull’emozione che sulla riflessione, e tendono all’esteriorità, alla banalità.

Sono anche persone condizionabili e idealizzano le persone che ammirano; a volte fino ad imitarle.

Sognano l’amore ideale, ma spesso si coinvolgono in affetti inadatti e irrealizzabili.

Ingigantiscono ogni sensazione corporea, senza che ci sia un reale dolore organico.

In casi gravi diverse sono le persone che convertono e scaricano queste emozioni su parti del corpo  psichicamente significative per il soggetto e per la sua storia.

E allora come umoristicamente diceva il giovane Vip di cui sopra entra in gioco la psiche .

Non vorrei annoiare i lettori o essere io stesso plateale, ma spesso diversi individui hanno manifestato il loro malessere  col corpo.

Alcuni in maniera più visibile, altri in una forma più velata, ma forse più interessante e affascinante per un “addetto ai lavori”.

In letteratura si parla spesso di cecità isterica.

Questa gente non riesce a vedere bene - in misura più o meno grave. Ricordo che giunse all’osservazione psicologica del nostro servizio un adolescente con problemi visivi (mandato dal reparto oculistico).

Non sempre però si accetta che i problemi obiettivi possono avere una causa “interiore” e allora sovente o si abbandona l’ indagine psicologica ritenuta come offensiva, o si cercano altre soluzioni che possono dare l’illusione di una via d’uscita.

Capita anche che alcuni soggetti, avendo avuto come indicazione un’indagine “interiore” da centri  di eccellenza italiani, poi non accettando ciò che e stato loro suggerito, si rivolgano a privati che propongono soluzioni a volte purtroppo dannose.

 

Dr. Francesco Giovannozzi, Psicologo Psicoterapeuta.

Giovedì, 18 Giugno 2026 04:54

Disagio: luogo del Contatto

Il lebbroso e il Tocco creativo, che lo reintegra

(Mt 8,1-4)

 

Ci chiediamo: in che modo Gesù praticava la Legge? Il suo Tocco trasgressivo ne riassume vita ed esito, insegnamento e missione.

Gli emarginati arrivavano vicino a Cristo, che non allontanava nessuno - contravvenendo apertamente la norma della Torah (Lv 13) la quale imponeva di scacciare gl’immondi, e ad essi di lasciarsi escludere.

Per ogni rifiutato dal giro dei legalisti ipocriti c’è una sola via d’uscita, sempre: farsi curare da Dio stesso. E inventarsi il modo per aggirare la legge [anche devota] onde poter avere un rapporto personale - senza condizioni previe di purità.

Non ci si salva da soli: l’immacolatezza può essere solo donata. Ma spesso anche chi è chiamato ad aiutare si rifiuta di occuparsene - rinchiudendo proprio il bisognoso in un’assurda solitudine.

Per il Signore l’esclusivismo religioso è una squallida invenzione di potentati opportunisti e guide devianti, che distorcono il volto di Dio per soggiogare le coscienze.

Il Padre accoglie tutti come figli; Gesù come amici - e lo fa con violazione [anche Lui] di alcune disposizioni.

Così l’uomo di Fede abbraccia sorelle e fratelli, escludendo il vaglio cautelativo di condizioni a monte, giudizi moralisti o sacrali, e mentalità.

Ma in quella cultura era solo il certificato di sanità emesso dai sacerdoti (v.4) a significare: “ora puoi vivere riammesso in società”.

Nella composizione della pericope l’evangelista vuol dire: è l’incontro con Cristo che guarisce e diventa il gratuito lasciapassare anche per essere accettati in comunità - non le precauzioni, né la trafila di discipline dell’arcano [sempre dirette da coloro che si ritengono sani e non contagiati].

Non bisogna essere già perfetti e col certificato, per venire ammessi o reintegrati, e frequentare la chiesa come “non sgraditi”.

Il Salvatore mal sopporta le emarginazioni o le realtà esclusive, grazie alle quali mai recupereremmo l’innocenza originaria che pur promettono.

È invece il Gratis di Gesù che fa esistere senza condizioni, con normalità e pienezza.

Lui stesso obbliga le autorità a riconoscere il fatto che siamo puri, completi (per vivere la nostra vocazione) e sanati; abilitati in pieno a stare con gli altri e non esser mandati via.

Il Messaggio era proprio strano per le idee convenzionali, ma si diffondeva, suscitando entusiasmo proprio fra gli allontanati dal ‘centro’ [cf. parallelo Mc 1,45]: Dio non ha ripugnanze.

E laddove le disposizioni sul territorio risultassero contrarie al suo progetto umanizzante, bisognerebbe inventarsi qualcosa - pur di avere un rapporto personale, un incontro, un minimo di contatto a tu per tu.

Non di rado (purtroppo) senza faccia tosta nel trasgredire il precetto religioso, l’iniziativa d’amore che rinnova la faccia della terra non può scattare, e la morte torna a ghermirci, annientando ogni anelito di vita.

Sembra un paradosso, ma talora non ci si rimette in piedi altrimenti che aggirando gli ostacoli di alcune disposizioni, con estremo coraggio e a rischio di ulteriore emarginazione.

Lo vediamo nel Figlio che ci risolleva, contravventore delle procedure formali esclusive: un ‘divino eccentrico’ che ha il potere di vincere il male più lacerante: quello che corrode dentro ed esclude.

Anche oggi lo Spirito di risanamento irrompe nella nostra realtà, facendo breccia tra dure tavole di pietra esteriori, per poter dilagare - e occupare finalmente il centro del nostro cammino.

 

 

[Venerdì 12.a sett. T.O.  26 giugno 2026]

Giovedì, 18 Giugno 2026 04:51

Disagio: luogo del Contatto

Il lebbroso e il Tocco creativo, che lo reintegra

(Mt 8,1-4)

 

Ci chiediamo: in che modo Gesù praticava la Legge? Il suo Tocco trasgressivo ne riassume vita ed esito, insegnamento e missione.

Gli emarginati arrivavano vicino a Cristo, che non allontanava nessuno - contravvenendo apertamente la norma della Torah (Lv 13) la quale imponeva di scacciare gl’immondi, e ad essi di lasciarsi escludere.

Per ogni rifiutato dal giro dei legalisti ipocriti c’è una sola via d’uscita, sempre: farsi curare da Dio stesso. E inventarsi il modo per aggirare la legge [anche devota] onde poter avere un rapporto personale - senza condizioni previe di purità.

Non ci si salva da soli: l’immacolatezza può essere solo donata. Ma spesso anche chi è chiamato ad aiutare si rifiuta di occuparsene - rinchiudendo proprio il bisognoso in un’assurda solitudine.

Per il Signore l’esclusivismo religioso è una squallida invenzione di potentati opportunisti e guide devianti, che distorcono il volto di Dio per soggiogare le coscienze.

Il Padre accoglie tutti come figli; Gesù come amici - e lo fa con violazione [anche Lui] di alcune disposizioni.

Così l’uomo di Fede abbraccia sorelle e fratelli, escludendo il vaglio cautelativo di condizioni a monte, giudizi moralisti o sacrali, e mentalità.

Ma in quella cultura era solo il certificato di sanità emesso dai sacerdoti (v.4) a significare: “ora puoi vivere riammesso in società”.

Nella composizione della pericope l’evangelista vuol dire: è l’incontro con Cristo che guarisce e diventa il gratuito lasciapassare anche per essere accettati in comunità - non le precauzioni, né la trafila di discipline dell’arcano [sempre dirette da coloro che si ritengono sani e non contagiati].

Non bisogna essere già perfetti e col certificato, per venire ammessi o reintegrati, e frequentare la chiesa come “non sgraditi”.

Il Salvatore mal sopporta le emarginazioni o le realtà esclusive, grazie alle quali mai recupereremmo l’innocenza originaria che pur promettono.

È invece il Gratis di Gesù che fa esistere senza condizioni, con normalità e pienezza.

Lui stesso obbliga le autorità a riconoscere il fatto che siamo puri, completi (per vivere la nostra vocazione) e sanati; abilitati in pieno a stare con gli altri e non esser mandati via.

Il Messaggio era proprio strano per le idee convenzionali, ma si diffondeva, suscitando entusiasmo proprio fra gli allontanati dal ‘centro’ [cf. parallelo Mc 1,45]: Dio non ha ripugnanze.

E laddove le disposizioni sul territorio risultassero contrarie al suo progetto umanizzante, bisognerebbe inventarsi qualcosa - pur di avere un rapporto personale, un incontro, un minimo di contatto a tu per tu.

Non di rado (purtroppo) senza faccia tosta nel trasgredire il precetto religioso, l’iniziativa d’amore che rinnova la faccia della terra non può scattare, e la morte torna a ghermirci, annientando ogni anelito di vita.

Sembra un paradosso, ma talora non ci si rimette in piedi altrimenti che aggirando gli ostacoli di alcune disposizioni, con estremo coraggio e a rischio di ulteriore emarginazione.

Lo vediamo nel Figlio che ci risolleva, contravventore delle procedure formali esclusive: un ‘divino eccentrico’ che ha il potere di vincere il male più lacerante: quello che corrode dentro ed esclude.

Anche oggi lo Spirito di risanamento irrompe nella nostra realtà, facendo breccia tra dure tavole di pietra esteriori, per poter dilagare - e occupare finalmente il centro del nostro cammino.

 

«Il Vangelo ci mostra Gesù a contatto con la forma di malattia considerata a quei tempi la più grave, tanto da rendere la persona “impura” e da escluderla dai rapporti sociali: parliamo della lebbra. Una speciale legislazione (cfr Lv 13-14) riservava ai sacerdoti il compito di dichiarare la persona lebbrosa, cioè impura; e ugualmente spettava al sacerdote constatarne la guarigione e riammettere il malato risanato alla vita normale.

Mentre Gesù andava predicando per i villaggi della Galilea, un lebbroso gli si fece incontro e gli disse: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale – e gli dice: “Lo voglio, sii purificato!”. In quel gesto e in quelle parole di Cristo c’è tutta la storia della salvezza, c’è incarnata la volontà di Dio di guarirci, di purificarci dal male che ci sfigura e che rovina le nostre relazioni. In quel contatto tra la mano di Gesù e il lebbroso viene abbattuta ogni barriera tra Dio e l’impurità umana, tra il Sacro e il suo opposto, non certo per negare il male e la sua forza negativa, ma per dimostrare che l’amore di Dio è più forte di ogni male, anche di quello più contagioso e orribile. Gesù ha preso su di sé le nostre infermità, si è fatto “lebbroso” perché noi fossimo purificati.

Uno splendido commento esistenziale a questo Vangelo è la celebre esperienza di san Francesco d’Assisi, che egli riassume all’inizio del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF, 110). In quei lebbrosi, che Francesco incontrò quando era ancora “nei peccati - come egli dice -, era presente Gesù; e quando Francesco si avvicinò a uno di loro e, vincendo il proprio ribrezzo, lo abbracciò, Gesù lo guarì dalla sua lebbra, cioè dal suo orgoglio, e lo convertì all’amore di Dio. Ecco la vittoria di Cristo, che è la nostra guarigione profonda e la nostra risurrezione a vita nuova!»

[Papa Benedetto, Angelus del 12 febbraio 2012]

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Nella tua vicenda spirituale, cosa vince? Il Tocco di Cristo o quello delle circostanze, dei manierismi, della catena di comando?

Di che genere è il tuo Tocco? Sanante o a pugno chiuso? Sai collocare le persone nel loro Centro, e in tal guisa farle sentire adeguate?

 

 

Il lebbroso e il Tocco

(Mc 1,40-45)

 

«Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio, che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio. Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno» [Papa Francesco].

 

 

Il lebbroso senza nome ci rappresenta. E il Tocco di Gesù ne riassume vita, insegnamento e missione.

Si manifesta in specie quando l’ambiente emargina l’unicità dell'anima, e una parte di noi sembra insofferente, vuole il nuovo.

Alcuni aspetti consolidati non ci appartengono più. Tale certezza morale nell’anima è una spia preziosa, da non tacitare.

Nella persona inquieta e malgiudicata c’è spesso una avversione esterna - condizionata - e una anche intuitiva, interna.

Non siamo placati dallo stile di vita artificiosa che conduciamo, quasi costretti - e neppure dall’idea stessa di noi.

Allora chiediamo: c’è terapia ai meccanismi che non ci appartengono, e a quelli che d’istinto valutiamo nel nostro carattere, superati?

Sì, perché il disagio può diventare conoscenza: è un linguaggio primordiale in grado di guidarci verso il cambiamento.

La disaffezione e la percezione di straniamento fanno affiorare nuova consapevolezza.

Lo scontento genera urto, sogni d’attesa, quindi l’Esodo ormai non procrastinabile.

 

Dove cercare fiducia e trovare appoggio, onde superare gli automatismi?

Nel Vivente stesso, che è tutto fuori dei binari, e non teme di contaminarsi - neppure con un individuo coperto di malattia e incrinature [«lebbroso»: v.40].

Nessun affetto da “lebbra” o malattie della pelle poteva avvicinare qualcuno - tantomeno un uomo di Dio - ma Mc vuole sottolineare che è il modo consueto di intendere la religione [e il proprio “posto”] che rende impuri.

Le norme legaliste emarginano le persone e le colpevolizzano, le fanno sentire sporche dentro - inculcando quel senso d’indegnità che incide negativamente sulla loro evoluzione.

Certo, resi trasparenti in Dio, tutti ci cogliamo pieni di mali. Ma ciò non deve segnare la nostra storia, a motivo della fallibilità; con una cappa di identificazioni insuperabili.

In tal guisa, la percezione non disintegra nel tormento. Anzi, senza posa lo spostamento di sguardo presenta orizzonti, suggerisce percorsi, innesca reazioni anche trasgressive - almeno dal punto di vista dei capi d’imputazione intransigenti, tutti lontani dalla vita reale.

Siamo interpellati perfino dalla banalità delle concatenazioni, ma il nostro oggi e il domani possono non risultare dal nostro ieri [tessuto di condanne qualunque, prevedibili].

 

In Cristo la povertà diventa più che una speranza (vv.40-42). Dunque, attenzione ai modelli!

Non bisogna essere “mondi e precisi” per avere «poi» il diritto di presentarsi a Dio: il suo Amore è sintomatico e coinvolgente, perché non attende prima le perfezioni dell’altro.

La Fonte del Gratis trasforma e rende essa trasparenti: non modula la generosità sulla base di meriti - al contrario, dei bisogni.

La direttiva religiosa arcaista accentuava le esclusioni - così castigava i malfermi alla solitudine, all’emarginazione sociale.

Il lebbroso doveva vivere lontano. Ma avendo capito che solo la Persona del Signore poteva farlo “puro”, egli accantona la Legge che lo aveva messo in castigo per vacui pregiudizi.

 

Mc vuol dire: non bisogna aver timore di denunciare con la propria iniziativa che alcuni costumi sono contrari al progetto di Dio.

Di fatto, non c’è modo di arrivare vicino al Cristo (ossia avere un rapporto personale) senza inventarsi ciascuno di noi una chance che dribbli la solita gente attorno a Lui - e assolutamente non ne ricalchi la mentalità.

L’ambiente devoto o sofisticato tenterà di porre freno a qualsiasi eccentricità individuale.

Ma nel rapporto con Dio e per realizzare la vita è decisivo che restiamo amanti della comunicazione diretta.

In ogni condizione siamo nel dialogo eccentrico con la Fonte rigeneratrice e superiore; appassionati del vissuto d’amore, che non sussiste senza libertà.

 

Per aiutare il fratello precario su cui pende la sentenza d’impurità - “prossimo” visto inappellabilmente contaminato - anche il Figlio trasgredisce la prescrizione religiosa!

Per rimanere indefettibili, il precetto sacro imponeva di stare in guardia dai lebbrosi - affetti da un male che corrode dentro, immagine stessa del peccato.

Quel gesto spregiudicato impone anche a noi troppo riguardosi la pratica del rischio, della demistificazione.

Infatti, per norma di religione il Signore stesso col suo Tocco diventa un inquinato da sanare e tenere distante (v.45) - privo di diritti.

Tuttavia, reinterpretando le prescrizioni dei primordi (v.44) Gesù rivela il volto del Padre: vuole che ciascuno di noi possa vivere con gli altri ed essere accettato, non segregato.

Sta dicendo ai suoi, che già nelle prime comunità dimostravano tendenze strane: siete obbligati ad accogliere in tutto anche i disadattati, fuori del giro e miserabili, e lasciarli prendere parte attiva alle liturgie, agli incontri, alla gioia delle feste.

Il Risorto (v.45) continua a suggerirci, sfidando l’opinione pubblica:

«Il certificato di guarigione glielo fornisco io, alla gente che fate sentire in colpa. I miei responsabili di chiesa non devono avallare, bensì solo constatare che il difetto dei mancanti me lo sono assorbito io - anzi, in me diventerà sbalordimento».

Proposta davvero amabile, priva di forzature e dissociazioni.

 

Nell’attitudine d’una spiritualità capovolta - non selettiva né vuota - eccoci spinti all’annuncio entusiasta dell’esperienza concreta che ciascuno tiene con la persona del Cristo.

Ciò anche se in un primo tempo essa può risultare carente, perché Egli non ama essere considerato un re trionfante di questo mondo (v.44a).

Bella comunque, tale sovversione: quella che unisce i tratti divini e umani, in modo incomparabile.

Per ciascuno, senza tare isteriche.

Rovesciamento che offre a noi la purità di Dio e affida a Lui la nostra incertezza: appunto, unica “scandalosa” eversione che riunisce molte folle «da ogni parte» (v.45).

 

Dice infatti il Tao Tê Ching (LXIII):

«Progetta il difficile nel suo facile, opera il grande nel suo piccolo: le imprese più difficili sotto il cielo certo cominciano nel piccolo. Per questo il santo non opera il grande, e così può completar la sua grandezza».

 

Questa sì è Sapienza naturale, che trasmette autostima, e ci stupirà di fioriture. Complicità d’un Dio finalmente non sgradevole.

Eterno che si rende Presente nel fondamento e nel senso stesso del luogo divino-umano sulla terra, la sua Vigna d’inapparenti.

Così può abbattere le barriere dei difetti “religiosi”, e far sentire ciascuno adeguato.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come sfidi l’opinione pubblica del tuo tempo, per favorire la pratica dell’uguaglianza, della libertà, dell’amore conviviale?

Ti sei mai stupito dei tuoi lati in ombra, divenuti perle preziose, di valore inaudito?

Hai incontrato guide appassionate, che ti hanno insegnato a voler bene ai tuoi difetti religiosi?

 

 

La purità rituale è completamente accessoria

 

Il proclama evangelico di «beatitudine», di felicità, conserva ed accresce la sua piena validità oggi, in cui i cattolici e tutti gli uomini di buona volontà del mondo intero sono invitati ad esprimere, con un gesto concreto e fattivo la loro solidarietà con i fratelli lebbrosi.

La lebbra! Il solo nome, ancor oggi, ispira a tutti un senso di sgomento e di orrore. Sappiamo dalla storia che tale sentimento era fortemente percepito presso gli antichi, in particolare presso i popoli dell’Oriente, ove, per motivi climatici ed igienici, tale morbo era molto avvertito. Nell’Antico Testamento (Cfr. Lev. 13-14) riscontriamo una puntuale e minuta casistica e legislazione nei confronti dei colpiti dalla malattia: le paure ancestrali, la concezione diffusa circa la fatalità, l’incurabilità ed il contagio, costringevano il popolo ebraico ad usare le opportune misure di prevenzione, mediante l’isolamento del lebbroso, il quale, considerato in stato di impurità rituale, veniva a trovarsi fisicamente e psicologicamente emarginato ed escluso dalle manifestazioni familiari, sociali e religiose del popolo eletto. Inoltre, la lebbra si configurava come un marchio di condanna, in quanto la malattia era considerata un castigo di Dio. Non rimaneva se non la speranza che la potenza dell’Altissimo volesse guarire i colpiti.

Gesù, nella sua missione di salvezza, ha spesso incontrato i lebbrosi, questi esseri sfigurati nella forma, privi del riflesso dell’immagine della gloria di Dio nell’integrità fisica del corpo umano, autentici rottami e rifiuti della società del tempo.

L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1, 40-42; cfr. Matth. 8, 2-4; Luc. 5, 12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17, 12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11, 5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10, 7 ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15, 10-20).

Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.

La Chiesa è stata sempre fedele alla missione di annunciare la Parola di Cristo, unita al gesto concreto di solidale misericordia verso gli ultimi. È stato nei secoli un crescendo travolgente e straordinario di dedizione nei confronti dei colpiti dalle malattie umanamente più ripugnanti, e in particolare dalla lebbra, la cui presenza tenebrosa continuava a sussistere nel mondo orientale ed occidentale. La storia pone in chiara luce che sono stati i cristiani ad interessarsi e a preoccuparsi per primi del problema dei lebbrosi. L’esempio di Cristo aveva fatto scuola ed è stato fecondo di solidarietà, di dedizione, di generosità, di carità disinteressata.

Nella storia dell’agiografia cristiana è rimasto emblematico l’episodio concernente Francesco d’Assisi: era giovane, come voi; come voi cercava la gioia, la felicità, la gloria; eppure egli voleva dare un significato totale e definitivo alla propria esistenza. Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande ribrezzo, ma, per non venir meno al suo impegno di diventare «cavaliere di Cristo», balzò di sella e, mentre il lebbroso gli stendeva la mano per ricevere l’elemosina, Francesco gli porse del denaro e lo baciò (Cfr. TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, I, V: «Fonti Francescane», I, p. 561, Assisi 1977; S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, I, 5: ed. cit., p. 842).

La grandiosa espansione delle Missioni nell’epoca moderna ha dato nuovo impulso al movimento in favore dei fratelli lebbrosi. In tutte le regioni del mondo i Missionari hanno incontrato questi malati, abbandonati, respinti, vittime di interdizioni sociali, legali e di discriminazioni, che degradano l’uomo e violano i diritti fondamentali della persona umana. I missionari, per amore di Cristo, hanno sempre annunziato il Vangelo anche ai lebbrosi, hanno cercato con ogni mezzo di aiutarli, di curarli con tutte le possibilità che la medicina, spesso primitiva, poteva offrire, ma specialmente li hanno amati, liberandoli dalla solitudine e dalla incomprensione e talvolta condividendo in pieno la loro vita, perché scorgevano nel corpo sfigurato del fratello l’immagine del Cristo sofferente. Vogliamo ricordare la figura eroica di Padre Damiano de Veuster, che spontaneamente scelse e chiese ai suoi Superiori di essere segregato in mezzo ai lebbrosi di Molokai, per rimanere insieme con loro e per comunicare ad essi la speranza evangelica, ed infine, colpito dal morbo, condivise la sorte dei suoi fratelli sino alla morte.

Ma vogliamo con lui ricordare e presentare all’ammirazione e all’esempio del mondo le migliaia di missionari, sacerdoti, religiosi, religiose, laici, catechisti, medici, che hanno voluto farsi amici dei lebbrosi, e la cui edificante ed esemplare generosità ci è oggi di conforto e di sprone, per continuare l’umana e cristiana «lotta alla lebbra e a tutte le lebbre», che dilagano nella società contemporanea, come la fame, la discriminazione, il sottosviluppo.

[Papa Paolo VI, omelia XXV Giornata Mondiale per i Lebbrosi 29 gennaio 1978]

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For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)

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