don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Lo stesso legame tra il “miracolo-segno” e la fede è confermato per opposto da altri fatti di segno negativo. Ricordiamone alcuni. Nel Vangelo di Marco leggiamo che Gesù a Nazaret “non poté operare alcun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6, 5-6).

Conosciamo il delicato rimprovero che Gesù rivolse una volta a Pietro: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Ciò avvenne quando Pietro, che all’inizio andava coraggiosamente sulle onde verso Gesù, poi per la violenza del vento, s’impaurì e cominciò ad affondare” (cf. Mt 14, 29-31).

5. Gesù sottolinea più di una volta che il miracolo da lui compiuto è legato alla fede. “La tua fede ti ha guarita”, dice alla donna che soffriva d’emorragia da dodici anni e che, accostatasi alle sue spalle, gli aveva toccato il lembo del mantello ed era stata risanata (cf. Mt 9, 20-22; Lc 8, 48; Mc 5, 34).

Parole simili Gesù pronunzia mentre guarisce il cieco Bartimeo, che all’uscita da Gerico con insistenza chiedeva il suo aiuto gridando: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” (cf. Mc 10, 46-52). Secondo Marco: “Va’, la tua fede ti ha salvato”, gli risponde Gesù. E Luca precisa la risposta: “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato” (Lc 18, 42).

Un’identica dichiarazione fa al samaritano guarito dalla lebbra (Lc 17, 19). Mentre ad altri due ciechi che invocano il riacquisto della vista, Gesù chiede: “Credete voi che io possa fare questo?”. “Sì, o Signore!” . . . “Sia fatto a voi, secondo la vostra fede” (Mt 9, 28-29).

6. Particolarmente toccante è l’episodio della donna cananea, che non cessava di chiedere l’aiuto di Gesù per sua figlia “crudelmente tormentata da un demonio”. Quando la cananea si prostrò dinanzi a Gesù per chiedergli aiuto, egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (era un richiamo alla diversità etnica tra israeliti e cananei, che Gesù figlio di Davide, non poteva ignorare nel suo comportamento pratico, ma alla quale accennava in funzione metodologica per provocare la fede). Ed ecco la donna pervenire d’intuito a un atto insolito di fede e di umiltà. Dice: “È vero, Signore . . . ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Dinanzi a questa parola così umile, garbata e fiduciosa, Gesù replica: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri” (cf. Mt 15, 21-28).

È un avvenimento difficile da dimenticare, soprattutto se si pensa agli innumerevoli “cananei” di ogni tempo, paese, colore e condizione sociale, che tendono la mano per chiedere comprensione e aiuto nelle loro necessità!

7. Si noti come nella narrazione evangelica è messo continuamente in rilievo il fatto che Gesù, quando “vede la fede”, compie il miracolo. Ciò è detto chiaramente nel caso del paralitico calato ai suoi piedi attraverso l’apertura praticata nel tetto (cf. Mc 2, 5; Mt 9, 2; Lc 5, 20). Ma l’osservazione si può fare in tanti altri casi registrati dagli evangelisti. Il fattore fede è indispensabile; ma appena si verifica, il cuore di Gesù è proteso a esaudire le richieste dei bisognosi che si rivolgono a lui perché li soccorra col suo potere divino.

8. Ancora una volta constatiamo che, come abbiamo detto all’inizio, il miracolo è un “segno" della potenza e dell’amore di Dio che salvano l’uomo in Cristo. Ma, proprio per questo, è nello stesso tempo una chiamata dell’uomo alla fede. Deve portare a credere sia chi viene miracolato, sia i testimoni del miracolo.

Ciò vale per gli stessi apostoli, fin dal primo “segno” fatto da Gesù a Cana di Galilea: fu allora che essi “credettero in lui” (Gv 2, 11). Quando poi avvenne la moltiplicazione miracolosa dei pani nei pressi di Cafarnao, con la quale è collegato il preannunzio dell’Eucaristia, l’evangelista nota che “da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andarono più con lui”, non essendo in grado di accogliere un linguaggio sembrato loro troppo “duro”. Allora Gesù domandò ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Rispose Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole ai vita eterna, noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (cf. Gv 6, 66-69). Il principio della fede è dunque fondamentale nel rapporto con Cristo, sia come condizione per ottenere il miracolo, sia come scopo per il quale esso è compiuto. Ciò è ben chiarito alla fine del Vangelo di Giovanni, dove leggiamo: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20, 30-31).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 dicembre 1987]

Lug 23, 2026

Investimento umano?

Pubblicato in Angolo dell'apripista

L’odierno racconto evangelico ci conduce ancora una volta, come domenica scorsa, nella sinagoga di Nazaret, il villaggio della Galilea dove Gesù è cresciuto in famiglia ed è conosciuto da tutti. Egli, che da poco tempo se n’era andato per iniziare la sua vita pubblica, ritorna ora per la prima volta e si presenta alla comunità, riunita di sabato nella sinagoga. Legge il passo del profeta Isaia che parla del futuro Messia e alla fine dichiara: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). I concittadini di Gesù, dapprima stupiti e ammirati, poi cominciano a fare la faccia storta, a mormorare tra loro e a dire: perché costui, che pretende di essere il Consacrato del Signore, non ripete qui, nel suo paese, i prodigi che si dice abbia compiuto a Cafarnao e nei villaggi vicini? Allora Gesù afferma: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria» (v. 24), e si appella ai grandi profeti del passato Elia ed Eliseo, che operarono miracoli in favore dei pagani per denunciare l’incredulità del loro popolo. A questo punto i presenti si sentono offesi, si alzano sdegnati, cacciano fuori Gesù e vorrebbero buttarlo giù dal precipizio. Ma Lui, con la forza della sua pace, «passando in mezzo a loro, si mise in cammino» (v. 30). La sua ora non  era ancora arrivata.

Questo brano dell’evangelista Luca non è semplicemente il racconto di una lite tra compaesani, come a volte avviene anche nei nostri quartieri, suscitata da invidie e da gelosie, ma mette in luce una tentazione alla quale l’uomo religioso è sempre esposto - tutti noi siamo esposti - e dalla quale occorre prendere decisamente le distanze. E qual è questa tentazione? E’ la tentazione di considerare la religione come un investimento umano e, di conseguenza, mettersi a “contrattare” con Dio cercando il proprio interesse. Invece, nella vera religione, si tratta di accogliere la rivelazione di un Dio che è Padre e che ha cura di ogni sua creatura, anche di quella più piccola e insignificante agli occhi degli uomini. Proprio in questo consiste il ministero profetico di Gesù: nell’annunciare che nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione - nessuna condizione umana può essere motivo di esclusione! - dal cuore del Padre, e che l’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi. L’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi, di non avere padrini, di essere abbandonati nelle sue mani.

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato (Lc 4, 21). L’“oggi”, proclamato da Cristo quel giorno, vale per ogni tempo; risuona anche per noi in questa piazza, ricordandoci l’attualità e la necessità della salvezza portata da Gesù all’umanità. Dio viene incontro agli uomini e alle donne di tutti i tempi e luoghi nella situazione concreta in cui essi si trovano. Viene incontro anche a noi. E’ sempre Lui che fa il primo passo: viene a visitarci con la sua misericordia, a sollevarci dalla polvere dei nostri peccati; viene a tenderci la mano per farci risalire dal baratro in cui ci ha fatto cadere il nostro orgoglio, e ci invita ad accogliere la consolante verità del Vangelo e a camminare sulle vie del bene. Lui viene sempre a trovarci, a cercarci.

Torniamo nella sinagoga. Certamente quel giorno, nella sinagoga di Nazaret, c’era anche Maria, la Madre. Possiamo immaginare le risonanze del suo cuore, un piccolo anticipo di quello che soffrirà sotto la Croce, vedendo Gesù, lì in sinagoga, prima ammirato, poi sfidato, poi insultato, minacciato di morte. Nel suo cuore, pieno di fede, lei custodiva ogni cosa. Ci aiuti Lei a convertirci da un dio dei miracoli al miracolo di Dio, che è Gesù Cristo.

[Papa Francesco, Angelus 31 gennaio 2016]

(Mt 13,47-53)

 

«Tesoro» è il Vangelo, la Parola di Dio: un vero affare (v.44). «Perla» d’uomo è Gesù (vv.45-46).

«Regno» è il dono dell’assemblea viva - popolo senza meriti, dall’esito inatteso; sbocco dell’impegno per la ricerca del meglio.

La parabola della Rete sottolinea il Risultato del Regno di Dio, ossia il frutto educativo-operativo della comunità, ambito in cui Dio ‘regna’.

La Chiesa sognata dal Cristo è come una Rete che ci tira su alla luce, al respiro, all’esistere in pienezza.

Convivialità delle differenze che fa rinascere ciascuno e tutti, senza però trattenere il marcio e putrefatto [«guasto»: v.48 testo greco], ossia quello che non ha vita, né più la offre.

Non si tratta d’un banale giudizio moralistico o forense, fra buono e cattivo!

È la distinzione tra ciò che resta pieno e «bello» (in senso orientale) e ciò che - putrido - corrompe e degrada, lasciando fradiciume irreparabile.

Insomma: è nelle realtà fraterne che Dio ha un piede sulla terra.

 

Nella Comunione il Signore si fa Nido e Presenza reale. Alleato che anche nei momenti difficili ci lascia contattare energie rigenerative.

Amicizia e Sé eminente, Approdo e Istinto vocazionale che sebbene nascosto riempie il cammino, trasformandolo in Relazione; anche nei momenti fugaci e sommari.

Eccolo Vivente in noi, mentre fa sgorgare Gioia di vivere, perché colma la mentalità d’ognuno, e permette il dialogo e lo scambio dei doni che fanno trasalire di gioia.

In tal guisa, siamo noi l’intervento divino nell’esistenza ordinaria della gente, quando corrispondiamo e collaboriamo alla Sua azione creatrice-promotrice di essere abbondante e totale.

Nessuna esclusione o condanna: solo allegria, nel senso di pienezza d’onda vitale.

 

Su ogni figlio il Padre torna con cura. La sua opera non scarta a priori il “pezzo” malriuscito, ma solo ciò che non serve per la vita completa.

Ora il mondo è frammisto, e non ci si deve estraniare dal nostro tempo, eppure ciò non toglie che è bene si badi a quant’è eternamente umano.

Accogliamo le cose del nostro mondo, ma cerchiamo di andare oltre il contingente - per l’intensità, per l’amore: tutto il bello che c’è.

I credenti sono i responsabili della trasmissione della Fede (v.52). In tal guisa, essi fanno capire la saggezza del Regno, la differenza fra usanze e Chiamata personale.

Gli intimi del Signore invitano tutti a pazientare, affinché ciascuno possa avere il tempo della crescita, e le scelte siano ‘utili’. E belle (v.48).

Tutto quello che già abbiamo assimilato per educazione famigliare acquista così una dimensione amabile, profonda, intima, coinvolgente, creativa.

E insieme una finalità più ampia, però illuminata dal di dentro.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

L’esperienza di comunità ti è entrata dentro e ha arricchito l’idea di Dio?

 

 

[Giovedì 17.a sett. T.O.   30 luglio 2026]

Il Signore ci ha donato anche, per la nostra consolazione, queste parabole delle rete con pesci buoni e non buoni, del campo dove cresce il grano ma anche la zizzania. Egli ci fa sapere di essere venuto proprio per aiutarci nella nostra debolezza, di non essere venuto, come Egli dice, per chiamare i giusti, quelli che pretendono di essere già completamente giusti, di non aver bisogno della grazia, quelli che pregano lodando se stessi, ma di essere venuto a chiamare quelli che sanno di essere manchevoli, a provocare quelli che sanno di aver bisogno ogni giorno del perdono del Signore, della sua grazia per andare avanti.

Questo mi sembra molto importante: riconoscere che abbiamo bisogno di una conversione permanente, non siamo mai semplicemente arrivati. Sant’Agostino, nel momento della conversione, pensava di essere arrivato sulle alture ormai della vita con Dio, della bellezza del sole che è la sua Parola. Poi ha dovuto capire che anche il cammino dopo la conversione rimane un cammino di conversione, che rimane un cammino dove non mancano le grandi prospettive, le gioie, le luci del Signore, ma dove anche non mancano valli oscure, dove dobbiamo andare avanti con fiducia appoggiandoci alla bontà del Signore.

[Papa Benedetto, in visita al Seminario Romano Maggiore 17 febbraio 2007]

Permettetemi, reverendo Vescovo dell’antica, veneranda Chiesa di Colonia, reverendi confratelli Cardinali e Vescovi, permettetemi tutti, amati fratelli e sorelle, che io cerchi di chiarire in questa celebrazione eucaristica l’importanza del nostro incontro straordinario di oggi con l’aiuto di questa parabola, con l’aiuto della parola di Cristo, che ha ripetutamente spiegato il regno di Dio a mezzo di parabole. Servendosi di esse, egli ha annunciato la presenza di questo regno al mondo.

Anche noi dobbiamo incontrarci in questa dimensione. Questa è, in certo qual modo, la premessa essenziale della visita odierna del successore dell’apostolo Pietro nella sede episcopale di Roma alla vostra Chiesa in Germania, a voi qui a Colonia, che rappresentate la Chiesa di Dio quale si è formata nel corso di molti secoli attorno alla romana “Colonia Agrippina”. Il simbolo eminente di questa Chiesa è stato fino ad oggi il vostro splendido duomo, la cui importanza spirituale si è rinnovata in voi grazie al giubileo di quest’anno: con forza esso vi parla del regno di Dio fra noi.

Noi, che formiamo adesso la Chiesa di Cristo sulla terra, su questa parte del territorio tedesco dobbiamo incontrarci nella dimensione dell’unità del regno di Dio: Cristo è venuto per annunziare questo regno e diffonderlo su questa terra, in ogni luogo della terra, negli uomini e tra gli uomini.

Questo regno di Dio è in mezzo a noi (cf. Lc 17,21), così come è stato in tutte le generazioni dei vostri padri ed antenati. Come loro, noi però preghiamo ancora nel “Padre nostro” ogni giorno: “Venga il tuo regno”. Queste parole testimoniano che il regno di Dio sta ancora davanti a noi, che gli andiamo incontro e ad esso andiamo avanzando per sentieri confusi, e anzi qualche volta perfino falsi, della nostra esistenza terrena. Noi testimoniamo con queste parole, che il regno di Dio si realizza in continuazione e si avvicina, anche se noi spesso lo perdiamo d’occhio e non percepiamo più il suo profilo determinato dal Vangelo. Sembra spesso che l’unica ed esclusiva dimensione della nostra esistenza sia “questo mondo”: il “regno di questo mondo” con il suo profilo visibile, il suo affascinante progresso nella scienza e nella tecnica, nella cultura e nella economia... affascinante e spesso anche preoccupante! Se noi però ogni giorno, o almeno di quando in quando, ci inginocchiamo per pregare, pronunciamo tra le circostanze della vita sempre le stesse parole: “Venga il tuo regno”.

Cari fratelli e sorelle! Queste ore, nelle quali noi ci incontriamo qui, il tempo, che grazie al vostro invito ed alla vostra ospitalità posso trascorrere tra voi, è il tempo del regno di Dio: del regno “che è già qui”, e di quello che ancora “viene”. Per questo dobbiamo interpretare tutto l’essenziale, che si riferisce a questa visita, con l’aiuto della parabola, che ascoltiamo nel Vangelo di oggi: “Il regno dei cieli è simile...”.

2. A che cosa è simile?

Secondo le parole di Gesù come ce le hanno tramandate i quattro evangelisti, questo regno viene spiegato con diverse parabole e paragoni. Il paragone di oggi è uno dei tanti. Ci sembra collegato molto strettamente con quel lavoro, che facevano gli apostoli di Cristo, tra cui anche Pietro, come molti dei suoi ascoltatori sulla spiaggia del lago di Genezaret. Cristo dice: il regno dei cieli è simile “a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci” (Mt 13,47). Queste semplici parole mutano completamente la fisionomia del mondo: la fisionomia del nostro mondo umano, come noi ce la facciamo con l’esperienza e la scienza. Esperienza e scienza non possono valicare quei confini del “mondo” e della esistenza umana in esso, che sono necessariamente congiunti con il “mare del tempo”: i confini di un mondo, nel quale l’uomo nasce e muore, in corrispondenza con le parole della Genesi: “Tu sei polvere ed in polvere ritornerai” (Gen 3,19). Il paragone di Cristo, al contrario, parla della trasposizione dell’uomo in un altro “mondo”, in un’altra dimensione della sua esistenza. Il regno dei cieli è propriamente questa nuova dimensione, che si apre sopra il “mare del tempo” ed è allo stesso tempo la “rete”, che lavora in questo mare per il destino dell’uomo e di tutti gli uomini in Dio.

La parabola odierna ci invita a riconoscere il regno dei cieli come l’adempimento definitivo di quella giustizia, desiderata dall’uomo con nostalgia insopprimibile, che il Signore gli ha posto nel cuore, di quella giustizia che Gesù stesso realizzò ed annunciò, di quella giustizia, infine, che Cristo ha suggellato con il suo proprio sangue sulla croce.

Nel regno dei cieli, nel regno “della giustizia, dell’amore e della pace” (prefatio in festo Christi Regis) anche l’uomo si troverà perfetto. Poiché l’uomo è l’essere, che scaturisce dalla profondità di Dio e nasconde in se stesso una tale profondità, che soltanto Dio la può riempire. Egli, l’uomo, è in tutto il suo essere una copia di Dio ed è simile a lui.

3. Gesù ha fondato la sua Chiesa su dodici apostoli, di cui parecchi erano pescatori. Così l’immagine della rete era immediata. Gesù li volle fare pescatori di uomini. Anche la Chiesa è una rete, unita allo Spirito Santo, collegata dalla missione apostolica, efficiente per la unità in fede, vita ed amore.

Penso in questo momento alla rete ampiamente distesa della Chiesa universale.

Contemporaneamente mi sta davanti agli occhi ogni singola Chiesa nella vostra terra, specialmente la grande Chiesa di Colonia e le diocesi vicine. E finalmente mi sta davanti agli occhi la più piccola di queste chiese, la “ecclesiola”, la chiesa domestica, che il recentissimo Sinodo dei Vescovi in Roma ha ricordato con tanto grande attenzione nel tema sopra “i compiti della famiglia cristiana”.

La famiglia: chiesa domestica, inconfondibile ed insostituibile comunità di persone, di cui parla san Paolo nella seconda lettura di oggi. In questa egli ha davanti agli occhi naturalmente la famiglia cristiana del suo tempo, ma ciò che dice dobbiamo ugualmente applicarlo ai problemi delle famiglie del nostro tempo: ciò che dice ai mariti, ciò che dice alle mogli, ai figli ed ai genitori. Ed infine ciò che egli dice a noi tutti: “Rivestitevi dunque di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente... Al di sopra di tutto poi vi sia la carità che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!” (Col 3,12-15).

Che grande lezione di spiritualità matrimoniale e familiare!

4. Noi però non possiamo chiudere gli occhi neppure dinanzi all’altra faccia; i padri sinodali in Roma si sono occupati molto seriamente anche di essa: intendo le difficoltà, cui oggi è esposto l’alto ideale della intelligenza cristiana della famiglia e della vita di famiglia. La società industriale moderna ha fondamentalmente mutato le condizioni di vita per il matrimonio e la famiglia.

Matrimonio e famiglia prima non erano soltanto comunità di vita, ma erano anche comunità di produzione e di economia. Esse furono respinte da molte funzioni pubbliche. Il clima pubblico non è sempre favorevole nei confronti del matrimonio e della famiglia. E tuttavia, nella nostra civilizzazione di massa, si dimostrano come luogo di rifugio nella ricerca di protezione e felicità. Matrimonio e famiglia sono più importanti che mai: cellule viventi per il rinnovamento della società, sorgenti di forza, per le quali la vita vien fatta più umana. Posso afferrare l’immagine: rete, che dà sostegno ed unità e solleva dalle correnti del profondo.

Non permettiamo che questa rete si spezzi. Stato e società avviano il proprio decadimento, se non sostengono il matrimonio e la famiglia più efficacemente e non li proteggono più e li mettono alla pari con altre comunità di vita non matrimoniali. Tutti gli uomini di buona volontà, particolarmente noi cristiani siamo chiamati a riscoprire la dignità ed il valore del matrimonio e della famiglia e di viverli davanti agli uomini in maniera convincente. La Chiesa, con la luce della fede, offre il suo consiglio ed il suo servizio spirituale.

5. Matrimonio e famiglia sono assai profondamente congiunti con la dignità personale dell’uomo. Essi non derivano soltanto dall’istinto e dalla passione, neppure soltanto dal sentimento; essi derivano prima di tutto da una decisione della libera volontà, da un amore personale, per il quale gli sposi diventano non soltanto una carne, ma anche un cuore ed un’anima. La comunione fisica e sessuale è qualche cosa di grande e di bello. Ma è soltanto degna dell’uomo, se è integrata in una unione personale, riconosciuta dalla comunità civile ed ecclesiastica. La piena comunione sessuale tra l’uomo e la donna ha perciò il luogo legittimo soltanto nell’ambito dell’esclusivo e definitivo personale vincolo di fedeltà nel matrimonio. La indissolubilità della fedeltà coniugale, che oggi a molti non riesce più comprensibile, è ugualmente una espressione della incondizionata dignità dell’uomo. Non si può vivere solo per prova, non si può morire solo per prova. Non si può amare solo per prova, accettare un uomo solo per prova ed a tempo.

6. Così il matrimonio è orientato alla durata, all’avvenire. Esso guarda oltre i suoi confini. Il matrimonio è l’unico luogo idoneo alla generazione e all’educazione dei bambini. Quindi l’amore matrimoniale è orientato per la sua essenza anche alla fecondità. In questo compito di tramandare la vita, i coniugi sono collaboratori con l’amore di Dio creatore. So che anche qui nella società di oggi le difficoltà sono grandi. Gravano specialmente la donna. Abitazioni ristrette, problemi economici e sanitari, spesso perfino un dichiarato atteggiamento non favorevole alle famiglie prolifiche costituiscono un ostacolo ad una maggiore fertilità. Faccio appello a tutti i responsabili, a tutte le forze della società: fate di tutto per portare aiuto. Faccio appello prima di tutto alla vostra coscienza ed alla vostra responsabilità personale, cari fratelli e sorelle. Nella vostra coscienza voi dovete, alla presenza di Dio, prendere la decisione sul numero dei vostri figli.

Come coniugi siete chiamati ad una paternità responsabile. Ciò però significa una tale pianificazione della famiglia, che rispetti le norme ed i criteri etici, come è stato sottolineato anche dal recentissimo Sinodo dei Vescovi. Con grande premura desidero oggi richiamarvi alla memoria su tale motivo solo questa cosa: l’uccisione della vita non nata non è un legittimo mezzo della pianificazione della famiglia. Ripeto ciò che ho detto il 31 maggio di questo anno ai lavoratori nella periferia parigina di Saint-Denis: “Il primo diritto dell’uomo è il diritto alla vita. Noi dobbiamo difendere questo diritto e questo valore. Altrimenti verrebbe scossa tutta la logica della fede nell’uomo, tutto il programma di un progresso veramente umano e cadrebbe tutto a terra”. In realtà si tratta di questo: servire la vita.

7. Cari fratelli e sorelle! Sulla indispensabile piattaforma e sul presupposto di quanto detto vogliamo rivolgerci al più profondo mistero del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio dal punto di vista della nostra fede è un Sacramento di Gesù Cristo. L’amore e la fedeltà coniugale sono compresi e trasmessi dall’amore e dalla fedeltà di Dio in Gesù Cristo. La forza della sua croce e della sua resurrezione porta e santifica i coniugi cristiani.

Come ha rilevato il recente Sinodo dei Vescovi nel suo messaggio alle famiglie cristiane del mondo di oggi, la famiglia cristiana è chiamata in modo particolare a collaborare al piano salvifico di Dio, in quanto essa aiuta i suoi membri “a diventare protagonisti della storia della salvezza e insieme segni viventi del progetto che Dio ha sul mondo” (Synodi Episcoporum Nuntius ad Christianas Familias, 8).

Come “Chiesa in piccolo”, sacramentalmente fondata, ovvero Chiesa domestica, matrimonio e famiglia debbono essere una scuola di fede e luogo di preghiera comune. Io attribuisco proprio alla preghiera nella famiglia grande significato. Essa dà forza per il superamento di tanti problemi e difficoltà. Nel matrimonio e nella famiglia debbono crescere e maturarsi gli atteggiamenti fondamentali umani e cristiani, senza i quali la Chiesa e la società non possono sussistere. Qui sta il primo luogo per l’apostolato cristiano dei laici e del sacerdozio comune a tutti i battezzati. Tali matrimoni e famiglie impregnati di spirito cristiano, sono anche i veri seminari, vale a dire i vivai per vocazioni spirituali per lo stato sacerdotale e religioso.

Cari coniugi e genitori, care famiglie! Che cosa vi potrei augurare in occasione dell’odierno incontro eucaristico con più cordialità di questo: che voi tutti ed ogni singola famiglia siate una tale “chiesa domestica”, una Chiesa in piccolo! Che si realizzi in voi la parabola del regno di Dio! Che sperimentiate la presenza del regno di Dio, in quanto siete voi stessi la “rete” viva, che unisce e porta e dà rifugio - per voi stessi e per molti intorno a voi.

Questo è il mio desiderio di benedizione, che vi esprimo come vostro ospite e pellegrino e come servo della vostra salvezza.

8. Ed ora permettetemi che alla fine di questa fondamentale riflessione sul regno di Dio e sulla famiglia cristiana mi rivolga anche a sant’Alberto Magno, la cui festa del settimo centenario mi ha condotto nella vostra città. Infatti è qui la tomba di questo celebre figlio della vostra terra, che nacque in Lauingen e nella sua lunga vita fu allo stesso tempo un grande scienziato, un figlio spirituale di san Domenico ed il maestro di san Tommaso d’Aquino. Egli fu uno dei più grandi uomini di intelligenza nel XIII secolo. Egli come nessun altro ha congiunto la “rete” che unisce insieme fede e ragione, sapienza di Dio e scienza del mondo. Almeno in spirito visito anche la sua città dove nacque, Lauingen, mentre oggi, a Colonia, presso la sua tomba, mi fermo a meditare insieme a voi le parole con le quali la odierna liturgia lo celebra: “Se questa è la volontà del Signore grande / egli sarà ricolmato di spirito di intelligenza. / Come pioggia effonderà parole di sapienza, / nella preghiera renderà lode al Signore. / Egli dirigerà il suo consiglio e la sua scienza, mediterà sui misteri di Dio. / Farà brillare la dottrina del suo insegnamento, / si vanterà della legge dell’alleanza del Signore. / Molti loderanno la sua intelligenza, / egli non sarà mai dimenticato, / non scomparirà il suo ricordo, / il suo nome vivrà di generazione in generazione. / I popoli parleranno della sua sapienza, / l’assemblea proclamerà le sue lodi” (Sir 39,6-10).

A queste parole del saggio Gesù Sirach non c’è da aggiungere niente. Però non si deve neppure lasciarne alcuna. Esse infatti descrivono perfettamente la figura di quell’uomo, la cui patria, la vostra città con ragione si onora e che è di gioia per l’intera Chiesa. Alberto Magno, dottore universale - Alberto Magno, dalla dottrina molto ampia: un vero “discepolo del regno di Dio”! Se noi oggi abbiamo riflettuto insieme sulla vocazione della famiglia cristiana alla costruzione del regno di Dio sulla terra, le parole della parabola di Cristo ci devono dare anche il più profondo significato di questo santo, che oggi noi ricordiamo solennemente. Cristo infatti dice: “Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa, che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).

A tale padrone di casa è simile anche sant’Alberto! Il suo esempio e la sua intercessione mi accompagnino, mentre nel mio pellegrinaggio attraverso il vostro paese tento, come pescatore di uomini, di annodare più strettamente la rete e di gettarla ancora, affinché venga il regno di Dio.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia Colonia 15 novembre 1980]

Il Vangelo di questa domenica (cfr Mt 13,44-52) corrisponde agli ultimi versetti del capitolo che Matteo dedica alle parabole del Regno dei cieli. Il brano comprende tre parabole appena abbozzate e brevissime: quella del tesoro nascosto, quella della perla preziosa e quella della rete gettata in mare.

Mi soffermo sulle prime due nelle quali il Regno dei cieli viene assimilato a due diverse realtà «preziose», ossia il tesoro nascosto nel campo e la perla di grande valore. La reazione di colui che trova la perla o il tesoro è praticamente uguale: l’uomo e il mercante vendono tutto per acquistare ciò che ormai sta loro più a cuore. Con queste due similitudini, Gesù si propone di coinvolgerci nella costruzione del Regno dei cieli, presentando una caratteristica essenziale della vita cristiana, della vita del Regno dei cieli: aderiscono pienamente al Regno coloro che sono disposti a giocarsi tutto, che sono coraggiosi. Infatti, sia l’uomo sia il mercante delle due parabole vendono tutto quello che hanno, abbandonando così le loro sicurezze materiali. Da ciò si capisce che la costruzione del Regno esige non solo la grazia di Dio, ma anche la disponibilità attiva dell’uomo. Tutto fa la grazia, tutto! Da parte nostra soltanto la disponibilità a riceverla, non la resistenza alla grazia: la grazia fa tutto ma ci vuole la “mia” responsabilità, la “mia” disponibilità.

I gesti di quell’uomo e del mercante che vanno in cerca, privandosi dei propri beni, per comprare realtà più preziose, sono gesti decisi, sono gesti radicali, direi soltanto di andata, non di andata e ritorno: sono gesti di andata. E, per di più, compiuti con gioia perché entrambi hanno trovato il tesoro. Siamo chiamati ad assumere l’atteggiamento di questi due personaggi evangelici, diventando anche noi cercatori sanamente inquieti del Regno dei cieli. Si tratta di abbandonare il fardello pesante delle nostre sicurezze mondane che ci impediscono la ricerca e la costruzione del Regno: la bramosia di possedere, la sete di guadagno e di potere, il pensare solo a noi stessi.

Ai nostri giorni, tutti lo sappiamo, la vita di alcuni può risultare mediocre e spenta perché probabilmente non sono andati alla ricerca di un vero tesoro: si sono accontentati di cose attraenti ma effimere, di bagliori luccicanti ma illusori perché lasciano poi al buio. Invece la luce del Regno non è un fuoco di artificio, è luce: il fuoco di artificio dura soltanto un istante, la luce del Regno ci accompagna per tutta la vita.

Il Regno dei cieli è il contrario delle cose superflue che offre il mondo, è il contrario di una vita banale: esso è un tesoro che rinnova la vita tutti i giorni e la dilata verso orizzonti più vasti. Infatti, chi ha trovato questo tesoro ha un cuore creativo e cercatore, che non ripete ma inventa, tracciando e percorrendo strade nuove, che ci portano ad amare Dio, ad amare gli altri, ad amare veramente noi stessi. Il segno di coloro che camminano su questa strada del Regno è la creatività, sempre cercando di più. E la creatività è quella che prende la vita e dà la vita, e dà, e dà, e dà... Sempre cerca tanti modi diversi di dare la vita.

Gesù, lui che è il tesoro nascosto e la perla di grande valore, non può che suscitare la gioia, tutta la gioia del mondo: la gioia di scoprire un senso per la propria vita, la gioia di sentirla impegnata nell’avventura della santità.

La Vergine Santa ci aiuti a ricercare ogni giorno il tesoro del Regno dei cieli, affinché nelle nostre parole e nei nostri gesti si manifesti l’amore che Dio ci ha donato mediante Gesù.

[Papa Francesco, Angelus 26 luglio 2020]

 

«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52)

Con questa significativa immagine Gesù include — secondo l’ordine del capitolo 13 di san Matteo — un’importante serie di parabole sul regno dei Cieli. L’intento del Maestro di Galilea è di precisare che non è venuto per “fare tabula rasa” della religione, delle ere, della cultura, delle tradizioni e della memoria della fede ebraica. Certo, il suo annuncio kerigmatico inaugurava una nuova era per la fede e per tutta l’umanità. Non si trattava però di una decostruzione distruttiva astorica; al contrario significava una costruzione inclusiva di tutti i tempi e gli spazi sociali, antropologici e religiosi.

In modo analogo, Papa Francesco ci avverte dei pericoli ai giorni nostri di questa tendenza: «Per questo stesso motivo si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti» (Fratelli tutti, n. 13).

È molto significativa l’immagine del “padre o capofamiglia” che Gesù delinea nel suo insegnamento. L’immagine di pater familias che sa interpretare con saggezza il kairos storico che sta vivendo è molto accogliente da tanti punti di vista, anche da quello generazionale. Attingendo allo scrigno dei tesori, sia nuovi sia antichi, mostra all’immaginario dei suoi ascoltatori l’impronta del regno dei Cieli, dove non ci sono né esclusi né scartati. Sono tutti tesori per il Dio di questo nuovo regno!

In più occasioni Gesù si preoccupò d’insegnare, con la sua pedagogia della semplicità e della profondità della scena quotidiana, che gli estremi generazionali, invece di essere disistimati, andavano visti visti quali esempi di cui fare tesoro.

Questa visione ci avvicina nuovamente ad alcuni concetti fondamentali espressi da Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti, come, ad esempio: «La mancanza di figli, che provoca un invecchiamento della popolazione, insieme all’abbandono delle persone anziane a una dolorosa solitudine, afferma implicitamente che tutto finisce con noi, che contano solo i nostri interessi individuali» (n. 19).

Gesù offre pubblicamente una visione dei bambini, e dei figli nel concetto di famiglia umana, con un contenuto inclusivo molto forte per i suoi discepoli e tutti i presenti. Nella scala sociale di quei tempi, i bambini occupavano un posto dimenticato e marginale, soprattutto se si trattava di figli di famiglie povere o di stranieri: «Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì» (Mt 19, 13-15). I discepoli agiscono in linea con quei mandati culturali e sociali di scarto. Gesù indica loro un cammino nuovo non solo d’inclusione fraterna ma anche di referenzialità dei bambini, con i loro tesori di purezza nell’economia sociale del suo regno. I tesori nuovi necessari per la fraternità umana!

Lo stesso avviene con gli anziani. Gesù si sofferma di fronte al luogo delle offerte, spesso utilizzato come scenario pubblico per dimostrare il potere economico, la supremazia delle caste e delle élite sociali, il tutto mascherato da religione. Nel racconto evangelico si legge: «E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”» (Mc 12, 41-44). Ancora una volta il tesoro inclusivo e referenziale della donna povera e anziana dimostrava che, nella sua controcultura del regno, era necessario adottare altri parametri come la fraternità umana. Gesù, nel mettere in risalto il fatto che la donna anziana stava dando tutto quello che aveva e non il superfluo, offre un chiaro insegnamento, esemplificatore di una saggezza che i presenti hanno bisogno di assimilare. In essa è riflessa la riserva indispensabile dell’anzianità umana, che ci esorta a insegnare che il vero tesoro consiste nel dare, nell’offrire, nell’essere e non nell’accumulare, nel trattenere o nell’apparire. I tesori antichi imprescindibili per la fraternità umana!

La cecità che c’impedisce oggi come famiglia umana di percepire l’importanza dell’esemplarità e della saggezza degli anziani è chiaramente segnalata nell’enciclica: «Non ci rendiamo conto che isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere» (Fratelli tutti, n. 19).

Il padre saggio della pedagogia di Gesù c’invita a sforzarci di avvicinare gli estremi della società umana per poter fare tesoro del buono che è in loro, unire ciò che è diviso e ricomporre il nostro senso di appartenenza sociale, religiosa, umana e fraterna. «L’impegno arduo per superare ciò che ci divide senza perdere l’identità di ciascuno presuppone che in tutti rimanga vivo un fondamentale senso di appartenenza. Infatti, la nostra società vince quando ogni persona, ogni gruppo sociale, si sente veramente a casa. In una famiglia, i genitori, i nonni, i bambini sono di casa; nessuno è escluso» (Fratelli tutti, n. 230).

[Marcelo Figueroa, in L’Osservatore Romano;

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-11/quo-259/con-tesori-nuovi-e-antichi.html]

Il Signore della Vita (o il segno pallido)

Gv 11,19-27 (1-45)

 

L’evento della morte sconcerta, e quella di un amico di Dio in comunità [Betania] forse accentua gli interrogativi sul senso del nostro credere e impegnarci a fondo.

Per quale motivo nel momento del massimo bisogno, il Signore lascia che cadiamo? Perché sembra non esserci (v.21)?

Lasciando morire anche i suoi più cari amici, Gesù ci educa: non è sua intenzione procrastinare l’esistenza biologica (vv.14-15), né semplicemente migliorarla un pochino.

Eterna [nei Vangeli, la stessa Vita dell’Eterno: Zoè aiònios] non è questa forma di vita [nei Vangeli: Bìos - magari potenziata] bensì solo i suoi tempi dell’amore forte.

Il Mondo Definitivo non interferisce con il decorso naturale.

Per questo motivo il Signore non entra nel “villaggio” dove altri sono andati a consolare e fare le condoglianze.

Vuole che Maria esca dalla casa dove tutti piangono disperati e porgono cordoglio funebre - come se tutto fosse finito.

Intende tirarci fuori dal “piccolo borgo” dove si crede che la fine terrena possa essere insensatamente solo dilazionata, fino al sepolcro senza futuro.

La naturale commozione per il distacco non trattiene le lacrime, che spontaneamente «scorrono dagli occhi, scivolano giù» [dakryein-edakrysen].

L’emozione non produce un pianto scomposto e urlato [klaiein] come quello inconsolabile dei giudei [vv.33.35 testo greco; la traduzione italiana fa confusione].

Nessun commiato. Per questo motivo, segue l’ordine di togliere la pietra che a quel tempo chiudeva le tombe (v.39).

Il forte richiamo è assolutamente imperativo: i ‘defunti’ non sono ‘morti’, come credono le religioni antiche; la loro vita prosegue.

 

«Lazzaro, qui fuori!» [v.43 testo greco]: è il grido della vittoria della vita

Nell’avventura di Fede in Cristo scopriamo che la vita non ha pietre sopra. Basta, piangere le situazioni mortifere, e i “morti”!

L’appello che il Signore fa è che non esiste un mondo di scomparsi, ben separati da noi; a se stante, privo di comunicazione con l’attuale.

Le credenze arcaiche immaginavano infatti che l’Ade o lo Sheôl fosse una grotta buia, intrisa di nebbia, qua e là popolata di larve inconsistenti e vaganti.

Il mondo dei vivi non è separato da quello dei defunti.

«Lazzaro si è addormentato» (v.11), ossia: non è un decaduto, perché gli uomini non muoiono. Essi passano dalla vita creaturale [bìos] alla Vita piena [Zoè].

Il defunto ha lasciato questo mondo ed è entrato nel mondo di Dio, ri-Nato e generato al suo essere autentico, completo, definitivo.

Quindi: «Scioglietelo e lasciatelo andare!».

Insomma, Lazzaro non è semplicemente finito nella fossa, né ben rianimato da Cristo egli si ripresenta in questa forma di vita per un altro tratto… inesorabilmente segnato dal limite.

Nel racconto, infatti, mentre tutti vanno verso Gesù, Lazzaro no.

Non è questo ciò che Gesù può fare di fronte alla morte. Egli non immortala questa condizione, altrimenti l’esistenza continuerebbe ad essere un’inutile fuga dall’appuntamento decisivo.

Ed è ora di finirla di piangere la persona cara: «defunta», non ‘morta’.

Non dobbiamo trattenerla con visite ossessive, memorie tormentate, talismani, condoglianze: lasciamo che esista felice nella sua nuova condizione!

Vita per noi e Vita per coloro che sono già fioriti nel mondo della Pace di Dio - dove  si vive appieno: gli uni con gli altri e gli uni per gli altri.

 

 

[Ss. Marta, Maria e Lazzaro, 29 luglio]

Il Signore della Vita (o il segno pallido)

(Gv 11,1-45)

 

Gv 9,1-41 [il celebre passo del Nato Cieco] ci fa riflettere sul segno dell’apertura degli occhi.

Persino nei perdenti, può esserci crescita nella consapevolezza della dignità e vocazione personale per Fede.

Rimane un interrogativo: una Luce, se donata a tempo... forse non serve granché.

Cristo ci trasmette una coscienza colma di percezioni e capace d’intrapresa sapienziale, spirituale, missionaria - ma esiste una Meta finale o tutto si conclude qui?

Se dobbiamo cavarcela da soli, che senso hanno le Promesse bibliche? 

Come mai sentiamo desideri di Pienezza, poi il tuffo nel nulla?

Dov’è l’Amore e l’onnipotenza di Dio? E il Risorto, vita dell’Eterno presente fra noi? La sua stessa vita non ci è stata già donata?

L’evento della morte sconcerta, e quella di un amico di Dio in comunità [Betania] forse accentua gli interrogativi sul senso del nostro credere e impegnarci a fondo.

Per quale motivo nel momento del massimo bisogno, il Signore lascia che cadiamo? Perché sembra non esserci (v.21)?

Tuttavia comprendiamo che riuscire a portare avanti un’interminabile vecchiaia non sarebbe una vittoria sulla morte.

La credenza delle antiche culture è che quando gli dèi formarono l'umanità le attribuirono morte, e trattennero per sé la vita.

Chiunque fosse andato alla disperata ricerca della mitica erba che rende giovane il vecchio doveva rassegnarsi: morire significava partire per un paese senza ritorno.

Lasciando perire anche i suoi più cari amici, Gesù ci educa: non è sua intenzione procrastinare l’esistenza biologica (vv.14-15), né semplicemente migliorarla un pochino.

Cristo non è un ‘medico’ che viene a dilazionare l’appuntamento con la morte, bensì Colui che vince la morte - perché la trasforma in una Nascita.

Del resto, una vita davvero autentica, umana e umanizzante, ha necessità di guardare in faccia la nostra condizione.

Salute e vita fisica sono doni che ognuno vuol prolungare, ma che al termine devono essere consegnati, nell’Approdo che non scalfisce più.

Eterna [nei Vangeli, la stessa Vita dell’Eterno: Zoè aiònios] non è questa forma di vita [nei Vangeli: Bìos - magari potenziata] bensì solo i suoi tempi dell’amore forte.

Questa l’autenticità della grazia da chiedere e sviluppare. Perennità cui porgere risposta, condizione unica che non ci dà scacco.

 

Il Mondo Definitivo non interferisce con il decorso naturale, sebbene esso possa già manifestarsi - nella realtà intima e di coesistenza poliedrica.

Ma tale esperienza superiore [di Alleanza anche coi disagi] si annida unicamente in ciò che è qualità indistruttibile; personale, e nelle micro e macro relazioni.

In particolare, la Comunione: unico segno della forma di Vita che si prende carico ma non vacilla, non ha limiti, e non avrà fine.

Per questo motivo il Signore non entra nel “villaggio” dove altri sono andati a consolare e fare le condoglianze.

Vuole che Maria esca dalla casa dove tutti piangono disperati e porgono cordoglio funebre - come se tutto fosse finito.

Intende tirarci fuori dal “piccolo borgo” dove si crede che la fine terrena possa essere insensatamente solo dilazionata, fino al sepolcro senza futuro.

Ci vuole decisamente fuori dal paesotto dove tutti sono in lutto e restano con la finta consolazione delle pratiche esequiali, ‘sollievo’ condito solo di belle frasette.

La naturale commozione per il distacco non trattiene le lacrime, che spontaneamente «scorrono dagli occhi, scivolano giù» [dakryein-edakrysen].

L’emozione non produce un pianto scomposto e urlato [klaiein] come quello inconsolabile dei giudei [vv.33.35 testo greco; la traduzione italiana fa confusione].

Nessun commiato. Per questo motivo, segue l’ordine di togliere la pietra che a quel tempo chiudeva le tombe (v.39).

Il forte richiamo è assolutamente imperativo: i ‘defunti’ non sono ‘morti’, come credono le religioni antiche; la loro vita prosegue.

 

«Lazzaro, qui fuori!» [v.43 testo greco]: è il grido della vittoria della vita

Nell’avventura di Fede in Cristo scopriamo che la vita non ha pietre sopra.

Basta, gemere per situazioni mortifere. Esse ci accostano alle nostre radici, e alla fioritura piena.

E smettiamo di piangere i “morti”!

L’appello che il Signore fa oggi - ancora dopo due millenni! - è che non esiste un mondo inabissato di scomparsi.

Rispetto all’andare sulla terra, i passati a miglior vita non sono ben separati da noi; in luogo a se stante, privo di comunicazione con l’attuale.

Le credenze arcaiche immaginavano infatti che l’Ade o lo Sheôl fosse una grotta buia, intrisa di nebbia, qua e là popolata di larve inconsistenti e vaganti.

Il mondo dei vivi non è separato da quello dei defunti.

«Lazzaro si è addormentato» (v.11), ossia: non è un decaduto, perché gli uomini non muoiono. Essi passano dalla vita creaturale [bìos] alla Vita piena [Zoè].

Il defunto ha lasciato questo mondo ed è entrato nel mondo di Dio, ri-Nato e generato al suo essere autentico, completo, definitivo.

Quindi: «Scioglietelo e lasciatelo andare!».

Insomma, Lazzaro non è semplicemente finito nella fossa, né ben rianimato da Cristo egli si ripresenta in questa forma di vita per un altro tratto… inesorabilmente segnato dal limite.

Nel racconto, infatti, mentre tutti vanno verso Gesù, Lazzaro no.

Non è questo ciò che Gesù può fare di fronte alla morte. Egli non immortala questa condizione, altrimenti l’esistenza continuerebbe ad essere un’inutile fuga dall’appuntamento decisivo.

Ed è ora di finirla di singhiozzare la persona cara: «defunta», non ‘morta’.

Non dobbiamo trattenerla con visite ossessive, memorie tormentate, talismani, condoglianze: lasciamo che esista felice nella sua nuova condizione!

Vita per noi e Vita per coloro che sono già fioriti nel mondo della Pace di Dio - dove  si vive appieno: gli uni con gli altri e gli uni per gli altri.

 

Condizione che in tal guisa possiamo prefigurare, sciogliendo non pochi blocchi intimi, impedimenti esterni, e lacci relazionali; annegati negli umori dell’amarezza, della costernazione, dell’abbattimento:

 

«Anche oggi Gesù ci ripete: “Togliete la pietra”. Dio non ci ha creati per la tomba, ci ha creati per la vita, bella, buona, gioiosa.

Dunque, siamo chiamati a togliere le pietre di tutto ciò che sa di morte: ad esempio, l’ipocrisia con cui si vive la fede, è morte; la critica distruttiva verso gli altri, è morte; l’offesa, la calunnia, è morte; l’emarginazione del povero, è morte.

Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi.

Cristo vive, e chi lo accoglie e aderisce a Lui entra in contatto con la vita. Senza Cristo, o al di fuori di Cristo, non solo non è presente la vita, ma si ricade nella morte.

Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell’amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita».

[Papa Francesco, Angelus 29 marzo 2020]

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Di fronte a un lutto, che atmosfera percepisci in casa, in chiesa, al cimitero, durante le esequie? E le condoglianze, che effetto ti fanno?

 

 

Su Betania [prosieguo del passo di Lazzaro]:

 

Gesù Viene alla Festa, ma da clandestino

(Gv 11,45-56)

 

Cristo è tutto quello che le feste ebraiche avevano promesso e proclamato.

Esse decifravano autorevolmente, ma in modo incosciente (i vv.47-52 si compiacciono di parole a doppio senso).

Il sommo sacerdote parlava infatti in nome di Dio: interpretava la situazione in modo divinamente ispirato.

In Cristo ci si avviava alla realizzazione della promessa fatta ad Abramo: si chiudeva l’epoca della dispersione degli uomini.

La Croce avrebbe realizzato la vocazione del Tempio: la ricomposizione del popolo e l’unità dell’essere umano dalla terra arida e lontana, nella condivisione e gratuità.

Ma quale poteva essere anche per Gesù il punto di partenza (energetico) per non ritirarsi dentro i limiti del proprio ambiente fin nei dettagli, e attivare un cammino di rinascita?

La comunità di Betania [«casa dei poveri»] è immagine delle prime realtà di fede, indigenti e composte di soli fratelli e sorelle, senza autorità cooptate e preposte. A misura di persona.

Dove si potevano sciogliere quei legami che impedivano di andare oltre il già conosciuto. Senza patriarchi dal controllo tarato, ossessivo e vendicativo - dove non ci si guarda.

Nido di relazioni sane, che riusciva a dare un senso anche alle ferite.

 

È il solo luogo in cui Gesù si trovava a suo agio, ossia l’unica realtà in cui lo possiamo ancora riconoscere vivo e presente in mezzo - anzi, Sorgente di vita per modesti e bisognosi.

Stride nel passo di Vangelo il confronto con la volgare astuzia dei direttori e la dimensione fuori-scala dei luoghi e feste comandate.

Come se lì nessuna linfa scorresse tra Santità di Dio e vita reale delle persone dimesse.

Malgrado il Maestro compisse il bene - come in tutti i regimi, non mancavano i delatori (v.46).

D’altro canto, buona parte degli abitanti di Gerusalemme trovavano nell’indotto delle attività del Tempio il loro sostentamento materiale.

Figuriamoci se i primi della classe si sarebbero lasciati strappare l’osso di bocca, per andare dietro a uno sconosciuto che intendeva soppiantare l’istituzione ufficiale e le posizioni di privilegio con una utopia disadorna.

Il trono dei prìncipi della Casa fraterna era viceversa privo di cuscini, e la coordinatrice della comunità una donna: Marta [«signora»]. Leader a rovescio, servizievole.

Tutt’Altro che difesa reazionaria di posizioni privilegiate e dell’ordine antico... ancora tutte tensioni al ribasso e a “sistemare” secondo catena di comando, che mai ci danno spunti di vita nuova. Situazione vischiosa che l’iniziativa del cammino sinodale tenta finalmente di scardinare.

Sotto Domiziano queste piccole realtà alternative - sebbene premurose verso i piccoli e lontani - dovettero vivere come Gesù: clandestine.

Pagavano l’unità con la croce. Ma rinnovavano la vita dell’impero.

[Quello di Lazzaro è] l’ultimo grande "segno" compiuto da Gesù, dopo il quale i sommi sacerdoti riunirono il Sinedrio e deliberarono di ucciderlo; e decisero di uccidere anche lo stesso Lazzaro, che era la prova vivente della divinità di Cristo, Signore della vita e della morte. In realtà, questa pagina evangelica mostra Gesù quale vero Uomo e vero Dio. Anzitutto l’evangelista insiste sulla sua amicizia con Lazzaro e le sorelle Marta e Maria. Egli sottolinea che a loro "Gesù voleva molto bene" (Gv 11,5), e per questo volle compiere il grande prodigio. "Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo" (Gv 11,11) – così parlò ai discepoli, esprimendo con la metafora del sonno il punto di vista di Dio sulla morte fisica: Dio la vede appunto come un sonno, da cui ci può risvegliare. Gesù ha dimostrato un potere assoluto nei confronti di questa morte: lo si vede quando ridona la vita al giovane figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,11-17) e alla fanciulla di dodici anni (cfr Mc 5,35-43). Proprio di lei disse: "Non è morta, ma dorme" (Mc 5,39), attirandosi la derisione dei presenti. Ma in verità è proprio così: la morte del corpo è un sonno da cui Dio ci può ridestare in qualsiasi momento.

Questa signoria sulla morte non impedì a Gesù di provare sincera com-passione per il dolore del distacco. Vedendo piangere Marta e Maria e quanti erano venuti a consolarle, anche Gesù "si commosse profondamente, si turbò" e infine "scoppiò in pianto" (Gv 11,33.35). Il cuore di Cristo è divino-umano: in Lui Dio e Uomo si sono perfettamente incontrati, senza separazione e senza confusione. Egli è l’immagine, anzi, l’incarnazione del Dio che è amore, misericordia, tenerezza paterna e materna, del Dio che è Vita. Perciò dichiarò solennemente a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". E aggiunse: "Credi tu questo?" (Gv 11,25-26). Una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi; una domanda che certamente ci supera, supera la nostra capacità di comprendere, e ci chiede di affidarci a Lui, come Lui si è affidato al Padre. Esemplare è la risposta di Marta: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (Gv 11,27). Sì, o Signore! Anche noi crediamo, malgrado i nostri dubbi e le nostre oscurità; crediamo in Te, perché Tu hai parole di vita eterna; vogliamo credere in Te, che ci doni una speranza affidabile di vita oltre la vita, di vita autentica e piena nel tuo Regno di luce e di pace.

Affidiamo questa preghiera a Maria Santissima. Possa la sua intercessione rafforzare la nostra fede e la nostra speranza in Gesù, specialmente nei momenti di maggiore prova e difficoltà.

[Papa Benedetto, Angelus 9 marzo 2008]

1. “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21.32).

Queste parole, che avete sentito leggere nel Vangelo della messa odierna, sono pronunciate prima da Marta, poi da Maria, le due sorelle di Lazzaro, e sono rivolte a Gesù di Nazaret, che era amico loro e del fratello.

L’odierna liturgia presenta alla nostra attenzione il tema della morte. Questa è ormai la quinta domenica di Quaresima e si avvicina il tempo della passione di Cristo. Il tempo della morte e della risurrezione. Oggi guardiamo a questo fatto attraverso la morte e la risurrezione di Lazzaro. Nella missione messianica di Cristo questo evento sconvolgente serve di preparazione alla Settimana santa e alla Pasqua.

2. “. . . mio fratello non sarebbe morto”.

Risuona in queste parole la voce del cuore umano, la voce di un cuore che ama e che dà testimonianza di ciò che è la morte. Continuamente sentiamo parlare di morte e leggiamo notizie circa la morte di diverse persone. Esiste una sistematica informazione su questo tema. Esiste anche la statistica della morte. Sappiamo che la morte è un fenomeno comune e incessante. Se ogni giorno muoiono sul globo terrestre circa 145.000 persone, si può dire che ad ogni istante muoiono delle persone. La morte è un fenomeno universale e un fatto ordinario. L’universalità e la normalità del fatto confermano la realtà della morte, l’inevitabilità della morte, ma, al tempo stesso, cancellano in un certo senso la verità sulla morte, la sua penetrante eloquenza.

Non basta qui il linguaggio delle statistiche. È necessaria la voce del cuore umano: la voce di una sorella, come nell’odierno Vangelo, la voce di una persona che ama. La realtà della morte può essere espressa in tutta la sua verità solo col linguaggio dell’amore.

L’amore infatti resiste alla morte, e desidera la vita . . .

Ognuna delle due sorelle di Lazzaro non dice “mio fratello è morto”, ma dice: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.

La verità sulla morte può essere espressa solamente a partire da una prospettiva di vita, da un desiderio di vita: cioè dalla permanenza nella comunione amorosa di una persona.

La verità sulla morte viene espressa nell’odierna liturgia in rapporto con la voce del cuore umano.

3. Contemporaneamente essa viene espressa in rapporto con la missione di Cristo, il redentore del mondo.

Gesù di Nazaret era amico di Lazzaro e delle sue sorelle. La morte dell’amico si è fatta sentire anche nel suo cuore con un’eco particolare. Quando giunse a Betania, quando udì il pianto delle sorelle e di altre persone affezionate al defunto, Gesù “si commosse profondamente, si turbò”, e in questa disposizione interiore chiese: “Dove l’avete posto?” (Gv 11, 33).

Gesù di Nazaret è al tempo stesso il Cristo, colui che il Padre ha mandato al mondo: è l’eterno testimone dell’amore del Padre. È il definitivo Portavoce di questo amore di fronte agli uomini. È in un certo senso l’Ostaggio di esso riguardo a ciascuno e a tutti. In lui e per lui l’eterno amore del Padre si conferma e compie nella storia dell’uomo, si conferma e compie in modo sovrabbondante.

E l’amore si oppone alla morte e vuole la vita.

La morte dell’uomo, fin da Adamo, si oppone all’amore: si oppone all’amore del Padre, il Dio della vita.

La radice della morte è il peccato, il quale pure si oppone all’amore del Padre. Nella storia dell’uomo la morte è unita al peccato e come il peccato si oppone all’amore.

4. Gesù Cristo è venuto nel mondo per redimere il peccato dell’uomo; ogni peccato che è radicato nell’uomo. Per questo egli si è posto di fronte alla realtà della morte; la morte infatti è unita al peccato nella storia dell’uomo: è frutto del peccato. Gesù Cristo divenne il redentore dell’uomo mediante la sua morte in croce, la quale è stata il sacrificio che ha riparato ogni peccato.

In questa sua morte Gesù Cristo ha confermato la testimonianza dell’amore del Padre. L’amore che resiste alla morte, e desidera la vita, si è espresso nella risurrezione di Cristo, di colui che, per redimere i peccati del mondo, liberamente accettò la morte sulla croce.

Questo evento si chiama Pasqua: il mistero pasquale. Ogni anno ci prepariamo ad essa mediante la Quaresima, e l’odierna domenica ci mostra ormai da vicino questo mistero, nel quale si sono rivelati l’amore e la potenza di Dio, poiché la vita ha riportato la vittoria sulla morte.

5. Ciò che è avvenuto a Betania presso il sepolcro di Lazzaro, fu quasi l’ultimo annuncio del mistero pasquale.

Gesù di Nazaret si fermò accanto al sepolcro del suo amico Lazzaro, e disse: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 43). Con queste parole, piene di potenza, Gesù lo risuscitò alla vita e lo fece uscire dalla tomba.

Prima di compiere questo miracolo, Cristo “alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato"” (Gv 11, 41-42).

Presso il sepolcro di Lazzaro avvenne un particolare confronto della morte con la missione redentrice di Cristo. Cristo era il testimone dell’eterno amore del Padre, di quell’amore che resiste alla morte e desidera la vita. Risuscitando Lazzaro, rese testimonianza a quest’amore. Rese anche testimonianza all’esclusiva potenza di Dio sulla vita e sulla morte.

Al tempo stesso, presso la tomba di Lazzaro, Cristo fu il profeta del suo proprio mistero: del mistero pasquale, nel quale la morte redentrice sulla croce divenne la sorgente della nuova vita nella risurrezione.

8. Il pellegrinaggio, che oggi avete intrapreso a motivo del Giubileo, vi introduce, cari militari qui convenuti da Paesi differenti, nel mistero della redenzione, mediante la liturgia dell’odierna domenica di Quaresima, la quale ci invita a fermarci, direi, sulla frontiera della vita e della morte, per adorare la presenza e l’amore di Dio.

Ecco le parole del profeta Ezechiele: “Dice il Signore Dio: "Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio"” (Ez 37, 12.13).

Queste parole si sono compiute presso il sepolcro di Lazzaro in Betania. Si sono compiute definitivamente presso il sepolcro di Cristo sul Calvario. Di questo ci rende consapevoli l’odierna liturgia.

Nella risurrezione di Lazzaro si è manifestata la potenza di Dio sullo spirito e sul corpo dell’uomo.

Nella risurrezione di Cristo è stato concesso lo Spirito Santo come sorgente della nuova vita: la vita divina. Questa vita è l’eterno destino dell’uomo. È la sua vocazione ricevuta da Dio. In questa vita si realizza l’eterno amore del Padre.

L’amore infatti desidera la vita e si oppone alla morte.

Cari fratelli! Viviamo di questa vita! Che in noi non domini il peccato! Viviamo di questa vita, il prezzo della quale è la redenzione mediante la morte sulla croce di Cristo!

“E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Gesù dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11).

Che lo Spirito Santo abiti in voi sempre per mezzo della grazia della redenzione di Cristo. Amen.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia per il Giubileo dei Militari 8 aprile 1984]

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The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present:  "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io  sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
Accettando volontariamente la morte, Gesù porta la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità. San Cirillo di Gerusalemme commenta: «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (Catechesis Illuminandorum XIII,1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Papa Benedetto]
In the New Testament, it is Christ who constitutes the full manifestation of God's light [Pope Benedict]
Nel Nuovo Testamento è Cristo a costituire la piena manifestazione della luce di Dio [Papa Benedetto]
Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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