Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
13a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [28 Giugno 2026]
Prima Lettura dal secondo libro dei Re (4, 8-11.14-16a)
Ecco una lettura sintetica dei testi biblici di questa domenica a partire da questa storia di una bella amicizia umana. A Sunam, villaggio del regno del Nord verso l’850 a.C., Eliseo all’inizio del suo ministero stringe con una famiglia ricca un’amicizia forte e duratura. Gli autori biblici non raccontano questa storia per l’aneddoto: hanno uno scopo teologico e mostrano che l’alleanza tra Eliseo e i Sunamiti è l’immagine dell’Alleanza tra Dio e Israele. Questa storia si sviluppa in quattro atti:1La promessa di un figlio: Eliseo annuncia alla donna sterile: L’anno prossimo, a questa stessa data, terrai un figlio in braccio. Lei non ci crede e risponde: No, mio signore, uomo di Dio, non mentire alla tua serva. Come Sara a Mamre, dubita. Ma l’anno dopo il bambino nasce. 2.La risurrezione: Anni dopo, il bambino muore nei campi, colpito da un’insolazione. Senza perdere la fede, la madre depone il corpo sul letto di Eliseo, nella stanza sulla terrazza, e corre a cercarlo. Gli ricorda: Io non ti avevo chiesto nulla, non riprendermi questo figlio. Eliseo prega e risuscita il bambino. 3.L’avvertimento della carestia: Fedele a questa amicizia, Eliseo avverte la Sunamita di 7 anni di carestia e le consiglia di partire per la terra dei Filistei. Lei obbedisce e va in esilio. 4.La restituzione dei beni. Al ritorno, la sua casa e i suoi campi erano stati confiscati dagli ufficiali del re. Eliseo interviene ancora e le fa riavere le sue terre. Ma quale lezione teologica ci offre questo testo? Questa amicizia illustra 5 tratti dell’Alleanza Dio/Israele: 1Alleanza permanente e fedeltà: Dio resta fedele anche davanti all’incredulità. 2 Sollecitudine costante: Come Eliseo per la sua ospite, Dio veglia senza sosta sul suo popolo. 3.Dio abita con noi: Eliseo accetta la stanza sulla terrazza: Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, come nel Tempio di Salomone. 4. Dio restituisce: Eliseo rende la terra, Dio promette di rendere la terra a Israele, messaggio chiave scritto durante l’Esilio a Babilonia. 5. Dio è Dio della vita: Promessa di nascita e risurrezione del bambino perché Dio dona la vita. La Sunamita diventa per noi modello della fede: Accoglie il profeta “in quanto profeta”, come dirà Gesù nel vangelo di in Mt (10,41). La sua fiducia è totale: osa dire a Dio i suoi bisogni e persino la sua rivolta. Riconosce in Eliseo un “uomo santo di Dio”. Ecco una pratica applicazione: Dio abita nel cuore di ogni uomo ed è importante riconoscerlo.
Salmo responsoriale (88/ 89)
Ecco un chiaro messaggio: Non bisogna mai dubitare. La prima lettura racconta la lunga amicizia tra una famiglia di Sunam e il profeta Eliseo, “uomo di Dio”. Attraverso questa relazione umana si medita sull’Alleanza eterna tra Dio e il suo popolo, e con tutta l’umanità. Il salmo 88/89, che oggi viene proclamato, sembra un canto scritto nella prova. Anche se i pochi versetti del salmo responsoriale sembrano pieni di euforia, il salmo completo di ben 53 versetti, nasce probabilmente durante l’Esilio a Babilonia. È una sintesi di tutta la storia di Israele: inizio dell’Alleanza, promesse a Davide, attesa del Messia… e poi il crollo: niente più re a Gerusalemme, niente erede, quindi niente Messia. Da qui la domanda angosciata del v. 50: “Dov’è, Signore, il tuo primo amore, quello che giurasti a Davide sulla tua fedeltà?”. Ciò che si afferma con forza, in realtà si teme di averlo perduto. Il salmo è poi l’ultimo del terzo libro dei Salmi e si chiude con: “Benedetto il Signore per sempre! Amen! Amen!”. Ha quindi un carattere di conclusione. A ben vedere, questo salmo si presenta come una costruzione sapiente. La prima strofa è molto curata, con parallelismi: L’amore del Signore, senza fine lo canto; la tua fedeltà, l’annuncio di età in età. Amore/fedeltà, canto/annuncio, senza fine/di età in età, costruito/stabile, per sempre/cieli: un meraviglioso parallelismo tra tempo e spazio che invita a curare il canto dei Salmi. Il cuore del messaggio è Amore e fedeltà. Nel salmo completo la coppia “amore e fedeltà” ricorre 7 volte, numero simbolico. È la traduzione della rivelazione a Mosè sul Sinai: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6). In ebraico “amore” cioè “gesti d’amore di Dio” indica che Dio non ama solo a parole, ma “con atti e verità”, come dirà san Giovanni nel Nuovo Testamento. Proprio durante l’esilio Israele ricorda più che mai i “gesti d’amore di Dio” per non cadere nella tentazione di pensare che Dio l’abbia dimenticato. Il salmo insomma presenta un gruppo di credenti che compone inni per ricordare la fedeltà di Dio che non ha smesso di essere re d’Israele. La frase “perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele” viene cantata proprio quando non c’è più un re umano. Ed è interessante che il salmo usa un vocabolario regale e guerriero: “ovazione/terouah, potere, forza, vigore, scudo” perché il re guidava l’esercito. Sono accenti vittoriosi detti in un tempo di sconfitta. E il salmo si chiude ricordando gli oltraggi subiti dal Messia: “Ricordati, Signore, dei tuoi servi oltraggiati… i tuoi nemici hanno oltraggiato, Signore, il tuo Messia”. Morale: è proprio nella notte, nel buio dell’esilio e della prova, che bisogna credere alla luce e al ribadirsi delle promesse di Dio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3... 11)
San Paolo indica una nuova maniera di vivere e risponde all’obiezione di chi gli rimprovera che insistendo troppo sulla gratuità della salvezza, tu incoraggi il peccato. Lui ribatte: la grazia non rende il peccato irrilevante, ma non ha più potere su di lui perché dal Battesimo il credente è “creatura nuova”: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2 Cor 5,17). Paolo spiega il senso della parola chiave “morte” che non è biologica. e usa questa parola in senso teologico: quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte… siamo perciò morti al peccato, e ora viviamo per Dio in Cristo Gesù. È una rottura radicale col passato che non ha più paura della morte fisica. Paolo parla per esperienza: sulla via di Damasco è “morto” all’uomo vecchio, al suo modo di vedere, agire, credere. Il “battesimo” di Israele serve così a Paolo come chiave per spiegare il Battesimo cristiano come ben lo richiama nella prima lettera ai Corinti (cf1 Cor10,1-2). Israele “battezzato” da Mosè nella nube e nel mare con il passaggio del Mar Rosso ha conosciuto la morte della schiavitù d’Egitto: lavoro forzato, stragi, malafede del Faraone ed ecco un taglio netto con l’ingranaggio dell’oppressione. Così Cristo compie la rottura decisiva: l’uomo schiavo del peccato, dei dubbi, della violenza, è liberato. Gesù “obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8) spezza il circolo infernale. La sua morte è trionfo: “morto al peccato una volta per tutte, vivo per Dio”. Vivere alla maniera di Cristo è dunque “Morire al peccato” cioè morire alla vecchia maniera di vivere: odio, violenza, sete di potere e denaro per “Vivere per e in Dio” cioè scegliere Cristo come unico Signore ed entrare in una vita nuova fatta di amore e servizio ai fratelli. Il Battesimo inaugura questo cambiamento radicale: è una vera liberazione. Paolo dice ai battezzati: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù”. Il dono è già compiuto, ma resta da realizzarlo ogni giorno. Ed ecco l’esigenza che ne nasce: se infatti entrare nella salvezza è semplice perché basta crederci, diventa però esigentissimo viverlo perché chiede di conformare la vita quotidiana allo Spirito di Cristo. Lo ripete nella lettera agli Efesini: “Spogliatevi dell’uomo vecchio… lasciatevi rinnovare nello spirito della vostra mente e rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”(Ef4,22-24. Il segreto è uno solo: restare con gli occhi fissi sulla croce di Cristo. Solo la sua obbedienza e dolcezza spezzano la catena della violenza. Come dice Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da solo, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv15,4).
Dal Vangelo secondo Matteo (10, 37-42)
Questo testo ci aiuta a Imparare come acconsentire alle rinunce necessarie. A prima vista Mt 10,37-42 sembra un elenco di massime scollegate. In realtà è un unico invito: sono i distacchi richiesti dalla fedeltà al Vangelo. Dopo il Discorso della Montagna sull’amore, Gesù parla qui di altre esigenze. Occorre imparare ad amare Dio in tempo di persecuzione della Chiesa: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”. Amare Dio non comporta smettere di volere bene alla famiglia anche se poco prima aveva avvertito: “Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno” (cf Mt10,21). “Non sono venuto a portare pace, ma la spada… dividerò l’uomo dal padre” (Mt 10,34-35; cf. Michea 7,6). Come spiegare questo? Ogni persecuzione crea drammi personali perché occorre scegliere tra fedeltà e morte. Anche senza violenze, è in famiglia e tra amici che testimoniare è più difficile e può nascere la lacerazione. Imparare ad amare è quindi prendere la propria croce: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà; chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà”. Per Gesù e i suoi ascoltatori la crocifissione era un supplizio infamante, di massa lungo le strade romane perché esponeva all’orrore, all’obbrobrio, alla derisione. Nel Deuteronomio si legge che il crocifisso è “maledetto da Dio” (Dt21,22-23). E con il Sal 21/22 Gesù proclama: “Sono un verme, non un uomo, scherno degli uomini, rifiutato dal popolo” anche se l’interpretazione di questo passaggio porta a capire meglio quel che Gesù (Nella nota mi permetto di unire in nota un testo che ho trovato). Gesù sa che lui e i discepoli saranno perseguitati, disprezzati, umiliati. “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). “Prendere la croce” comporta accettare di essere messi ai margini, di perdere reputazione per fedeltà a Cristo. Infine ecco l’unica ricompensa che risponde a ogni nostra obiezione: “Chi accoglie voi accoglie me; chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato… Chi accoglie un profeta perché è profeta, avrà ricompensa di profeta; chi accoglie un giusto perché è giusto, avrà ricompensa di giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa”. Sembra un “dare-avere”, ma non è così. Non siamo nel campo dell’“avere”, ma dell’“essere”. Dio non dà quantità di beni, ma la vita eterna: la vita nella sua intimità. Tutti i santi testimoniano una qualità di felicità, non una quantità. Gesù stesso promette: “Chi avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per causa mia, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19,29). Paolo lo vive: “Tutto ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo… per conoscere Cristo, avere comunione con le sue sofferenze, diventare conforme a lui nella sua morte” (Fil 3,7-10). “Essere afferrati da Cristo” è la posta in gioco vitale. Se si vuole un filo conduttore di questo testo lo si può cogliere facilmente nel legame tra tutte queste frasi proprio in questo verbo; “essere afferrati da Cristo” come fuoco interiore che rende possibili tutte le rinunce per fedeltà al Vangelo: rinuncia agli affetti, alla stima, all’avere, alla vita. Risuonano con vigore nel nostro animo le Beatitudini: “Beati voi quando vi insulteranno… Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli!” (Mt 5,11-12).
Nota Gesù “verme” sulla croce Sulla croce GESÙ SI È PARAGONATO A UN INSETTO PER RIVELARE IL SEGRETO DELLA SUA MORTE. È IL MISTERO DEL SALMO 22…Agonizzando in croce, Gesù ha recitato il Salmo 22. È il salmo profetico della crocifissione per eccellenza. Ma al v. 6 c’è una frase umiliante e sconcertante: “Ma io sono un verme, non un uomo, infamia degli uomini, disprezzato dal popolo”. .Perché il Re dell’universo, nel momento più glorioso della redenzione, si definisce “verme”? La zoologia del Medio Oriente rivela uno dei ritratti d’amore più commoventi della natura. IL TOLA’ATH SHANI תּוֹלַעַת שָׁנִי parola ebraica usata da Davide non è il termine comune per “verme di terra”. Ha usato Tola’ath Shani cioè “verme cremisi”, da cui si ricavava un colorante rosso. Quando la femmina di questo verme cremisi è pronta a partorire, compie un gesto istintivo e radicale: cerca il tronco di un albero e vi si attacca per sempre. Vi si aggrappa con tale forza che, se qualcuno prova a staccarla, il suo corpo si squarcia. Lì, ancora attaccata al legno, partorisce i suoi piccoli. Per proteggerli dai predatori, la madre secerne un fluido rosso cremisi che copre tutto il suo corpo, tinge di rosso il legno e ricopre completamente i suoi piccoli. In questo processo di dono della vita e di protezione, la madre muore.
Ecco il fenomeno straordinario: tre giorni dopo, il corpo senza vita della madre, sempre attaccato all’albero, perde il colore rosso, diventa bianco come la neve e cade dolcemente a terra (Is 1,18). GESU’ SI È CONFICCATO ALL’ALBERO PER DARTI LA VITA: Gesù non usava una metafora di umiliazione, ma proclamava la sua missione ed è un messaggio per noi. Gesù ti diceva dalla croce: “Io sono il Tola’ath Shani”. Ha scelto di andare all’albero volontariamente. Si è lasciato inchiodare alla croce, sapendo che se ne fosse sceso, i suoi “figli” – noi saremmo morti in mano al predatore. Ha versato il suo fluido cremisi – il suo sangue – per coprirti, proteggerti e darti la vita, offrendo la sua. Quando ti senti inutile, quando pensi che nessuno si curi di te o che il nemico ti divorerà, guarda il legno della croce. Hai un Salvatore che ha scelto di morire inchiodato a un albero piuttosto che perderti. Il suo sangue ti ha ricoperto interamente e, tre giorni dopo, è risorto per renderti bianco come la neve. Tu sei il frutto del suo sacrificio perfetto!
+Giovanni D’Ercole
Solennità Ss. Pietro e Paolo [29 Giugno 2026]
Prima lettura dagli Atti degli Apostoli (12, 1-11)
Il filo conduttore di questo testo è: “Dio libera sempre per la missione”. In quel tempo la Chiesa giovane è sotto pressione e il miracolo della liberazione di Pietro non deve far dimenticare l’atmosfera della Chiesa nascente. Gesù è morto intorno al 30 d.C. e all’inizio i discepoli erano pochi e inoffensivi. I problemi iniziano con le guarigioni “troppo spettacolari”che portano Pietro in prigione due volte per mano delle autorità religiose: la prima volta con Giovanni, processo e minacce, mentre la seconda con altri apostoli, liberati di notte dall’Angelo: “Andate, state nel Tempio e annunciate al popolo tutte queste parole di vita” (At 5,17-20). Poi viene l’esecuzione di Stefano e la persecuzione che spinge gli “Ellenisti” a fuggire da Gerusalemme verso Samaria e la costa. Giacomo, Pietro e Giovanni restano. Nell’episodio di At 12 è il potere politico ad agire. Siamo sotto Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, re solo dal 41 al 44 d.C. Per questo possiamo datare l’episodio con precisione. Agrippa “Romano a Cesarea, ebreo a Gerusalemme”: cerca consenso sia con Roma che con i Giudei. In entrambi i casi i cristiani sono nemici da eliminare. Per piacere ai Giudei fa uccidere Giacomo di Zebedeo e imprigiona Pietro durante la Pasqua ebraica, la settimana degli Azzimi. Ciò che interessa Luca è la missione non solo Pietro. che ancora una volta scampa miracolosamente, perché per Luca il punto centrale è l’evangelizzazione. L’Angelo non libera per salvarli, ma perché “il mondo ha bisogno di loro”. Dio non abbandona gli apostoli: nessuna dominazione cieca potrà bloccare l’annuncio della Parola di vita. C’è un parallelo tra Pasqua-Esodo-Passione. Si ripete in qualche modo la storia della Pasqua ebraica: Israele schiavo e minacciato di genocidio, viene liberato miracolosamente da Dio. Di secolo in secolo il popolo ricorda che la liberazione è opera di Dio. E che dire di questo paradosso: chi è chiamato ad annunciare e compiere l’opera liberatrice di Dio può farsi complice di una nuova dominazione? Nessuna Chiesa è immune. Gesù è morto proprio per la perversione del potere religioso del suo tempo: durante la Pasqua, memoriale del Dio liberatore, il Figlio di Dio è ucciso dai “difensori di Dio”. A vincere però è l’amore e il perdono del Dio “mite e umile di cuore”: Gesù risorge. Ora è la giovane Chiesa ad affrontare il potere religioso e politico, come Gesù 10-15 anni prima, ancora durante la Pasqua a Gerusalemme. L’Angelo a Pietro dice: “Àlzati in fretta! Mettiti la cintura, lega i sandali…”. Sono le stesse parole date a Israele nella notte dell’Esodo: “Cinti ai fianchi, sandali ai piedi, bastone in mano. Mangerete in fretta” (Es 12,11). Luca vuole dire: Dio continua l’opera di liberazione. Tutto il racconto è costruito sul modello della Passione-Risurrezione di Cristo: notte, prigione, soldati, “rullo compressore” della dominazione. Pietro dorme passivo, come Gesù nel sonno della morte. Per entrambi nella notte si leva la luce: agisce Dio. Ed ecco la conclusione: Gesù l’aveva detto a Pietro: “Le forze della morte, cioè dell’odio, non prevarranno” e questo insegna che il carattere miracoloso non è fine a sé stesso. Dio libera perché la missione continui nei secoli. La liberazione d’Egitto, la Pasqua di Cristo, la prigione di Pietro: è un unico disegno di Dio che salva per mandare ad annunciare la vita che nessuno può distruggere.
Salmo Responsoriale (33/34)
In questo salmo siamo guidati da questo filo conduttore: Dio ascolta il grido del povero e risponde con Spirito e fratelli. Dopo la liberazione di Pietro il salmo ci ricorda: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, per liberarli”. E si capisce che, mentre tutta la Chiesa era in preghiera insistente per Pietro in carcere, il Signore lo ha liberato: “Un povero grida – dice il Salmo - e il Signore ascolta…”. La fede è questo: osare gridare a Dio sapendo che, in ogni circostanza, Lui sente il nostro grido. La comunità ha gridato, Pietro è stato liberato. Resta però sempre una domanda: e quando non la liberazione non avviene? Gesù in croce non è scampato alla morte. Pietro stesso, anni dopo, sarà imprigionato a Roma e giustiziato. Allora Dio non ascoltava più? È la domanda che torniamo a farci: dov’è Dio quando soffriamo? A che serve pregare e se non siamo esauditi come vorremmo, vuol dire che abbiamo pregato male? Troppi dicono dicono “se preghi bene tutto si aggiusta”, ma sappiamo che non è sempre così. Quanti hanno pregato, fatto novene, pellegrinaggi per una guarigione che non è arrivata. Questo salmo ci offre tre risposte. 1.Dio ascolta il nostro grido. Come al roveto ardente: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido sotto gli aguzzini. Conosco le sue sofferenze” (Es 3,7). Il credente sa che il Signore è vicino nella sofferenza, “dalla nostra parte”. Il Sal 33/34 lo dice: “Ho cercato il Signore, mi ha risposto… mi ha liberato. Ascolta, salva, il suo angelo si accampa, è un rifugio”. 2.Dio risponde donandoci il suo Spirito. “Chiedete, vi sarà dato… Quale padre… darà un serpente al figlio che chiede un pesce?” (Lc 11,9-13). Gesù non promette che tutto si risolve “per magia”. Quando preghiamo, Dio non toglie il problema, ma ci riempie del suo Spirito. Con lo Spirito possiamo affrontare le prove. Ogni preghiera fatta con fede ci apre all’azione trasformante dello Spirito. La risposta al grido disperato è quindi la forza interiore dello Spirito per cambiare la situazione, per superare la prova. “Un povero grida; il Signore ascolta: lo salva da tutte le sue angosce… Ho cercato il Signore, mi ha risposto: da tutte le mie paure mi ha liberato”. Qualunque colpo arrivi, il credente sa di essere ascoltato e l’angoscia può cadere. 3.Dio suscita attorno a noi dei fratelli. Ecco la seconda lezione del roveto: appena Dio dice a Mosè “Ho visto… ho udito il grido… conosco le sofferenze”, suscita in Mosè l’impulso per liberare il popolo: “Va’, ti mando dal Faraone, fa’ uscire d’Egitto il mio popolo” (Es 3,9-10). Israele ha vissuto tante volte questo schema: sofferenza, grido, preghiera e Dio suscita profeti e capi per riprendere in mano il destino. È proprio questa l’esperienza storica d’Israele. 4. La fede è come una doppia parola, un doppio grido: l’uomo grida la sua miseria a Dio, come Giobbe. Dio ascolta e lo libera dall’angoscia. E l’uomo riprende la parola per rendere grazie. La vocazione di Israele nei secoli è stata far risuonare questa polifonia fatta di sofferenza, lode e speranza e nelle vicende della sua storia nulla ha potuto spegnere la speranza d’Israele. È questo che caratterizza il credente: “Io benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino!”.
Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 6-8.17-18)
Non tutti concordano che le Lettere a Timoteo siano di Paolo, ma queste righe sono sicuramente sue: anzi sono il suo testamento, l’ultimo addio da prigioniero a Roma. Sa che uscirà solo per essere giustiziato. Il “momento della partenza” è arrivato: usa il termine greco anàlysis, “sciogliere gli ormeggi, levare l’ancora”. Considerandola vita come una maratona Paolo fa il bilancio con l’immagine sportiva a lui cara: il fondista che taglia il traguardo. Il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo da ricevere la corona della giustizia. A Roma il vincitore non prendeva una coppa, ma una corona d’alloro. C’è una corona per tutti, quindi Paolo non si vanta: egli sa che il Signore, giudice giusto, la assegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione gloriosa. Dio, giudice imparziale, vede le disposizioni del cuore e tutti gli apostoli, tutti i credenti che hanno desiderato con amore la venuta del Cristo, avranno la corona. Non è dunque presunzione, ma fiducia incrollabile nella bontà di Dio. Perché la stessa forza di correre viene da Lui: “Il Signore mi è stato vicino, mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”. Occorre imparare ad attendere tutto da Dio: è Lui che dà la forza di correre ed è Lui che dà la ricompensa a tutti coloro che corrono perché la vita non è una gara di competizione. Ognuno al suo posto, al suo ritmo, basta “desiderare con amore l’avvento del Cristo”. Non è questa la “beata speranza” che professiamo a Messa: “Aspettiamo la tua venuta nella gloria”? Per Paolo la “manifestazione” definitiva di Cristo è sempre stato l’orizzonte verso cui correre e riconosce di essere stato abbandonato dagli uomini, ma sempre sostenuto dal Signore. Ccome Cristo in croce e poi Stefano, Paolo perdona perché proprio nell’abbandono degli uomini ha sperimentato la presenza e la forza del Signore. Le ultime frasi stupiscono: sa che morirà, eppure dice “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà salvo nel suo regno celeste”. Non parla quindi di morte fisica, che attende da un giorno all’altro; parla del pericolo peggiore: dichiarare forfait, abbandonare la corsa, perdere la fedeltà. Da questo “leone” il Signore l’ha preservato. La sua fedeltà non è merito suo, ma forza ricevuta e la morte per lui è solo biologica,bensì il passaggio per entrare nella gloria per cui già intona il cantico della felicità: “A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen”.
Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-19)
A Cesarea si compie come una svolta, avviene un passaggio importante nella visione di Cristo: da Gesù potente a Gesù Figlio di Dio crocifisso. Per Matteo l’episodio di Cesarea di Filippo è una tappa decisiva: subito dopo Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. “A partire da questo momento”: quindi si chiude una fase è ciò che sorprende è che nulla di nuovo avvenga nei titoli, ma tutto è posto in una nuova luce. Non si dice nulla di inedito: Gesù si dà il titolo di “Figlio dell’uomo”, che usa già 9 volte in Matteo. Pietro lo proclama “Figlio di Dio”, titolo già usato prima. La novità è il salto di comprensione: il “Figlio dell’uomo” nella Bibbia è il capo del popolo di Dio, titolo tratto dal libro di Daniele: “Ecco, sulle nubi del cielo veniva come un Figlio dell’uomo… gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo potere è eterno, il suo regno non sarà distrutto” (Dn 7,13-14). Daniele precisa che il “Figlio dell’uomo” non è un individuo solo, ma un popolo: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre… il regno, il potere e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7,18.27). Quando Gesù si applica questo titolo si presenta come colui che sta alla testa del popolo di Dio. “Figlio di Dio” è invece un titolo che esprime fiducia, non potenza. Questo titolo è già usato: al cap. 4 quando il diavolo tenta Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio”. Ha ragione sul titolo, sbaglia sul contenuto: immagina un Figlio potente e invulnerabile che usa il potere per sé. Per Gesù “essere Figlio di Dio” è fidarsi totalmente del Padre e nutrirsi della sua Parola. Dopo che Gesù cammina sulle acque, i discepoli gli dicono: “Davvero tu sei Figlio di Dio”. Erano colpiti dalla potenza sul mare. Mancava ancora un passo per capire chi è davvero Gesù. La novità di Cesarea è che Pietro proclama “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” non davanti a un miracolo e così l’ambiguità cade e inizia il cammino verso la fede vera. “Beato sei, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La novità sta nella congiunzione dei due titoli: “Chi è il Figlio dell’uomo?” chiede Gesù, e Pietro risponde “È il Figlio di Dio”. Gesù farà lo stesso collegamento davanti al sommo sacerdote: “Tu lo dici. Ma io vi dico: d’ora in poi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,63). Qui non ci si sbaglia più: Dio si rivela non come potenza e maestà, ma come Amore consegnato nelle mani degli uomini. Appena Pietro scopre chi è Gesù, Gesù gli affida un mandato per la Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il Figlio dell’uomo è un popolo, non un individuo isolato. Su cosa costruisce Cristo Dio fatto uomo la sua Chiesa? Su Pietro, persona fragile la cui unica virtù è aver ascoltato ciò che il Padre gli ha rivelato. Il solo pilastro della Chiesa è la fede in Gesù Cristo. “Ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Non significa che Pietro e i successori sono onnipotenti. Significa che Dio si impegna con loro. Se restiamo in comunione con la Chiesa siamo in comunione con Dio. La rassicurazione finale è Cristo che costruisce la Chiesa e sta qui l’ultimo motivo di fiducia: Gesù dice “Io edificherò la mia Chiesa”. Non siamo noi incaricati di costruirla, ma solo di ascoltare ciò che il Dio vivente vuole rivelarci. E perché è Cristo risorto, Figlio del Dio vivente, a costruirla, possiamo esserne certi: “Le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”.
+Giovanni D’Ercole
Reputazione e obbedienza: crocevia della Verità di Fede
Mt 10,37-42 (34-42)
Ci chiediamo: cosa impedisce la crescita? Cosa viceversa rende intimi al Padre?
Portare la Croce è farsi “obbediente” alla propria Missione personale. Cristo vuole gente nuova e libera; non celebrità.
L’identificazione dell’apostolo è con la vita di Gesù di Nazaret, il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, amico di pubblicani e peccatori (Mt 11,19) condannato per mancanza di conformismo.
Solo spingendoci verso il basso e incontrando il medesimo rifiuto, incontriamo Dio (v.40) nella Libertà da ogni forma di condizionamento.
Il fedele non è riconosciuto per gesti eroici (vv.41-42), o prestigio - bensì nella scelta sociale.
Si tratta di una istintiva predilezione verso il ceto in basso; quello che non resiste alla Novità di Dio.
Il missionario non è contraddistinto da qualità straordinarie: spicca nella piccolezza (v.42).
Chi apprezza solo cose grandi non edifica il nuovo Regno, perché sotto sotto coltiva la vecchia ideologia di potenza che a proclami condanna.
Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca di Mt 10,38 e Lc 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.
L’amico di Gesù si gioca l’onore. La sua fonte di vita raggiunge il dono totale anche sotto il profilo della pubblica considerazione.
Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio veniva costretto a caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.
Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.
Lo sventurato e già svergognato doveva in tal guisa procedere al luogo della crocifissione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato - ritenuto maledetto da Dio.
Pertanto, ai suoi intimi Gesù non indica la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’esercizio forzato cesellerebbe animi più capaci di abbozzare [oggi si dice: resilienti].
Rispetto alle solite proposte di sana disciplina esteriore e interiore, uguali per tutti e utili solo per tenere buona la situazione, il Maestro sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.
Il Signore indica un’ascetica totalmente differente da quella delle tante credenze antiche, addirittura capovolta: la paradossale opportunità del rifiuto sprezzante presso l’opinione pubblica.
Il Padre non dà alcuna “croce”, né siamo tenuti ad accettarla per obbedienza o forza maggiore: il discepolo la «prende» (v.38) in modo non passivo, indipendentemente dal credito che si aspetta!
Insomma, il seguace di Cristo rinuncia alla reputazione e ad ogni vetrina di consenso esteriore.
È uno spunto essenziale, propulsivo, dirimente, della persona di Fede. L’impegno per la rinomanza è totalmente incompatibile; non diffonde vita senza limiti.
Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore.
Così anche oggi l’annuncio dell’autentico Messia crea divisioni.
La «spada» della sua Persona (v.34) separa la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza, o dall’idea di rispettabilità.
E carica ogni apostolo della Croce di beffe conseguenti.
Eppure la ‘notte’ che incalza può farci vivere più arditi, preparati all’azione e al Dialogo.
Quindi: nessun legame di domesticazione - neppure con Dio.
[13.a Domenica T.O. 28 giugno 2026]
Reputazione e obbedienza: crocevia della Verità di Fede
Mt 10,37-42 (34-42)
Ci chiediamo: cosa impedisce la crescita? Cosa viceversa rende intimi al Padre?
Portare la Croce... nel senso di essere un figlio devoto e sottomesso… oppure… “obbediente” alla propria Missione?
Cristo vuole gente nuova e libera.
L’identificazione dell’apostolo non è con celebrità e personaggi di rilievo sociale o ascetico, bensì con la vita di Gesù di Nazaret, il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, amico di pubblicani e peccatori (Mt 11,19) condannato per mancanza di conformismo.
Solo spingendoci verso il basso e incontrando il medesimo rifiuto, qui - a partire dai propugnatori di valori sacri - incontriamo Dio (v.40) nella Libertà da ogni forma di condizionamento, religioso, affettivo, mentale.
Il fedele non è riconosciuto per gesti eroici e magnificenti (vv.41-42), eccellenza e visibilità d’incarico, carisma e credito, peso e prestigio - bensì nella scelta sociale.
Si tratta di una istintiva predilezione verso il ceto in basso nella scala anche ecclesiale; quello che non resiste alla Novità di Dio.
Il missionario non è contraddistinto da qualità straordinarie: spicca nella piccolezza (v.42).
Chi apprezza solo cose grandi non edifica il nuovo Regno, perché sotto sotto coltiva la vecchia ideologia di potenza che a proclami condanna.
Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca di Mt 10,38 e Lc 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.
L’amico di Gesù si gioca l’onore.
Immerso nella sua Fonte di vita, raggiunge il dono totale - anche sotto il profilo della pubblica considerazione.
Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio veniva costretto a caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.
Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.
Lo sventurato e già svergognato doveva in tal guisa procedere al luogo della crocifissione, passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il ritenuto maledetto da Dio.
Pertanto, ai suoi intimi Gesù non indica la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’esercizio forzato cesellerebbe animi più capaci di abbozzare [oggi si dice: resilienti].
Rispetto alle solite proposte di sana disciplina esteriore e interiore, uguali per tutti e utili solo per tenere buona la situazione (di privilegio altrui), il Maestro sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.
Il Signore indica un’ascetica totalmente differente da quella delle tante credenze antiche, addirittura capovolta: la paradossale opportunità del castigo e flagello [devianze del Dio delle religioni] e il rifiuto sprezzante dell’opinione pubblica.
Il Padre non dà alcuna “croce”, né siamo tenuti ad accettarla per obbedienza o forza maggiore: il discepolo la «prende» (v.38) in modo non passivo, indipendentemente dal credito che si aspetta!
Insomma, il seguace di Cristo deve assai spesso rinunciare alla reputazione e ad ogni vetrina di consenso esteriore - perfino devoto e in sé opportuno [come quello dei maestri, dei connazionali e famigliari].
È uno spunto essenziale, propulsivo e dirimente della persona di Fede. L’impegno per la rinomanza prestigiosa - trattenuta per sé - è totalmente incompatibile, non diffonde vita senza limiti (neanche per se stessi).
Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio da recitare, alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore - e neppure colui che non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “parentela”.
Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia creava divisioni: la «spada» della sua Persona (v.34) separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza, o dall’idea di rispettabilità, anche nazionale.
Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati della Chiesa alla moda, o di quella abitudinaria, attempata, ipocrita, di finto sangue blu sul territorio. Caricandosi della Croce di beffe conseguenti.
Una separazione e taglio nettissimo, per l'unità nuova: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze.
Non ci accorgiamo, ma mète e tappe intermedie assorbite per influsso della civiltà dell’esterno non sono davvero nostre - malgrado questo ‘secondo cervello’ epidermico tenda a invaderci l’essere.
Il conformismo a contorno sembra un rifugio che attrae, ma diventa solo una tana di lusinghe.
Secondo il pensiero cinese, per acquistare smalto e fuggire un servilismo inquinato e logoro, i Santi «si fanno insegnare dalle bestie l’arte di evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone».
Infatti: «Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale».
«Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante [mentre è opportuno] alternare i periodi di vita rallentata e di tripudio».
«Il Santo non si sottomette al ritiro o al digiuno se non al fine di giungere, grazie all’estasi, a evadere per lunghi viaggi. Questa liberazione è preparata da giochi vivificanti, che la natura insegna».
«Ci si allena alla vita paradisiaca imitando i sollazzi degli animali. Per santificarsi, bisogna prima abbrutirsi – si intenda: imparare dai bambini, dalle bestie, dalle piante, l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita» [M. Granet, Il Pensiero Cinese, Adelphi 2019, kindle pp. 6904-6909].
La suggestione del passato da perpetuare, il laccio dei giudizi ristretti o glamour, e i legami di club, possono sottrarci la ricchezza celata, rubando il presente e il futuro: questo il vero errore da evitare!
Ciò che conta non è essere cool o copiare gli antichi, e identificarsi per stare quieti e non sbagliare, bensì rinnovare se stessi per evolvere, crescere, espandere, stupire in modo personale.
Altrimenti i nostri goffi problemi saranno sempre identici - e non ci sarà Cammino esuberante né Terra Promessa, ma solo un circolo vizioso di fantasie o rimpianti, e finte rassicurazioni.
Per vivere la Fede dell’attimo reale - avventura non rinunciataria e che mette le cose in fila - non si può essere scolaretti ripetenti del luogo, del tempo, o del giorno prima.
Se ai pareri omologanti dei “migliori” saremo costretti a rimuovere o nascondere le emozioni autentiche, assomiglieremo loro vanamente - disperdendo la ricchezza della Vocazione.
Quando l’esperto invece di aiutare ad allargare il panorama impone di non accettare cambiamenti caratteriali, la persona non ritrova la propria semplicità.
E la vita [anche quella spesa più nobilmente, nel dono di sé] diventa prima o poi un incubo.
Basta ai dirigenti che pretendono di intervenire coi loro conformismi e stili di vita “adeguati” o inadeguati!
Non di rado i direttori mettono sotto una cappa asfissiante di maniera, proprio il sentiero che ci spetta secondo natura.
Fede terrestre: La nostra vita non si gioca sull’iniziativa di ciò che siamo già in grado di allestire e praticare - o interpretare, disegnare e prevedere - ma sull’Attenzione.
Qui la dimensione ‘Discernimento evangelico’ subentra ai luoghi comuni delle idee e del fare.
L’illusione di sentirsi nella luce invece che agli inferi - o viceversa - inceppa i meccanismi inediti, assorbe l’essere che siamo, il suo occhio e l’alta riflessività (non cerebrale) della nostra coscienza.
Lo sguardo ottuso che sta sotto l’influsso dell’approvazione ufficiale [o del facile successo a corte e in società] affastella l’essenza propria e altrui di cliché epidermici, impulsi dipendenti, che sono la vera impurità della vita.
Così la persona convenzionale si ritrova non in grado di produrre cambiamenti di fondo, tanto più reali quanto meno immediatamente appariscenti.
I disturbi illuminati dalla natura profonda hanno invece molto da insegnare.
Le questioni personali e dei fratelli non vengono a trovarci onde esser collocate precipitosamente sotto la cappa perbene d’una valutazione qualunquista, bensì per farci una proposta di nuove visuali che potrebbero renderci più indipendenti - solo così intimi al Signore.
L’anima chiama all’unicità e all’Uno, alla diversità e alla Convivialità - in rapporto d’interesse radicale fra chi dona e chi accoglie.
La ‘notte’ che incalza può farci vivere più arditi, preparati all’azione e al Dialogo.
Quindi: nessun legame di domesticazione - neppure con Dio.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali mutamenti senti come tua Chiamata?
La reputazione e l’opinione degli altri in comunità, favorisce o ti blocca? Per quale motivo?
La tua “famiglia” è rinchiusa in se stessa o motiva l’apertura d’orizzonte?
Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (cfr Gv 10,10). Cristo è il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cfr Is 52,13-15), che ha donato se stesso in riscatto per molti (cfr Mt 20,28). Egli esorta i suoi discepoli, ciascuno di noi, a prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità: “chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice, – non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38-39). E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cfr Gv 12,24). Gesù stesso “è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo” (Benedetto XVI, Visita alla Chiesa luterana di Roma [14 marzo 2010]). Il martire segue il Signore fino in fondo, accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore (cfr Lumen Gentium, 42).
Ancora una volta, da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr 2 Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle […] probabilmente noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé. Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo. Per intercessione dei Santi e dei Martiri chiediamo al Signore di infiammare il nostro cuore per essere capaci di amare come Lui ha amato ciascuno di noi.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 11 agosto 2010]
1. Nella nostra ricerca dei segni evangelici rivelatori della coscienza che Cristo aveva della sua divinità, abbiamo sottolineato nella catechesi precedente la richiesta, da lui posta ai suoi discepoli, di aver fede in lui: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14, 1): una richiesta che solo Dio può porre. Questa fede Gesù esige quando manifesta una potenza divina che supera tutte le forze della natura, per esempio nella risurrezione di Lazzaro (cf. Gv 11, 38-44); la esige anche nell’ora della prova, quale fede nella potenza salvifica della sua croce, come dichiara fin dal colloquio con Nicodemo (cf. Gv 3, 14-15); ed è fede nella sua divinità: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14, 9).
La fede si riferisce a una realtà invisibile, che è al di sopra dei sensi e dell’esperienza, e supera i limiti dello stesso intelletto umano (“argumentum non apparentium”; “prova di quelle cose che non si vedono” (cf. Eb 11, 1); si riferisce, come dice san Paolo, a “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo”, ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano (cf. 1 Cor 2, 9). Gesù esige una tale fede, quando il giorno precedente la sua morte in croce, umanamente ignominiosa, dice agli apostoli che va a preparare loro un posto nella casa del Padre (cf. Gv 14, 2).
2. Queste cose misteriose, questa realtà invisibile, si identifica col Bene infinito di Dio, eterno Amore, sommamente degno di essere amato sopra ogni cosa. Perciò, insieme alla richiesta della fede, Gesù pone il comandamento dell’amore di Dio “al di sopra di ogni cosa”, proprio già dell’Antico Testamento, ma ripetuto e corroborato da Gesù in chiave nuova. È vero che quando risponde alla domanda “Qual è il più grande comandamento della Legge?”, Gesù riporta le parole della Legge mosaica: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” (Mt 22, 37; cf. Dt 6, 5). Ma il senso pieno che il comandamento prende sulla bocca di Gesù emerge dal riferimento ad altri elementi del contesto in cui egli si muove e insegna. Senza dubbio egli vuole inculcare che soltanto Dio può e deve essere amato al di sopra di tutto il creato; e soltanto in ordine a Dio può esservi nell’uomo l’esigenza di un amore al di sopra di ogni cosa. Soltanto Dio, in forza di questa esigenza di amore radicale e totale, può chiamare l’uomo perché “lo segua” senza riserve, senza limitazioni, in modo indivisibile, come leggiamo già nell’Antico Testamento: “Seguirete il Signore vostro Dio, osserverete i suoi comandi, lo servirete e gli resterete fedeli” (Dt 13, 5). Infatti soltanto Dio “è buono” nel senso assoluto (cf. Mc 10, 18; anche Mt 19, 17). Soltanto lui “è amore” (1 Gv 4, 16) per essenza e per definizione. Ma ecco un elemento che appare nuovo e sorprendente nella vita e nell’insegnamento di Cristo.
3. Gesù chiama a seguire lui personalmente. Questa chiamata sta, si può dire, al centro stesso del Vangelo. Da una parte Gesù rivolge questa chiamata, dall’altra sentiamo gli evangelisti parlare di uomini che lo seguono, e anzi, di alcuni di essi che lasciano tutto per seguirlo.
Pensiamo a tutte quelle chiamate di cui ci hanno trasmesso notizie gli evangelisti: “Uno dei discepoli gli disse: Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre. Ma Gesù gli rispose: Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (Mt 8, 21-22): modo drastico di dire: lascia tutto, subito, per me. Così nella redazione di Matteo. Luca aggiunge la connotazione apostolica di questa vocazione: “Tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 60). Un’altra volta, passando accanto al banco delle imposte, disse e quasi impose a Matteo, che ci attesta il fatto: “Seguimi. Ed egli si alzò e lo segui” (Mt 9, 9; cf. Mc 2, 13-14).
Seguire Gesù significa spesso lasciare non solo le occupazioni e recidere i legami che si hanno nel mondo, ma anche staccarsi dalla condizione di agiatezza in cui ci si trova, e anzi dare i propri beni ai poveri. Non tutti si sentono di fare questo strappo radicale: non se la sentì il giovane ricco, che pure fin dalla fanciullezza aveva osservato la Legge e forse cercato seriamente una via di perfezione. Ma “udito questo (cioè l’invito di Gesù), se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze” (Mt 19, 22; cf. Mc 10, 22). Altri, invece, non solo accettano quel “Seguimi”, ma, come Filippo di Betsaida, sentono il bisogno di comunicare ad altri la loro convinzione di aver trovato il Messia (Gv 1, 43ss.). Lo stesso Simone si sente dire fin dal primo incontro: “Tu ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1, 42). L’evangelista Giovanni annota che Gesù “fissò lo sguardo su di lui”: in quello sguardo intenso vi era il “Seguimi” più forte e accattivante che mai. Ma sembra che Gesù, data la vocazione tutta speciale di Pietro (e forse anche il suo naturale temperamento) voglia far maturare gradualmente la sua capacità di valutare e accettare quell’invito. Il “Seguimi” letterale per Pietro verrà infatti dopo la lavanda dei piedi in occasione dell’ultima cena (cf. Gv 13, 36), e poi, in modo definitivo, dopo la risurrezione, sulla riva del lago di Tiberiade (Gv 21, 19).
4. Senza dubbio Pietro e gli altri apostoli - meno Giuda - intendono e accettano la chiamata a seguire Gesù come una donazione totale di sé e delle cose loro alla causa dell’annuncio del regno di Dio. Essi stessi ricorderanno a Gesù, per bocca di Pietro: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27). Luca sviluppa: “tutte le nostre cose” (Lc 18, 28). E Gesù stesso sembra voler precisare di quali “cose” si tratta, quando risponde a Pietro: “in verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa, o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà” (Lc 18, 29-30).
In Matteo (Mt 19, 29) viene specificato anche l’abbandono di sorelle, madre, campi “per il mio nome”, chi lo avrà fatto, promette Gesù, “riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”.
In Marco un’ulteriore specificazione sull’abbandono di tutte quelle cose “a causa mia e a causa del Vangelo” e sulla ricompensa: “Già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 29-30).
Senza preoccuparci per ora del linguaggio figurato usato da Gesù, ci chiediamo: Chi è costui che chiama a seguirlo e promette a chi lo segue di dargli tanti premi e persino la “vita eterna”? Può un semplice figlio dell’uomo promettere tanto, ed essere creduto e seguito, e avere tanta presa non solo su quei discepoli felici, ma su migliaia e milioni di uomini in tutti i secoli?
5. In realtà quei discepoli ricordarono bene l’autorità con cui Gesù li aveva chiamati a seguirlo, non esitando a chiedere loro una radicalità di dedizione, espressa in termini che potevano apparire paradossali, come quando diceva di essere venuto a portare “non la pace ma una spada”, e cioè a creare separazioni e divisioni nelle stesse famiglie per seguirlo, e poi sentenziava: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10, 37-38). Ancora più vigorosa e quasi dura la formulazione di Luca: “Se uno viene a me e non odia (ebraismo per dire: non si distacca da) suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26).
Dinanzi a queste espressioni di Gesù non si può non riflettere sull’altezza e arduità della vocazione cristiana. Senza dubbio le forme concrete di sequela di Cristo sono da lui stesso graduate secondo le condizioni, le possibilità, le missioni, i carismi delle persone e dei ceti. Le parole di Gesù, come dice egli stesso, sono “spirito e vita” (cf. Gv 6, 63), e non si può pretendere di materializzarle in modo identico per tutti. Ma secondo san Tommaso d’Aquino la richiesta evangelica di rinunce eroiche, come quelle dei consigli evangelici di povertà, castità e rinnegamento di sé per seguire Gesù - e lo stesso si può dire dell’oblazione di sé al martirio piuttosto che tradire la fede e la sequela di Cristo - impegna tutti “secundum praeparationem animi” (cf. S. Thomae, Summa Theologiae; II-II, q. 184, a. 7, ad 1), ossia quanto a disponibilità dello spirito a compiere ciò che è richiesto qualora vi si fosse chiamati, e quindi comportano per tutti un distacco inferiore, un’oblatività, un’autodonazione a Cristo, senza cui non vi è un vero spirito evangelico.
6. Dallo stesso Vangelo risulta che ci sono delle vocazioni particolari, dipendenti da una scelta di Cristo: come quella degli apostoli e di molti discepoli indicata abbastanza chiaramente da Marco quando scrive: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici che stessero con lui . . .” (Mc 3, 13-14). Gesù stesso, secondo Giovanni, nel discorso finale dice agli apostoli: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi . . .” (Gv 15, 16).
Non risulta che egli abbia definitivamente condannato chi non accettò di seguirlo su una via li totale dedizione alla causa del Vangelo (cf. il caso del giovane ricco) (Mc 10, 17-27). V’è un di più che chiama in causa la libera generosità del singolo. È certo però che la vocazione alla fede e all’amore cristiano è universale e obbligante: fede nella parola di Gesù, amore a Dio sopra ogni cosa e al prossimo come se stessi, anche perché “chi . . . non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4, 20).
7. Nello stabilire l’esigenza della risposta alla vocazione a seguirlo, Gesù non nasconde a nessuno che la sua sequela costa sacrificio, a volte anche il sacrificio supremo. Dice infatti ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà . . .” (Mt 16, 24-25).
Marco sottolinea che con i discepoli Gesù aveva convocato anche la folla e a tutti parlò del rinnegamento richiesto a chi vuole seguirlo, dell’assunzione della croce e della perdita della vita “per causa mia e del vangelo” (Mc 8, 34-35). E ciò dopo aver parlato della sua prossima passione e morte! (cf. Mc 8, 31-32).
8. Nello stesso tempo, però, Gesù proclama la beatitudine di coloro che sono perseguitati “a causa del Figlio dell’uomo” (Lc 6, 22): “Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 12).
E noi ancora una volta ci chiediamo: Chi è costui che chiama autorevolmente a seguirlo, preannuncia odio, insulti e persecuzioni di ogni genere (cf. Lc 6, 22), e promette “ricompensa nei cieli”? Solo un figlio dell’uomo che aveva la coscienza di essere Figlio di Dio poteva parlare così. In tale senso lo intesero gli apostoli e i discepoli, che ci trasmisero la sua rivelazione e il suo messaggio. In tale senso vogliamo intenderlo anche noi, ripetendogli con l’apostolo Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 28 ottobre 1987]
In questa domenica, il Vangelo (cfr Mt 10,37-42) fa risuonare con forza l’invito a vivere in pienezza e senza tentennamenti la nostra adesione al Signore. Gesù chiede ai suoi discepoli di prendere sul serio le esigenze evangeliche, anche quando ciò richiede sacrificio e fatica.
La prima richiesta esigente che Egli rivolge a chi lo segue è quella di porre l’amore verso di Lui al di sopra degli affetti familiari. Dice: «Chi ama padre o madre, […] figlio o figlia più di me non è degno di me» (v. 37). Gesù non intende di certo sottovalutare l’amore per i genitori e i figli, ma sa che i legami di parentela, se sono messi al primo posto, possono deviare dal vero bene. Lo vediamo: alcune corruzioni nei governi, vengono proprio perché l’amore alla parentela è più grande dell’amore alla patria, e mettono in carica i parenti. Lo stesso con Gesù: quando l’amore [per i familiari] è più grande di [quello per] Lui non va bene. Tutti potremmo portare tanti esempi al riguardo. Senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo. Quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa. In questo senso Gesù dice questa frase. Ricordiamo anche come Gesù rimprovera i dottori della legge che fanno mancare il necessario ai genitori con la pretesa di darlo all’altare, di darlo alla Chiesa (cfr Mc 7,8-13). Li rimprovera! Il vero amore a Gesù richiede un vero amore ai genitori, ai figli, ma se cerchiamo prima l’interesse familiare, questo porta sempre su una strada sbagliata.
Poi, Gesù dice ai suoi discepoli: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38). Si tratta di seguirlo sulla via che Egli stesso ha percorso, senza cercare scorciatoie. Non c’è vero amore senza croce, cioè senza un prezzo da pagare di persona. E lo dicono tante mamme, tanti papà che si sacrificano tanto per i figli e sopportano dei veri sacrifici, delle croci, perché amano. E portata con Gesù, la croce non fa paura, perché Lui è sempre al nostro fianco per sorreggerci nell’ora della prova più dura, per darci forza e coraggio. Neanche serve agitarsi per preservare la propria vita, con un atteggiamento timoroso ed egoistico. Gesù ammonisce: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia – cioè per amore, per amore a Gesù, per amore al prossimo, per il servizio degli altri –, la troverà» (v. 39). È il paradosso del Vangelo. Ma anche di questo abbiamo, grazie a Dio, tantissimi esempi! Lo vediamo in questi giorni. Quanta gente, quanta gente, sta portando croci per aiutare gli altri! Si sacrifica per aiutare gli altri che hanno bisogno in questa pandemia. Ma, sempre con Gesù, si può fare. La pienezza della vita e della gioia si trova donando sé stessi per il Vangelo e per i fratelli, con apertura, accoglienza e benevolenza.
Così facendo, possiamo sperimentare la generosità e la gratitudine di Dio. Ce lo ricorda Gesù: «Chi accoglie voi accoglie me […]. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli […] non perderà la ricompensa» (vv. 40; 42). La gratitudine generosa di Dio Padre tiene conto anche del più piccolo gesto di amore e di servizio reso ai fratelli. In questi giorni, ho sentito un prete che era commosso perché in parrocchia gli si è avvicinato un bambino e gli ha detto: “Padre, questi sono i miei risparmi, poca cosa, è per i suoi poveri, per coloro che oggi hanno bisogno per la pandemia”. Piccola cosa, ma grande cosa! È una riconoscenza contagiosa, che aiuta ciascuno di noi ad avere gratitudine verso quanti si prendono cura delle nostre necessità. Quando qualcuno ci offre un servizio, non dobbiamo pensare che tutto ci sia dovuto. No, tanti servizi si fanno per gratuità. Pensate al volontariato, che è una delle cose più grandi che ha la società italiana. I volontari… E quanti di loro hanno lasciato la vita in questa pandemia! Si fa per amore, semplicemente per servizio. La gratitudine, la riconoscenza, è prima di tutto segno di buona educazione, ma è anche un distintivo del cristiano. È un segno semplice ma genuino del regno di Dio, che è regno di amore gratuito e riconoscente.
Maria Santissima, che ha amato Gesù più della sua stessa vita e lo ha seguito fino alla croce, ci aiuti a metterci sempre davanti a Dio con cuore disponibile, lasciando che la sua Parola giudichi i nostri comportamenti e le nostre scelte.
[Papa Francesco, Angelus 28 giugno 2020]
Parola e Fede: Dio non è legato a un’espressione esterna
(Mt 8,5-17)
Mt scrive il suo Vangelo per incoraggiare i membri di comunità e stimolare la missione ai pagani, che appunto i giudeo cristiani non erano ancora pronti a fare propria.
La Fede incipiente di un pagano convertito è l’esempio che Gesù antepone a quella degli israeliti osservanti.
Ma dire Fede (vv.10.13) significa caldeggiare un’adesione più profonda, e [insieme] una manifestazione meno forte.
Ciò che guarisce è credere all’efficacia della sua sola Parola (vv.8-9.16), evento che possiede forza generatrice e ri-creatrice.
Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su ‘il Monte’ delle Beatitudini crea esclusioni?
O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?
I lontani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni - non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode.
Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che si distinguevano per freschezza d’intuizione sostanziale - e vedevano chiaro.
Bastava comunicare a tu per Tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6).
Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere. Dio è Azione immediata (v.7).
La Relazione personale fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea.
Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede [che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9].
Insomma, il retaggio culturale e il conformismo religioso antico restavano un fardello.
Qua e là mancavano sia l’esperienza del Cristo Salvatore personale, che la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e ‘creatrice’ de «il Monte».
Ma non c’è da temere: Dio ci ha preceduti; il diverso e lontano non è un estraneo, bensì fratello.
Pertanto, ciò che salva non è l’appartenenza a una tradizione o ad nuova moda di pensiero e di culto.
Non esigere che il Signore arrivi in una certa forma significa non immaginarlo legato a una espressione esterna.
Lo si raggiunge e coglie solo intimamente, per visione certa - sgombra di convinzioni immaginate indispensabili - qualunque cosa accada.
Si rivelerà volta per volta nel modo più adatto ai nostri limiti.
Insomma, i distanti da noi sono persone totalmente «degne» sebbene talora vacillanti - come tutti.
Dio è nella loro carne e nel loro focolare.
E nel Cristo veniamo educati a dilatare l’orizzonte dei rapporti verticali esterni, tipici di una religiosità a testa china.
Il Cospetto divino è già dentro le cose del nostro ambiente, e in chi ci affianca - anche oltre confine.
[Sabato 12.a sett. T.O. 27 giugno 2026]
La scoperta di essere degni e il tocco femminile di Gesù
(Mt 8,5-17)
«L’essenziale è stare nell’ascolto di ciò che sale da dentro.
Le nostre azioni spesso non sono altro che imitazione, dovere ipotetico
o rappresentazione erronea di che cosa deve essere un essere umano.
Ma la sola vera certezza che tocca la nostra vita e le nostre azioni
può venire solo dalle sorgenti che zampillano nel profondo di noi stessi.
Si è a casa sotto il cielo si è a casa dovunque su questa terra se si porta tutto in noi stessi.
Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso:
le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto».
[Etty Hillesum, Diario]
Dice il Tao Tê Ching (LIII): «La gran Via è assai piana, ma la gente preferisce i sentieri».
Commentando il passo, i maestri Wang Pi e Ho-shang Kung sottolineano: «sentieri tortuosi».
La Fede incipiente di un pagano convertito è l’esempio che Gesù antepone a quella degli israeliti osservanti.
Ciò che guarisce è credere all’efficacia della sua sola Parola (vv.8-9.16), evento che possiede forza generatrice e ricreatrice.
Il Signore dimostra cura, in genere toccando i malati o imponendo le mani, quasi ad assorbire ciò che s’immaginava fosse impurità, alterazione rispetto alla normalità [una “febbre” o paralisi che si riteneva rendesse indegno agli occhi di Dio il bisognoso].
Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su “il Monte” delle Beatitudini crea esclusioni?
O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?
I lontani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni - non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode.
Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che si distinguevano per freschezza d’intuizione sostanziale - e vedevano chiaro.
Bastava comunicare a tu per Tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6).
Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere. Dio è Azione immediata (v.7).
La Relazione personale fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea.
Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede [che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9].
Insomma, il retaggio culturale e il conformismo religioso antico restavano un fardello.
Qua e là mancavano sia l’esperienza del Cristo Salvatore personale, che la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice de «il Monte».
Mt scrive il suo Vangelo per incoraggiare i membri di comunità e stimolare la missione ai pagani, che appunto i giudeo cristiani non erano ancora pronti a fare propria.
Ma dire «Fede» (vv.10.13) significa caldeggiare un’adesione più profonda, e [insieme] una manifestazione meno forte.
Espressione di Fede personale non è ripetere o edulcorare una dottrina appresa, né la convinzione altrui.
Non c’è da temere: Dio ci ha preceduti; il diverso e lontano non è un estraneo, bensì fratello.
Pertanto, ciò che salva non è l’appartenenza a una tradizione o moda di pensiero e di culto.
Non esigere che il Signore arrivi in una certa forma significa non immaginarlo legato a una espressione esterna.
Lo si raggiunge e coglie solo intimamente, per visione certa - sgombra di convinzioni immaginate indispensabili - qualunque cosa accada.
Si rivelerà volta per volta nel modo più adatto ai nostri limiti.
I distanti da noi sono creature totalmente «degne» sebbene talora vacillanti e fallibili.
Non autonome, insufficienti, come tutti - per il fatto che non si rendono conto che Dio è nella loro carne e nel loro focolare.
Grazie a tale nitida consapevolezza nel Figlio, essi possono finalmente comprendere l’Amore supremo del Padre, gratuito, senza riserve; che sbalordisce, fa superare l’impaccio e li lancia.
Il pagano è condizionato dal suo mondo piramidale, ma incontrando Cristo si scopre persona totalmente adeguata e realizzata.
Non perché ha meritato o concesso favori al popolo eletto, o adempiuto uno speciale genere di osservanze (recitando formule da imprimatur).
Nel Signore, egli stesso viene educato a dilatare l’orizzonte della solita religione - fatta di rapporti verticali esterni.
Sebbene si riconosca manchevole [v.8 testo greco] intuisce che la sua relazione con Dio non dipende da uno scambio di favori.
Tale amicizia personale immediata e spontanea non si fa subalterna ad opere di legge, né scaturisce da norme di purità adempiute.
Tantomeno si assoggetta ad una relazione religiosa a testa china.
Il “lontano” comprende l’amore. In tal guisa, egli è già emancipato da una mentalità appariscente, epidermica, comune.
Nel Signore, egli stesso viene educato a dilatare l’orizzonte della solita religione.
Ritiene appunto che la Parola del Signore - per Via, fuori di luoghi e tempi sincronizzati o stabiliti - produca quel che afferma.
E lo realizzi anche a distanza; senza neppure segni clamorosi e perentori, che facciano baccano.
Piuttosto, liberando l’Energia misteriosa [ancora prigioniera] del «Logos» (v.7).
Verbo non convenzionale, che non gira a vuoto.
Ciò, malgrado questa Potenza si possa trovare mescolata a convincimenti talora contraddittori:
Egli è già lontano da una mentalità magica e carnale.
Ma deve ancora fare il passo decisivo, che lo farà crescere oltre - e ci riguarda da vicino.
La stima di sé dev’essere attitudine dei figli anche remoti, a ogni costo.
Non per sensazione recondita vaga o emotiva, bensì per Presenza garantita a prescindere - persino già operante, sebbene talora inconsapevole.
Interiorizzarla sarà opera - e il “di più” - della Fede matura, che vede, coglie, penetra le energie preparatorie in atto.
E le attualizza, anticipando futuro.
«Io non sono degno» è insieme a «Pietà di me» o «Figlio di Davide» - una delle espressioni più infelici della vita spirituale e missionaria.
Formule che Gesù aborrisce, sebbene siano divenute abituali in alcune espressioni della liturgia.
Il figlio prodigo prova con la medesima sconclusionata espressione [«non sono più degno»] a commuovere il Padre, che appunto non gli consente di finire l’assurda sviolinata.
Piuttosto gl’impedisce di considerarsi «uno dei suoi servi» e mettersi in ginocchio davanti a Lui [Lc 15,21ss].
Questo sarebbe davvero l’unico pericolo che pone a repentaglio tutta la vita; non solo un piccolo tratto di esistenza.
Per Fede in Cristo, da incompleti diventiamo non solo degnissimi, ma siamo così qui e ora Perfetti per realizzare la nostra Vocazione.
Certo, qualche ideologo o purista da mulino bianco potrebbe considerarci fuori moda, o ancora paganeggianti.
Il nostro grande e unico rischio è appunto quello di assorbire tali oppressive opinioni dall’ambiente, e lasciarci condizionare.
Ogni contorno funziona non di rado con la logica delle gerarchie ed i rapporti di forza, per cui ad es. l’inferiore non dovrebbe considerarsi allo stesso livello dell’anteposto.
Ma di questo passo non si riesce più a percepire il Cospetto divino.
Il Volto dell’Eterno è dentro noi e in casa nostra; non nella catena di comando con influssi condizionanti, bensì nel nostro ambiente e in chi ci affianca - anche oltre confine.
Famigliari, amici, persone care e non, sono sullo stesso piano. Vale anche con Dio: siamo faccia a faccia.
Neanche conta più lo schema “io e Tu”, col Figlio: perché - Incarnato diffusamente - ha piantato il suo Cielo nonché la sua stessa capacità terapeutica [addirittura di autoguarigione] «in» noi.
Grazie al Maestro non siamo più all’interno di una ideologia di sottomessi - identica a quella che vigeva nell’impero - né in una caserma ben disciplinata, a ruoli distinti e ambiti confinati.
L’assetto di correttezze esterne non attiene ai Vangeli.
Insomma, il Padre non chiede più a nessuno di obbedire a delle “autorità”, bensì di «somigliare» a Lui.
Ciò si realizza semplicemente corrispondendo - ciascuno di noi - a questa sorta di Presenza superiore che ci abita e ama.
È la fine delle vuote trafile: siamo intimi e consanguinei del nostro stesso Sé recondito, Volto sovreminente.
Non c’è assolutamente bisogno di «scongiurare» Dio (v.5) come se fossimo dei «subalterni» (v.9).
La nostra opera è quella di dissodare e acquisire un nuovo “occhio”, non di sottostare a organigrammi.
Lo sguardo rinato è intuitivo di altre virtù - non sottostà a nomenclature incapaci di fecondità immediata.
Basta con i sensi di manchevolezza!
Essi finiscono per introdurci in cappe e dinamiche a guglia (v.9) tipiche d’ogni feudalesimo stagnante.
Palude che annienta la potenza nuova d’amore - cronicizzando gli assetti.
Configurazioni ingessate da troppe noiose concatenazioni e monarchie locali [come ad es. constatiamo in provincia].
Nell’Ascolto naturale di se stessi e degli eventi, stima genuina e divina Gratuità ci guidano onda su onda verso un nuovo modo di vivere e scambiarsi doni.
Strada impervia per l’abitudine; per l’ovvietà che non sposta i pensieri, e non percepisce.
Cifra inaccessibile a coloro che agiscono per dovere - sentiero enigmatico, poco trasparente, subdolo e assai «tortuoso».
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come intendi e coltivi la certa e libera Venuta di Gesù nella tua Casa?
Cattolica
La Chiesa è cattolica perché Cristo abbraccia nella sua missione di salvezza tutta l’umanità. Mentre la missione di Gesù nella sua vita terrena era limitata al popolo giudaico, «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 15,24), era tuttavia orientata dall’inizio a portare a tutti i popoli la luce del Vangelo e a far entrare tutte le nazioni nel Regno di Dio. Davanti alla fede del Centurione a Cafarnao, Gesù esclama: «Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11). Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.
[Papa Benedetto, allocuzione Concistoro 24 novembre 2012]
La Potenza della Parola e la Creatività
del Tocco sanante di Gesù (al femminile)
Nelle comunità di Galilea e Siria giudaizzanti, ancora a metà anni 70 ci si chiedeva: la nuova Legge di Dio proclamata su «il Monte» delle Beatitudini crea esclusioni? O corrisponde alle speranze e alla sensibilità profonda del cuore umano, di ogni luogo e tempo (vv.10-12)?
I pagani possedevano una spiccata intuizione per le novità dello Spirito, e scoprivano il vissuto di Fede da altre posizioni (non installate, meno legate a concatenazioni conformi; forse scomode).
Non di rado erano proprio gli ultimi arrivati che possedevano la freschezza dell’intuizione sostanziale, e vedevano chiaro. Ciò a paragone dei veterani - più legati alle foglie che alla semente - cui proponevano salutari scossoni di Fiducia schietta, sposata alla Novità di Dio.
A differenza dei provenienti dalla religiosità abituale o marcatamente etnica (persino d’Israele) essi avevano già intuito che non era necessario chiedere esplicitamente l’intervento di Cristo - come si faceva con gli dei antichi (e secondo mentalità consueta).
Bastava comunicare a tu per tu col Signore, in un senso d’amicizia sicura (v.6) - non sollecitarlo al miracolo: acquisizione fondamentale, per poter anche oggi attivare un nuovo corso, e finalmente uscir fuori dall’idea di cultura organica ben cesellata (ed eletta).
È il Risorto a fare autenticamente il bene opportuno... e tutto il resto: come in Gesù - forti dell’esperienza intima del Padre nello Spirito - anche a noi basta la Fede, ossia la confidenza nuziale e fertile nella Parola, efficace e inventiva.
Non c’è bisogno di chissà quali aggiunte a questo segreto, per rinascere.
Dio è Azione immediata (v.7): non ama farsi “pregare e ripregare” - come fosse un sovrano qualsiasi, che si compiace di costringere i sudditi alle deferenze (in vista d’un conseguente paternalismo di rapporti).
La Relazione fra uomo comune e il Padre in Cristo è sobria e istantanea, senza mezzucci di mediazione alcuna: il lavoro della Grazia è affatto condizionato da riconoscimenti e formule, o titoli “interni”, rango da veterani; né inchini mirati, “mazzette” previe, o trafile.
Partendo dalla sua semplice esperienza, il centurione comprende il valore “a distanza” della Parola e l’effetto-calamita della vera Fede (che non pretende ”contatti” o elementi materiali e locali: vv.8-9).
Non è come nelle magie: l’intima sensibilità della relazione di Fede comunica all’occhio dell’anima una Visione di nuova genesi. Non dottrina, disciplina, morale, appuntamenti di rito e così via.
Si tratta di un quadro di futuro (fortemente esistenziale) che non serve per anticipare (v.13) un risultato egoista, utile solo per il soggetto credente, o da nomenclatura: è per la promozione della vita, ovunque.
Ciò corrisponde all’anelito più radicato del nostro cuore.
Infatti, altra grande novità della proposta del nuovo Rabbi - che si diffondeva - era l’accettazione delle donne quali diremmo oggi “diaconesse” (cf. v.15 verbo greco) della Chiesa qui nella figura della Casa di Pietro (v.14).
Era quanto stava accadendo fin dalla metà del primo secolo (cf. Rm 16,1) e che ha ancora molto da insegnarci. Con Dio non ci si può abituare alle formalità (pluri)secolari svuotate di vita.
Ma le tradizioni religiose resistevano all’arrembaggio dell’esperienza di Fede-Amore: ancora a metà anni 70 le comunità non si sentivano libere di raccogliere i bisognosi di cura se non scoccata la sera (v.16).
Secondo il passo parallelo di Mc 1,21.29-34 (fonte del brano di Mt) era infatti giorno di sabato - e dopo l’uscita dalla sinagoga. Lo stesso impedimento e ritardo descritto nell’episodio della Maddalena al sepolcro, la mattina di Pasqua.
Il retaggio culturale e il sacro conformismo religioso restavano un bel fardello per l’esperienza del Cristo Salvatore personale, e la completa scoperta della potenza di Vita piena contenuta nella nuova proposta totale e creatrice de «il Monte».
Scrive il Tao (xxviii): «Chi sa d’esser maschio, e si mantiene femmina, è la forza del mondo; essendo la forza del mondo, la virtù mai si separa da lui, ed ei ritorna a essere un pargolo. Chi sa d’esser candido, e si mantiene oscuro, è il modello del mondo; essendo il modello del mondo, la virtù mai non si scosta da lui; ed ei ritorna all’infinito. Chi sa d’esser glorioso, e si mantiene nell’ignominia, è la valle del mondo; essendo la valle del mondo, la virtù sempre si ferma in lui; ed ei ritorna ad esser grezzo [genuino, non artefatto]. Quando quel ch’è grezzo vien tagliato, allora se ne fanno strumenti; quando l’uomo santo ne usa, allora ne fa i primi tra i ministri. Per questo il gran governo non danneggia».
E così commenta il maestro Wang Pi: «Quella del maschio è qui la categoria di chi precede, quella della femmina è la categoria di chi segue. Chi sa d’essere il primo del mondo deve porsi per ultimo: per questo il santo pospone la sua persona e la sua persona vien premessa. Una gola fra i monti non cerca le creature, ma queste da sé si volgono ad essa. Il pargolo non s’avvale della sapienza, ma s’adegua alla sapienza della spontaneità».
Nel Vangelo apocrifo di Tommaso leggiamo ai nn.22-23:
«Gesù vide dei piccoli che prendevano il latte
E disse ai suoi discepoli:
“Questi piccoli lattanti somigliano a coloro
Che entrano nel Regno”.
Loro gli chiesero:
“Se saremo come quei bimbi, entreremo nel Regno?”
Gesù rispose loro:
“Quando farete di due cose una unità e farete
L’interno uguale all’esterno e l’esterno uguale all’interno
E il superiore uguale all’inferiore,
Quando ridurrete il maschio e la femmina a un unico essere
Così che il maschio non sia solo maschio
E la femmina non resti solo femmina,
Quando considerate due occhi come unità di occhio
Ma una mano come unità di mano
E un piede come unità di piede,
Una funzione vitale in luogo di una funzione vitale
Allora troverete l’entrata del Regno”».
«Gesù ha detto:
“Io vi sceglierò uno fra mille e due fra diecimila
E questi si troveranno ad essere un individuo solo”».
Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33), come abbiamo sentito anche nel brano evangelico poc’anzi proclamato. Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.
[Papa Benedetto, Concistoro 24 novembre 2012]
God's grace does not suppress or suffocate the freedom of those who face martyrdom; on the contrary it enriches and exalts them: the Martyr is an exceedingly free person, free as regards power, as regards the world; a free person [Pope Benedict]
La grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera [Papa Benedetto]
For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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