Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Dal basso, non da su una vetta
(Mc 4,26-34)
Eccoci introdotti a una differente mentalità, in una nuova Famiglia, a un altro Regno, poco “elevato”; anzi, completamente rovesciato. Diverso, rispetto a quello atteso su un monte imponente (Ez 17,22).
Esso non sarà raffigurato dalla maestà del cedro del Libano [che un tempo ricopriva i pendii montuosi del Vicino Oriente] bensì da un semplice arbusto dell’orto di casa (Mc 4,32a).
E le stesse origini di tale realtà novella non deriveranno dagli apici di un fusto altissimo, bensì da un piccolo seme, semplicemente piantato a terra.
Granellino come gli altri. Niente di ragguardevole in sé. Che sviluppa in orizzontale, piuttosto (v.32b).
Quanto gas bisogna dare per accelerare la diffusione del Regno? Secondo Gesù si deve attendere che ciascuno incontri se stesso, senza nevrosi.
Proposta che non conosce frontiere: si rivolge a tutti. Basta lasciar fare alla semente le sue cose normali - così integrando le energie; dando spazio, persino cedendo.
Il Seme cresce da solo, intrecciato al terreno e al clima, eppure secondo carattere-individuo profondo.
Sfugge alle spiegazioni cerebrali: «Come, egli stesso non sa» (v.27).
Dopo la seminagione, l’autore del gesto riprende la vita normale.
Lasciando fare, il piccolo granello nascosto percorre la sua strada, sino in fondo.
Questo il fattore evolutivo.
Nessun agricoltore calpesta il suo campo, né indaga cosa succede, importunando: sviluppo, crescita e maturazione sono per sé garantiti.
Chi volesse entrare disturberebbe i germogli.
Chi scavasse per controllare il chicco che sta intrecciando le sue radici col terreno, rovinerebbe tutto.
La nostra identità sacra è inestricabilmente legata alla singolarità personale: si aggroviglia a una irripetibile sensibilità e vicenda.
È il buio, il silenzio, l’attesa, che fanno spuntare i suoi teneri germogli, nella loro unicità e autenticità.
Li danneggerebbe solo colui che volesse interferire, modificando, sovrapponendo suoi schemi e andamenti - mai conformi alle realtà in sviluppo singolare spontaneo.
Attenzione alla precipitazione di chi vuole subito un risultato… che non sia quello di essere noi stessi in relazione all’essenza innata e missione personale, che sprizzano dalla Sorgente nascosta.
Il tempo dell’amore non è immediato: si svolge lungo un sentiero, i cui periodi non possono essere scanditi da disegni frettolosi - solo irritanti - se non dallo Spirito, affinché manifestiamo l’inedito intrinseco.
Nessuno può importunare tale eccezionale ricchezza, che nasce e sviluppa «automaticamente» (v.28), affinché siamo messi in grado di partorire il mondo interno, la quintessenza, il Gesù che cova in cuore; non altri.
«Metter mano alla falce» (v.29) significa che a questo punto l’anima è desta per il Regno, pronta a ‘dare vita’ a sé e ai fratelli, traboccando la sua completezza ad altri, anche lontani o vaganti come uccelli (v.32).
Insieme, una Chiesa che - senza troppo pensare “come dovrebbe essere” - convince tutti i bisognosi di riparo dalle arsure.
E il Seme potrà esser trasmesso ovunque dagli stessi «volatili» che vi si posano anche solo quanto basta a ciascuno per spiccare di nuovo il volo.
Le ‘parabole del regno’ in Mt 13 e qui in Mc 4 non narrano una realtà solenne, epocale, maestosa, che intestardisce e s’impone.
Piuttosto, il regno ‘novello’ sarà paragonabile a un arbusto comune, che cresce modestamente - silente, nell’orto di casa (v.32).
Come dire: evolviamo in segni minuscoli - niente di straordinario - però siamo persone, non facsimili.
Così annunciamo il Paradiso.
[Venerdì 3.a sett. T.O. 30 gennaio 2026]
Dal basso, non da su una vetta
(Mc 4,26-34)
Eccoci introdotti a una differente mentalità, in una nuova Famiglia, a un altro Regno, poco “elevato”; anzi, completamente rovesciato. Diverso, rispetto a quello atteso su un monte imponente (Ez 17,22).
Esso non sarà raffigurato dalla maestà del cedro del Libano [che un tempo ricopriva i pendii montuosi del Vicino Oriente] bensì da un semplice arbusto dell’orto di casa (Mc 4,32a).
E le stesse origini di tale realtà novella non deriveranno dagli apici di un fusto altissimo, bensì da un piccolo seme, semplicemente piantato a terra. Granellino come gli altri. Niente di ragguardevole in sé. Che sviluppa in orizzontale, piuttosto (v.32b).
Quanto gas bisogna dare per accelerare la diffusione del Regno? Secondo Gesù si deve attendere che ciascuno incontri se stesso, senza nevrosi.
Il Regno di Dio è l’ambito in cui Egli regna: la società alternativa che i credenti inaugurano qui, non guardando l’aldilà col nasino in su.
La nuova realtà supererà il tempo, perché caratterizzata dall’amore verso tutti: valicherà la cronaca e persino la storia.
Anche per questo motivo i Vangeli non prendono a prestito immagini mediate da un culto particolare e dal sacro.
Per far comprendere come le Chiese non si limitino neppure alla dimensione spazio-temporale terrena, il Maestro fa finta di non sapere che - anche a ritmo rallentato - dopo la semina il contadino pulisce il campo, protegge il seme sparso, irriga.
Non è amnesia la sua, ma una speciale sottolineatura di ciò che conta e distingue la vicenda dell’anima, contesa fra religiosità e Fede.
L’immagine è semplice, paradossalmente mediata dalla cultura dei campi - per spiegare il ritmo della vita nello Spirito.
Vuole che spuntiamo dal terreno, germogliamo e giungiamo a fiorire su base non malferma, fondamenta genuine senza dissidi vocazionali, lontane da pregiudizi esterni - che sotto sotto detestiamo.
Poi, all’orizzonte di ogni tratto di cammino c’è sempre una nuova pianta, un’altra genesi, una differente fioritura nel tempo delle stagioni, una diversa effervescenza da introdurre nell’antico assetto già capitalizzato.
A commento del Tao Tê Ching (ix) il maestro Wang Pi scrive: «Le quattro stagioni si succedono l’una all’altra. Quando la loro opera è compiuta, passano».
Proposta che non conosce frontiere, si rivolge a tutti. Basta lasciar fare alla semente le sue cose normali - così integrando le energie; dando spazio, e persino cedendo.
[Ciò garantirebbe l’attrazione e maturazione continua di persone e comunità].
Non un ideale esoterico, misurato su gente messa a parte, eccezionalmente dotata, particolare, e titolata: è per l’uomo “qualunque” (v.26) - ma non sparagnino, e che nel momento in cui deve attivarsi getta a spaglio, ossia destinando a tutta l’umanità.
Poi attende, ed è qui che depone il volontarismo e apre le porte al lato sognante - senza più cercare di correggere i processi spontanei e mettere le cose a posto secondo la sua testa.
Infatti nei vv. 26-29 l’opera dell’agricoltore si riduce a: seminare e metter mano alla falce [nel mondo antico, non il tempo della verifica e resa dei conti, ma la svolta della festa che faceva sentire ciascuno realizzato, e tutti trasalire di gioia].
L’attenzione della vita nello Spirito sfugge al lavoro cocciutamente attivo della persona.
Il seme-Parola-evento è piantato sotterra, sta al buio, marcisce e radica, senza che qualcuno possa accelerarne lo sviluppo, o in seguito tirare in su l’arbusto per farlo spicciare.
Come dice il Tao (ix): «Chi colma ciò che possiede, meglio farebbe a desistere» - e persino «ad opera compiuta, ritrarsi è la Via del Cielo».
Gesù non dice che la Benedizione di Dio si possa eventualmente lanciare in campo ristretto, come farebbe un attento taccagno: il Messaggio di Salvezza dev’essere irradiato senza risparmi.
Il suo Verbo apre il cervello e limita pensieri settari, invitando a sorvolare ogni tentazione d’esclusivismo e definizione di confini. Perché?
Il Seme ha una vitalità propria, che non dipende dall’esterno. Un’edera si arrampica, una quercia si radica; un fiore di sottobosco sa stare in penombra, un girasole svetta; così via.
Il Chicco è capace persino di autorigenerarsi - quindi condurre a un processo di più solida autoguarigione.
Questo Granello della Parola (in noi: la Chiamata personale) possiede una potenza silenziosa, una direzione e forza nascoste, ma irresistibili - che non dipendono da altalene emotive o situazioni vantaggiose.
Facilmente si può calpestare, però la vocazione ributta.
Più la si soffoca, più rientra con energie rinnovate.
Non possiamo rinnegare la nostra inclinazione, se non potenziandola - o creando e accentuando disagi su base identitaria [non caratteriale] ossia non nostra.
Una Missione non vale l’altra.
Il Seme cresce da solo, intrecciato al terreno e al clima, eppure secondo carattere-individuo profondo.
Sfugge alle spiegazioni cerebrali: «Come, egli stesso non sa» (v.27).
Dopo la stagione della semina, inutile - anzi, dannoso - tentare di drogare il cammino di crescita.
Null’altro che un ritmo di sviluppo spontaneo può opportunamente dirigere l’esistenza.
Infatti l’autore del gesto riprende la vita normale.
Lasciando fare, il piccolo granello nascosto percorre la sua strada, sino in fondo.
Questo il fattore evolutivo.
Nessun agricoltore calpesta il suo campo, né indaga cosa succede, importunando: sviluppo, crescita e maturazione sono per sé garantiti.
Chi volesse entrare disturberebbe i germogli.
Chi scavasse per controllare il chicco che sta intrecciando le sue radici col terreno, rovinerebbe tutto.
La nostra identità sacra è inestricabilmente legata alla singolarità personale: si aggroviglia a una irripetibile sensibilità e vicenda.
Qui, diventando Uno con il Cristo perenne Infante, lo riconosciamo in noi - e allora porgiamo frutto.
È il buio, il silenzio, l’attesa, che fanno spuntare i teneri germogli, nella loro unicità e autenticità.
Li danneggerebbe solo colui che volesse interferire, modificando, sovrapponendo schemi e andamenti… mai conformi alle realtà in sviluppo singolare spontaneo.
Sono le classiche forzature di quanti devono a tutti i costi condizionarci, e imporre il credo che non c’entra.
Il risultato è un aborto, causato dall’influsso esterno [appunto, di “guide” ficcanaso] che facilmente arena lo sviluppo.
Quando metteremo fra parentesi pregiudizi e convinzioni e ci lasceremo andare all’istinto che vede l’io divino, fedele nella crescita e nelle sorprese, saremo incantati e stupefatti.
Avremo conferma di ciò che intuivamo: la nostra - così vissuta, intensa, fragrante - è una intelligenza profonda e sensibile.
L’assimilazione della Parola di Dio e il richiamo della vocazione creaturale s’intrecciano nel tempo.
Attenzione alla precipitazione di chi vuole subito un “risultato” che non sia quello di essere noi stessi in relazione alla quintessenza innata e missione personale, che sprizzano dalla Sorgente nascosta.
[Anche la rabbia che a volte scatta fa venire allo scoperto l’autenticità. Affinché manifestiamo il nocciolo dell’inclinazione irripetibile].
Insomma, il tempo dell’amore non è immediato, si svolge lungo un sentiero, i cui periodi non possono essere scanditi da disegni frettolosi o guide spirituali, solo irritanti - se non dallo «Spirito».
«Santo» perché con la sua Azione taglia i germi di morte; aiuta a distinguere ciò ch’è vita, e vuole che manifestiamo l’inedito intrinseco.
«Ruah haQodesh»: Unico Maestro affidabile, insito, riguardoso, dotato di una mente non chiusa. Dalla forza dirompente - che butta all’aria tutta la realtà organizzata, “sicura” e troppo cerebrale; quindi prossima al decesso.
Il dinamismo può essere lentissimo, ma nessuno lo arresterà più, malgrado le distruzioni subìte. Riprenderà foga dopo le umiliazioni e i buchi nell’acqua.
Momenti laceranti, ma che vengono reinterpretati dall’anima in cammino come preziose indicazioni: divieti d’accesso e vie d’uscita, se non proprio segnali precisi.
Per questo - dopo aver trasmesso il Messaggio - bando alla corsa: bisogna avere rispetto di spazi e tempi di crescita.
Se la Parola di Dio non intreccia il suo corso vitale con la vicenda del singolo soggetto, si rischia di anestetizzare o estraniare proprio le anime più motivate - sebbene sprovvedute in termini di astuzie; deboli, sensibili.
Inutile poi disinnescare i sintomi di malessere quando qualcuno si sentirà tenuto in ostaggio - estraneo a se stesso.
Se ai pareri omologanti dei “migliori” saremo costretti a rimuovere o nascondere le emozioni autentiche, assomiglieremo loro vanamente - disperdendo la ricchezza del nostro Nome.
Se l’esperto invece di aiutare ad allargare il panorama imponesse di non accettare cambiamenti, la persona che si lascia plagiare non ritroverebbe la propria semplicità.
E la vita (anche quella spesa più nobilmente, nel dono di sé) diverrebbe prima o poi un incubo, costantemente soggetta a manipolazioni, appena dietro l’angolo.
Gesù infatti non sopportava i manager che pretendevano di intervenire coi loro conformismi e stili di vita “adeguati”.
Basta dunque a “reggenti” che mettono sotto una cappa asfissiante il sentiero che ci spetta secondo natura.
Ci sono momenti in cui il lavoro febbrile e pressante deve andare sullo sfondo, perché il capolavoro che siamo dentro cresca da solo.
Così il frutto stupirà e supererà le aspettative normali o prescritte.
Se l’inizio è piccolo e nascosto, l’Appello interiore andrà in simbiosi con quello della Parola.
In tal guisa, anche il richiamo degli accadimenti e il genio del tempo saranno ben interpretati e assimilati, all’interno della straordinarietà di ciascuno.
Gesù sembra contrario all’opera dei direttori che controllano il movimento e il modo di comportarsi [di tutti gli altri - salvo il loro].
Essi devono solo dispiegare il Messaggio, non il loro parere; poi tacere e non impicciarsi delle vicende altrui.
Solo - cercare di favorire l'assimilazione della Parola, e la ricerca poliedrica del proprio carattere schietto.
Il sentiero naturale va ed evolve in simbiosi con un processo di radicamento in noi dell’Annuncio di Dio sulle nostre sporgenze.
Nessuno può importunare tale eccezionale ricchezza, che nasce e sviluppa appunto «automaticamente» (v.28 testo greco) affinché siamo messi in grado di partorire il mondo interno, l’essenza, il Gesù che cova in cuore; non altri.
Incarnazione: essa continua e arricchisce solo se non deleghiamo l’impareggiabile libertà di movimento.
Respiro senza eguali che agisce da catalizzatore delle potenzialità eccezionali, irripetibili, singolarmente individuali sebbene in relazione; sino a maturazione piena.
La vita sviluppa sempre in modo tale che a noi stessi può far difficoltà capire - ma nell’esperienza di pienezza di essere e nella sintonia interiore con se stessi non c’è molto da comprendere, quanto da sperimentare.
Il risultato sarà un fuori scala che realizza a tutto tondo, su ogni versante l’inclinazione della persona.
Come uno svolgimento progressivo che poi s’incanala in una particolare traiettoria - ora fatta stupefacente anche sotto il profilo dei rapporti: già beata; esuberante, rigogliosa.
Personale e altruista.
«Metter mano alla falce» (v.29) significa che a questo punto la persona di Fede è desta per il Regno, pronta a dare vita a sé e ai fratelli. Traboccando la sua esperienza di completezza ad altri, anche lontani o vaganti come uccelli (v.32).
Insieme, Chiesa che - senza troppo pensare “come dovrebbe essere” - convince tutti i bisognosi di riparo dalle arsure.
Esperienza che li convincerà, solo se da figli e fratelli avremo ascoltato quel bisogno di ascolto e comprensione - talora così inespresso. Ricaricando la passione, riaccendendo le intuizioni e la vita.
Il Seme potrà esser trasmesso ovunque dagli stessi “volatili” (un tempo solo distanti) che vi si posano più o meno quanto basta a ciascuno per spiccare di nuovo il volo e riproporsi ad altri - altrove - con interesse.
Il Regno di Dio è una comunità viva, composta di credenti che si muovono e aspettano, si trasformano e tirano fuori dal campo ogni variegata, inconsapevole e sopita risorsa.
[Il lato inesplorato - infatti - non attira l'attenzione del maestro qualsiasi. E la qualità non designata dall’esterno rischia di essere anche trascurata, perché poco magnificente (spesso neppure esplicita)].
«E diceva: Come paragoneremo il Regno di Dio? O in quale parabola lo metteremo? Come a un granello di senapa che quando è seminato sulla terra è più piccolo di tutti i semi sulla terra» (Mc 4,30-31).
Insomma, le parabole del regno in Mt 13 e qui in Mc 4 non narrano una realtà solenne, epocale, maestosa, perentoria, che intestardisce e s’impone.
Piuttosto, il regno novello sarà paragonabile a un arbusto comune, che cresce modestamente - silente, nell’orto di casa (v.32) - fra melanzane, insalata e cetrioli; margherite, erbe parassite e violette.
Ma per ciascuno e senza confini.
A dire: evolviamo ciascuno in segni minuscoli - niente di straordinario - però siamo persone a tutto tondo, non fantocci o facsimili, né solo prolungamenti del passato.
Non lo siamo per carattere - vogliamo svincolarci da modelli altrui - né per prestigio o inarrivabile (ma banale) eccellenza e vistosa grandiosità.
Permaniamo niente di che, come i fiori di sottobosco, o al massimo gli spinaci; ma vogliamo esprimerci senza forzature.
Desideriamo sentir circolare la nostra energia vitale, che porta fuori del branco tedioso e rasoterra.
Del resto, si può amare anche poveramente - non qualcosa di prevedibile, o qualcuno che condiziona e ci sovrasta.
Gli incubi si dissolvono. Così annunciamo il Paradiso.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Che senso ha per il concerto sociale e culturale - oggi globale - la piccola speranza di pochi credenti privi d’un patrimonio appariscente, sicuro di sé, dottrinale, e volontarista?
Cari fratelli e sorelle,
la liturgia odierna ci propone due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura, il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno.
Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà infecondo. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti. Il raccolto finale ci fa pensare all’intervento conclusivo di Dio alla fine dei tempi, quando Egli realizzerà pienamente il suo Regno. Il tempo presente è tempo di semina, e la crescita del seme è assicurata dal Signore. Ogni cristiano, allora, sa bene di dover fare tutto quello che può, ma che il risultato finale dipende da Dio: questa consapevolezza lo sostiene nella fatica di ogni giorno, specialmente nelle situazioni difficili. A tale proposito scrive Sant’ Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio» (cfr Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola, Milano 1998).
Anche la seconda parabola utilizza l’immagine della semina. Qui, però, si tratta di un seme specifico, il granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi. Pur così minuto, però, esso è pieno di vita; dal suo spezzarsi nasce un germoglio capace di rompere il terreno, di uscire alla luce del sole e di crescere fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (cfr Mc 4,32): la debolezza è la forza del seme, lo spezzarsi è la sua potenza. E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola, composta da chi è povero nel cuore, da chi non confida nella propria forza, ma in quella dell’amore di Dio, da chi non è importante agli occhi del mondo; eppure proprio attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è apparentemente insignificante.
L’immagine del seme è particolarmente cara a Gesù, perché esprime bene il mistero del Regno di Dio. Nelle due parabole di oggi esso rappresenta una «crescita» e un «contrasto»: la crescita che avviene grazie a un dinamismo insito nel seme stesso e il contrasto che esiste tra la piccolezza del seme e la grandezza di ciò che produce. Il messaggio è chiaro: il Regno di Dio, anche se esige la nostra collaborazione, è innanzitutto dono del Signore, grazia che precede l’uomo e le sue opere. La nostra piccola forza, apparentemente impotente dinanzi ai problemi del mondo, se immessa in quella di Dio non teme ostacoli, perché certa è la vittoria del Signore. È il miracolo dell’amore di Dio, che fa germogliare e fa crescere ogni seme di bene sparso sulla terra. E l’esperienza di questo miracolo d’amore ci fa essere ottimisti, nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male che incontriamo. Il seme germoglia e cresce, perché lo fa crescere l’amore di Dio. La Vergine Maria, che ha accolto come «terra buona» il seme della divina Parola, rafforzi in noi questa fede e questa speranza.
[Papa Benedetto, Angelus 17 giugno 2012]
1. Come abbiamo detto nella catechesi precedente, non è possibile capire l’origine della Chiesa senza tener conto di tutto quello che Gesù predicò e operò (cf. At 1,1). E proprio su questo tema egli ha rivolto ai suoi discepoli e ha lasciato a noi tutti un fondamentale insegnamento nelle parabole sul Regno di Dio. Tra queste, hanno particolare importanza quelle che enunciano e ci fanno scoprire il carattere di sviluppo storico e spirituale che è proprio della Chiesa secondo il progetto dello stesso suo Fondatore.
2. Gesù dice: “Il Regno di Dio è come un uomo che getta un seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura” (Mc 4, 26-29). Dunque il Regno di Dio cresce qui sulla terra, nella storia dell’umanità, in virtù di una semina iniziale, cioè di una fondazione, che viene da Dio, e di un misterioso operare di Dio stesso, che continua a coltivare la Chiesa lungo i secoli. Nell’azione di Dio in ordine al Regno è presente anche la falce del sacrificio: lo sviluppo del Regno non si realizza senza sofferenza. Questo è il senso della parabola riportata dal Vangelo di Marco.
3. Ritroviamo lo stesso concetto anche in altre parabole, specialmente in quelle riunite nel testo di Matteo (Mt 13, 3-50).
“Il regno dei cieli - leggiamo in questo Vangelo - si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi, ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo si annidano fra i suoi rami” (Mt 13, 31). È la crescita del regno in senso “estensivo”.
Un’altra parabola invece ne mostra la crescita in senso “intensivo” o qualitativo, paragonandolo al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti” (Mt 13, 32).
4. Nella parabola del seminatore e della semina la crescita del Regno di Dio appare certamente come frutto dell’operato del seminatore, ma è in rapporto al terreno e alle condizioni climatiche che la semina produce raccolto: “dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta” (Mt 13, 8). Il terreno significa la disponibilità interiore degli uomini. Dunque, secondo Gesù, la crescita del Regno di Dio è condizionata anche dall’uomo. La libera volontà umana è responsabile di questa crescita. Per questo Gesù raccomanda a tutti di pregare: “Venga il tuo regno” (cf. Mt 6, 10; Lc 11, 2): è una delle prime domande del Pater noster.
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cf. Mt 13, 36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio.
Egli dice ai suoi: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4, 11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera “prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l’ha preparato il Padre” (cf. Lc 22, 29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio” (cf. At 1, 3) sino al giorno in cui “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16, 19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l’Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.
7. Anche le parole rivolte a Pietro a Cesarea di Filippo si inscrivono nell’ambito della predicazione sul regno. Gli dice infatti: “A te darò le chiavi del regno dei cieli” (Mt 16, 19), subito dopo averlo chiamato pietra, sulla quale edificherà la sua Chiesa, che sarà invincibile per “le porte degli inferi” (cf. Mt 16, 18). È una promessa espressa allora col verbo al futuro: “edificherò”, perché la fondazione definitiva del Regno di Dio in questo mondo doveva ancora compiersi mediante il sacrificio della Croce e la vittoria della Risurrezione. Dopo di che Pietro, con gli altri Apostoli, avrà la coscienza viva della loro chiamata a “proclamare le opere meravigliose di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (cf. 1 Pt 2, 9). Al tempo stesso, tutti avranno altresì la coscienza della verità che emerge dalla parabola del seminatore, e cioè che, “né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere”, come scriverà San Paolo (1 Cor 3, 7).
8. L’autore dell’Apocalisse esprime questa stessa coscienza del regno quando riferisce il canto indirizzato all’Agnello: “Sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti” (Ap 5, 9-10). L’apostolo Pietro precisa che sono stati costituiti tali “per offrire sacrifici graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (cf. 1 Pt 2, 5). Sono tutte espressioni delle verità apprese da Gesù che, nelle parabole sul seminatore e sulla semina, sulla crescita del grano e dell’erba cattiva, sul granellino di senapa che viene seminato e diventa poi pianta abbastanza estesa, parlava di un Regno di Dio che, sotto l’azione dello Spirito, cresce nelle anime grazie alla forza vitale derivante dalla sua morte e dalla sua risurrezione: un regno che cresce sino al tempo previsto da Dio stesso.
9. “Poi sarà la fine - annuncia San Paolo - quando egli (Cristo) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto a nulla ogni principato e ogni potestà e potenza” (1 Cor 15, 24). Quando infatti “tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).
In mirabile prospettiva escatologica del Regno di Dio è inscritta l’esistenza della Chiesa dall’inizio sino alla fine, e si svolge la sua storia dal primo all’ultimo giorno.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
Il Vangelo di oggi è formato da due parabole molto brevi: quella del seme che germoglia e cresce da solo, e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso queste immagini tratte dal mondo rurale, Gesù presenta l’efficacia della Parola di Dio e le esigenze del suo Regno, mostrando le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno nella storia.
Nella prima parabola l’attenzione è posta sul fatto che il seme, gettato nella terra, attecchisce e si sviluppa da solo, sia che il contadino dorma sia che vegli. Egli è fiducioso nella potenza interna al seme stesso e nella fertilità del terreno. Nel linguaggio evangelico, il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è richiamata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi la ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, cioè a ciascuno di noi con la nostra concreta umanità. Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga» (v. 28). Questa Parola, se viene accolta, porta certamente i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germogliare e maturare attraverso vie che non sempre possiamo verificare e in un modo che noi non sappiamo (cfr v. 27). Tutto ciò ci fa capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno - per questo preghiamo tanto che “venga il tuo Regno” - è Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.
La Parola di Dio fa crescere, dà vita. E qui vorrei ricordarvi un’altra volta l’importanza di avere il Vangelo, la Bibbia, a portata di mano - il Vangelo piccolo nella borsa, in tasca - e di nutrirci ogni giorno con questa Parola viva di Dio: leggere ogni giorno un brano del Vangelo, un brano della Bibbia. Non dimenticare mai questo, per favore. Perché questa è la forza che fa germogliare in noi la vita del Regno di Dio.
La seconda parabola utilizza l’immagine del granello di senape. Pur essendo il più piccolo di tutti i semi, è pieno di vita e cresce fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (Mc 4,32). E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola e apparentemente irrilevante. Per entrare a farne parte bisogna essere poveri nel cuore; non confidare nelle proprie capacità, ma nella potenza dell’amore di Dio; non agire per essere importanti agli occhi del mondo, ma preziosi agli occhi di Dio, che predilige i semplici e gli umili. Quando viviamo così, attraverso di noi irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è piccolo e modesto in una realtà che fa fermentare l’intera massa del mondo e della storia.
Da queste due parabole ci viene un insegnamento importante: il Regno di Dio richiede la nostra collaborazione, ma è soprattutto iniziativa e dono del Signore. La nostra debole opera, apparentemente piccola di fronte alla complessità dei problemi del mondo, se inserita in quella di Dio non ha paura delle difficoltà. La vittoria del Signore è sicura: il suo amore farà spuntare e farà crescere ogni seme di bene presente sulla terra. Questo ci apre alla fiducia e alla speranza, nonostante i drammi, le ingiustizie, le sofferenze che incontriamo. Il seme del bene e della pace germoglia e si sviluppa, perché lo fa maturare l’amore misericordioso di Dio.
La Vergine Santa, che ha accolto come «terra feconda» il seme della divina Parola, ci sostenga in questa speranza che non ci delude mai.
[Papa Francesco, Angelus 14 giugno 2015]
(Mc 4,21-25)
Quella di Mc è una catechesi narrativa e popolare, che riflette le problematiche di una comunità di Fede molto primitiva - rispetto a quelle degli altri Vangeli.
Il suo modo di esprimersi è correlativo a tali origini poco sofisticate.
Ai tempi, ancora a Roma non mancava un forte dibattito interno alle chiese, su tematiche essenziali.
Alcuni fedeli restavano attaccati alla mentalità mummificata del Messia potente, che avrebbe dovuto calarsi come un fulmine e rimanere a sé.
Un Re glorioso, paragonabile all’imperatore, il quale assicurava vittorie ai suoi. Risolvendo ogni problema in modo dirompente e immediato.
Coloro che leggevano le Scritture con tale criterio - o anche come testo scarsamente popolare (v.22), da interpretare a piccole dosi, misteriche, cerebrali, moraliste; tipiche - facevano difficoltà a interiorizzare il senso dell’Insegnamento nuovo. E a ben disporsi nel confronto reale con gl’inevitabili rischi della verità evangelica.
Il Messaggio di Cristo apre invece all’apostolato ininterrotto; anche travagliato. E va proclamato in faccia al mondo, altrimenti lo Spirito non si scatena dentro il discepolo, né opera fuori di lui.
L’Annuncio porta con sé la consapevolezza di aver molto ricevuto, e di essere stati introdotti senza condizioni di perfezione nel Segreto di Dio; quindi, col desiderio che tutti ne siano partecipi.
In Mc il linguaggio delle parabole e delle immagini che il Signore usa per esplicitare il suo insegnamento trasmettono il senso di una lettura non esoterica né difficilmente decifrabile delle cose del Regno di Dio - sempre ricollocato dentro gli elementi normali della vita.
Trasmettendo Cristo anche nel modo nuovo che ci sta insegnando il Magistero [pratico e largo] apriamo i segreti del Padre (v.22) - non più legato a chiose, né opinioni rielaborate su mode e costumanze, o consigli devoti.
Certo, chi si aggiorna e rimane attento, avanza.
Nessuno si sorprenderà che i tattici, i poco volenterosi o i nostalgici che si attardano e permangono impaludati nelle loro posizioni [antiche o all’ultimo grido] finiscano per estinguere il loro influsso e man mano sparire dalla scena (vv.24-25).
La «lucerna» che Viene e ‘orienta nell'oscurità della sera’ è solo la Parola di Dio, che non va soffocata di consuetudini o idee à la page.
Nel buio dev’essere sempre accesa, ossia non può rimanere chiusa in un libro (v.21).
È ‘lampada che illumina’ solo quando viene unita alla vita - e ad una chiave di lettura non trionfalista, né a circuito fisso (v.21).
In caso contrario, resta ambivalente (vv.23-24). Bisogna fare massima attenzione ai codici con cui interpretiamo la Scrittura, e le nostre stesse pulsioni o pregiudizi.
Spesso le idee radicate [o senza spina dorsale] deviano la comprensione del senso degli accadimenti, delle emozioni che suscitano, e la Persona stessa del Figlio di Dio.
La sua è una Luce ‘fuori Misura’ - che irrompe con l’inevitabile rischio della fragranza evangelica.
«Misura» che non ha “limite”. Sproporzione propria dell’Annuncio.
[Giovedì 3.a sett. T.O. 29 gennaio 2026]
Il rischio della Verità
(Mc 4,21-25)
Quella di Mc è una catechesi narrativa e popolare, che riflette le problematiche di una comunità di Fede molto primitiva - rispetto a quelle degli altri Vangeli.
Il suo modo di esprimersi è correlativo a tali origini poco sofisticate (solo pratiche e ordinarie).
Identificando il pensiero di Lao Tse, il maestro Ho-shang Kung confessa: «Poiché non vedo la forma e l’aspetto della Via, non so con quale nome convenga chiamarla» (commento al Tao Tê Ching xxv,7-8).
Ai tempi, ancora a Roma non mancava un forte dibattito interno alle chiese, su tematiche essenziali: Chi è Dio e come onorarlo? Qual è il rapporto giusto con la Tradizione? E fra dottrina e vita? Come realizzarsi e voler bene?
Per essere liberi... bisogna mollare tutto, o cambiare testa? Come affrontare le persecuzioni? C’è spazio per i Sogni? Chi ci orienta? Cosa fare della natura spontanea? Come rapportarsi con le istituzioni e i lontani? E così via.
Alcuni fedeli restavano attaccati alla mentalità mummificata del Messia potente, che avrebbe dovuto calarsi come un fulmine e rimanere a sé.
Un Re glorioso, paragonabile all’imperatore, il quale assicurava vittorie ai suoi. Risolvendo ogni problema in modo dirompente e immediato.
Coloro che leggevano le Scritture con tale criterio - o anche come testo scarsamente popolare (v.22), da interpretare a piccole dosi, misteriche, cerebrali, moraliste; tipiche - facevano difficoltà a interiorizzare il senso dell’Insegnamento nuovo. E a ben disporsi nel confronto reale con gl’inevitabili rischi della verità evangelica.
Il Messaggio di Cristo apre invece all’apostolato ininterrotto; anche travagliato. E va proclamato in faccia al mondo, altrimenti lo Spirito non si scatena dentro il discepolo, né opera fuori di lui.
L’Annuncio porta con sé la consapevolezza di aver molto ricevuto, e di essere stati introdotti senza condizioni di perfezione nel Segreto di Dio; quindi, col desiderio che tutti ne siano partecipi.
In Mc il linguaggio delle parabole e delle immagini che il Signore usa per esplicitare il suo insegnamento trasmettono il senso di una lettura non esoterica né difficilmente decifrabile delle cose del Regno di Dio - sempre ricollocato dentro gli elementi normali della vita.
Trasmettendo Cristo (anche nel modo nuovo che ci sta insegnando il Magistero, pratico e largo) apriamo i segreti del Padre (v.22) - non più legato a chiose, né opinioni rielaborate sulle costumanze, o consigli devoti.
Certo, chi si aggiorna e rimane attento, avanza. Nessuno si sorprenderà che i poco volenterosi o nostalgici che si attardano e permangono impaludati nelle loro posizioni, finiscano per estinguere il loro influsso e man mano sparire dalla scena (vv.24-25).
La «lucerna» che viene e orienta nell'oscurità della sera è solo la Parola di Dio, che non va soffocata di consuetudini.
Nel buio dev’essere sempre accesa, ossia non può rimanere chiusa in un libro (v.21).
È lampada che illumina solo quando viene unita alla vita - e ad una chiave di lettura non trionfalista, né a circuito fisso (v.21).
In caso contrario, resta ambivalente (vv.23-24). Bisogna fare massima attenzione ai codici con cui interpretiamo la Scrittura, e le nostre stesse pulsioni o pregiudizi.
Spesso le idee radicate deviano la comprensione del senso degli accadimenti, delle emozioni che suscitano, e la Persona stessa del Figlio di Dio.
Anche oggi qualche volenteroso lettore della Bibbia resta inceppato da modi d’intendere precipitosi e unilaterali, o pensieri cerebrali, coltivati dentro club di presunti eletti chiamati a parte.
Talora restiamo condizionati da grandi narrazioni (tutto sommato conformiste); da opzioni di giro, disincarnate, più o meno ricercate - anche ecclesiali. Alcune sotto forma di privilegi dinastici e fanatismi banali, i quali minacciano la vita in Cristo di gravi errori.
Il Mistero del Regno non è un monopolio che qualche casta ristretta e demarcata può permettersi di custodire gelosamente.
Esso è viceversa come una Luce che travalica ogni linguaggio scelto, surclassa gerontocrazie, cerchie e oligarchie che pretendessero di sequestrarlo - e con esso trattenere in ostaggio anche Gesù vivo.
«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150). Il nostro bruciante desiderio, l’Eros fondante che appassiona la nostra anima, non possono essere normalizzati, sottoposti a cliché.
Nell’itineranza dell’homo viator, il Verbo-Logos e la Parola-evento del divino già in noi si fa Chiarore, orizzonte di Vita. Viene a illustrare, sostenere e motivare ogni personalistica antropologia della soglia e dell’oltre.
Insomma, il Principio che irrompe e chiama è come un impulso fuori Misura.
«E diceva loro: State attenti a quello che ascoltate. Con la misura con cui misurate sarà misurato a voi, e sarà aggiunto a voi. Perché chi ha gli sarà dato, e chi non ha anche quello che ha sarà tolto da lui» (vv.24-25).
Sproporzione propria dell’Annuncio:
L’Evangelo non può perdere la propria fragranza, perché l’Amico penetra la nostra condizione di finitudine per farsi virtù di ricerca sempre nuova.
Motivo e Motore del crescere - con l’inevitabile rischio della verità, che non ha limite.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Qual è la tua forma non condizionata ma luminosa e crescente di dedizione attiva?
In tutte le chiese, nelle cattedrali e nei conventi, dovunque si radunano i fedeli per la celebrazione della Veglia pasquale, la più santa di tutte le notti è inaugurata con l’accensione del cero pasquale, la cui luce viene poi trasmessa a tutti i presenti. Una minuscola fiamma irradia in tanti luci ed illumina la casa di Dio al buio. In tale meraviglioso rito liturgico, che abbiamo imitato in questa veglia di preghiera, si svela a noi, attraverso segni più eloquenti delle parole, il mistero della nostra fede cristiana. Lui, Cristo, che dice di se stesso: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), fa brillare la nostra vita, perché sia vero ciò che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Non sono i nostri sforzi umani o il progresso tecnico del nostro tempo a portare luce in questo mondo. Sempre di nuovo facciamo l’esperienza che il nostro impegno per un ordine migliore e più giusto incontra i suoi limiti. La sofferenza degli innocenti e, infine, la morte di ogni uomo costituiscono un buio impenetrabile che può forse essere rischiarato per un momento da nuove esperienze, come da un fulmine nella notte. Alla fine, però, rimane un’oscurità angosciante.
Intorno a noi può esserci il buio e l’oscurità, e tuttavia vediamo una luce: una piccola fiamma, minuscola, che è più forte del buio apparentemente tanto potente ed insuperabile. Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. Egli ha vinto la morte – Egli vive – e la fede in Lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso. Chi crede in Gesù, certamente non vede sempre soltanto il sole nella vita, quasi che gli possano essere risparmiate sofferenze e difficoltà, ma c’è sempre una luce chiara che gli indica una via, la via che conduce alla vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Gli occhi di chi crede in Cristo scorgono anche nella notte più buia una luce e vedono già il chiarore di un nuovo giorno.
La luce non rimane sola. Tutt’intorno si accendono altre luci. Sotto i loro raggi si delineano i contorni dell’ambiente così che ci si può orientare. Non viviamo da soli nel mondo. Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli della grande catena dei credenti. Nessuno arriva a credere se non è sostenuto dalla fede degli altri e, d’altra parte, con la mia fede contribuisco a confermare gli altri nella loro fede. Ci aiutiamo a vicenda ad essere esempi gli uni per gli altri, condividiamo con gli altri ciò che è nostro, i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro affetto. E ci aiutiamo a vicenda ad orientarci, ad individuare il nostro posto nella società.
Cari amici, “Io sono la luce del mondo – Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore. È una cosa misteriosa e grandiosa che Gesù dica di se stesso e di tutti noi insieme la medesima cosa, e cioè di “essere luce”. Se crediamo che Egli è il Figlio di Dio che ha guarito i malati e risuscitato i morti, anzi, che Egli stesso è risorto dal sepolcro e vive veramente, allora capiamo che Egli è la luce, la fonte di tutte le luci di questo mondo. Noi invece sperimentiamo sempre di nuovo il fallimento dei nostri sforzi e l’errore personale nonostante le nostre buone intenzioni. Il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, in ultima analisi, a quanto pare, non diventa più buono. Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà. E anche quelli che nella storia si sono ritenuti “portatori di luce”, senza però essere stati illuminati da Cristo, l’unica vera luce, non hanno creato alcun paradiso terrestre, bensì hanno instaurato dittature e sistemi totalitari, in cui anche la più piccola scintilla di umanesimo è stata soffocata.
A questo punto non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste. Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività. Con una certa autodisciplina ciò forse è, in qualche misura, controllabile. E’ più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi. “Voi siete la luce del mondo“: solo Cristo può dire “Io sono la luce del mondo”. Tutti noi siamo luce solamente se stiamo in questo “voi”, che a partire dal Signore diventa sempre di nuovo luce. E come il Signore afferma circa il sale, in segno di ammonimento, che esso potrebbe diventare insipido, così anche nelle parole sulla luce ha inserito un lieve ammonimento. Anziché mettere la luce sul lampadario, si può coprirla con un moggio. Chiediamoci: quante volte copriamo la luce di Dio con la nostra inerzia, con la nostra ostinazione, così che essa non può risplendere, attraverso di noi, nel mondo?
Cari amici, l’apostolo san Paolo, in molte delle sue lettere, non teme di chiamare “santi” i suoi contemporanei, i membri delle comunità locali. Qui si rende evidente che ogni battezzato – ancor prima di poter compiere opere buone – è santificato da Dio. Nel Battesimo, il Signore accende, per così dire, una luce nella nostra vita, una luce che il catechismo chiama la grazia santificante. Chi conserva tale luce, chi vive nella grazia è santo.
Cari amici, ripetutamente l’immagine dei santi è stata sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto è errata e scoraggiante questa opinione! Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. Cari amici, Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita. Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la sua Grazia in noi.
Cari amici, questa sera, in cui ci raduniamo in preghiera attorno all’unico Signore, intuiamo la verità della parola di Cristo secondo la quale non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. Questa assemblea brilla nei vari significati della parola – nel chiarore di innumerevoli lumi, nello splendore di tanti giovani che credono in Cristo. Una candela può dar luce soltanto se si lascia consumare dalla fiamma. Essa resterebbe inutile se la sua cera non nutrisse il fuoco. Permettete che Cristo arda in voi, anche se questo può a volte significare sacrificio e rinuncia. Non temete di poter perdere qualcosa e restare, per così dire, alla fine a mani vuote. Abbiate il coraggio di impegnare i vostri talenti e le vostre doti per il Regno di Dio e di donare voi stessi – come la cera della candela – affinché per vostro mezzo il Signore illumini il buio. Sappiate osare di essere santi ardenti, nei cui occhi e cuori brilla l’amore di Cristo e che, in questo modo, portano luce al mondo. Io confido che voi e tanti altri giovani qui in Germania siate fiaccole di speranza, che non restano nascoste. “Voi siete la luce del mondo”. “Dove c’è Dio, là c’è futuro!” Amen.
[Papa Benedetto, Veglia a Friburgo 24 settembre 2011]
3. "Voi siete la luce del mondo...". Per quanti da principio ascoltarono Gesù, come anche per noi, il simbolo della luce evoca il desiderio di verità e la sete di giungere alla pienezza della conoscenza, impressi nell'intimo di ogni essere umano.
Quando la luce va scemando o scompare del tutto, non si riesce più a distinguere la realtà circostante. Nel cuore della notte ci si può sentire intimoriti ed insicuri, e si attende allora con impazienza l'arrivo della luce dell'aurora. Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino (cfr Is 21, 11-12) che annunciano l'avvento del sole che è Cristo risorto!
La luce di cui Gesù ci parla nel Vangelo è quella della fede, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l'intelligenza: "Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse anche nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). Ecco perché le parole di Gesù assumono uno straordinario rilievo allorché spiega la sua identità e la sua missione: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12).
L'incontro personale con Cristo illumina di luce nuova la vita, ci incammina sulla buona strada e ci impegna ad essere suoi testimoni. Il nuovo modo, che da Lui ci viene, di guardare al mondo e alle persone ci fa penetrare più profondamente nel mistero della fede, che non è solo un insieme di enunciati teorici da accogliere e ratificare con l'intelligenza, ma un'esperienza da assimilare, una verità da vivere, il sale e la luce di tutta la realtà (cfr Veritatis splendor, 88).
Nel contesto attuale di secolarizzazione, in cui molti dei nostri contemporanei pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forme di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermiate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l'esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita! Diventerete così missionari con i gesti e le parole e, dovunque lavoriate e viviate, sarete segni dell'amore di Dio, testimoni credibili della presenza amorosa di Cristo. Non dimenticate: "Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio" (Mt 5,15)!
Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all'imitazione di tutti. Tra i molti basti ricordare: Agnese di Roma, Andreas di Phú Yên, Pedro Calungsod, Giuseppina Bakhita, Teresa di Lisieux, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo, Francisco Castelló Aleu o ancora Kateri Tekakwitha, la giovane irochese detta "il giglio dei Mohawks". Prego il Dio tre volte Santo che, per l'intercessione di questa folla immensa di testimoni, vi renda santi, cari giovani, i santi del terzo millennio!
[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XVII Giornata Mondiale della Gioventù]
Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself (John Paul II)
don Giuseppe Nespeca
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