Mag 5, 2026 Scritto da 

6a Domenica di Pasqua

VI Domenica di Pasqua (anno A)  [10 Maggio 2026] 

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (8, 5-8.14-17)

Riprendo la prima frase: «Filippo, uno dei Sette», cioè uno di quei sette uomini designati per organizzare il servizio delle mense a Gerusalemme. Concretamente, si trattava del problema di assicurare una condivisione equa nella distribuzione di quella che assomigliava a una banca alimentare a favore delle vedove. Domenica scorsa abbiamo visto che era nato un problema tra i primissimi cristiani. Dopo la Risurrezione di Gesù, tutti quelli che hanno seguito gli apostoli e hanno chiesto il battesimo erano Giudei, sia di nascita, sia convertiti al giudaismo (quelli che si chiamavano i proseliti). Ma tra loro c’erano già grandi diversità. Tra questi Giudei, alcuni erano originari d’Israele e in particolare di Gerusalemme e parlavano ebraico alla sinagoga e aramaico per strada: erano chiamati Ebrei. Gli altri erano originari della Diaspora, cioè tutto il resto dell’impero romano: parlavano greco e li si chiamava Ellenisti. Per la celebrazione dello shabbat tutti i Giudei, diventati cristiani o no, si recavano in sinagoghe: Ebrei da una parte, Ellenisti dall’altra. Ma per la celebrazione cristiana, i Giudei che erano diventati cristiani si riunivano in case private Ellenisti ed Ebrei insieme. È nel quadro di queste celebrazioni cristiane che scoppia una prima lite tra questi due gruppi di cristiani, a proposito dei soccorsi portati alle vedove. E, per risolverla, si sono nominati sette uomini incaricati del servizio delle mense (oggi si direbbe forse delle questioni materiali). Era il testo di domenica scorsa. Tra questi sette uomini, Stefano e Filippo entrambi Giudei, diventati cristiani da poco, Ellenisti ardenti, ferventi e probabilmente riconosciuti come dei leader cercano di convertire a Gesù Cristo i Giudei che frequentano le sinagoghe dove si parla greco ed è lì che nasce una seconda lite. Non una disputa tra cristiani di origini diverse, ma ben più grave tra Giudei ellenisti (cioè Giudei della Diaspora): lite che oppone quelli che credono in Gesù di Nazaret, Messia misconosciuto, crocifisso, risorto e quelli che continuano a pensare che Gesù non fosse che un impostore. Ed è lì che comincia la prima persecuzione: i Giudei che rifiutano di credere in Gesù Cristo attaccano i loro fratelli giudei diventati cristiani. Stefano sarà martirizzato: denunciato da Giudei ellenisti alle autorità di Gerusalemme, viene arrestato, giustiziato. Il martirio di Stefano non placa il furore dei suoi oppositori; al contrario, se la prenderanno con gli altri cristiani del gruppo di Stefano. Questa primissima persecuzione non mira agli apostoli diretti di Gesù, Pietro, Giovanni, Giacomo e gli altri che fanno parte del gruppo degli Ebrei; mira soltanto agli Ellenisti. Così che gli apostoli di Gesù non sono inquietati e restano a Gerusalemme, continuando a praticare la religione giudaica pur predicando nel nome di Gesù. Invece, per prudenza, il gruppo degli Ellenisti si disperde: quelli che sono più in pericolo si allontanano, ma naturalmente, dovunque andranno, parleranno del Messia, Gesù di Nazaret. E dunque, grazie alla persecuzione, la Buona Notizia oltrepassa Gerusalemme e raggiunge le altre città della Giudea e la Samaria. Più tardi, ci si ricorderà dell’ultima frase di Gesù, il giorno dell’Ascensione: “Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At1,8). È esattamente ciò che sta accadendo: è paradossalmente questa prova, la persecuzione e la dispersione della comunità che permette all’evangelizzazione di guadagnare terreno. Per questo Filippo è sceso in Samaria, e invece di nascondersi si mette a predicare oltrepassando rapidamente la missione che gli era stata affidata. All’inizio, Filippo è stato scelto per essere uno dei Sette incaricati del servizio delle mense delle vedove a Gerusalemme e lo ritroviamo predicatore in Samaria. Allo stesso tempo, resta in legame, visibilmente, con quelli che gli hanno affidato la sua missione poiché la comunità di Gerusalemme gli manda Pietro e Giovanni che verranno in qualche modo ad autenticare il lavoro compiuto da Filippo. Ciò accade in Samaria e si sa fino a che punto la gente di Gerusalemme disprezzava i Samaritani: li consideravano degli eretici; perché, da secoli, tra Giudei e Samaritani si alimentavano con cura la lite e il disprezzo dell’altro. Filippo non si imbarazza con le vecchie liti: lui, l’uomo della Diaspora è senza dubbio lontano da queste dispute teologiche e, in ogni caso, grazie a lui, il vangelo ha appena oltrepassato le frontiere della sinagoga. In cambio insiste sulla gioia dei Samaritani di accogliere la Buona Notizia 

 

Salmo responsoriale (65/66) 

Abbiamo ascoltato solo qualche versetto dei venti che conta il salmo 65/66 eppure viene qui riassunta la lunga avventura dei credenti in tre tappe. La prima è suggerita al versetto 6 con il richiamo dell’Esodo, l’uscita dall’Egitto con Mosè: “Cambiò il mare in terra ferma”, poi l’entrata nella terra promessa sotto la guida di Giosuè, con il miracolo del prosciugamento del Giordano: “Attraversarono il fiume a piedi asciutti”. Quando si leggono attentamente i salmi, si è sorpresi dell’abbondanza degli echi dell’Esodo che è il fondamento dell’esperienza credente d’Israele e quindi della sua speranza. Seconda tappa, il salmista invita i suoi contemporanei alla preghiera, alla lode e alla condivisione dell’esperienza credente: “Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio; vi dirò quello che ha fatto per la mia anima”. Terza tappa, la terra intera è invitata a entrare nella lode di Dio: “Acclamate Dio, tutta la terra; festeggiate la gloria del suo nome, glorificatelo celebrando la sua lode. Dite a Dio: Quanto sono temibili le tue opere”. Non è la prima volta che la preghiera d’Israele si allarga alla dimensione della terra intera, cioè l’umanità intera. Il popolo eletto ha compreso con il tempo che la sua missione è far entrare tutti i popoli nella gioia di Dio. Isaia dice: “La mia casa si chiamerà "Casa di preghiera per tutti i popoli" (Is56,7). Nel salmo si avverte già una sorta di anticipazione di quel giorno, come se tutti i popoli facessero già parte del corteo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme: Tutta la terra si prostra davanti a te, canta per te, canta per il tuo nome. Questo salmo guarda nello stesso tempo al passato, al presente, al futuro... Nel passato, Dio ha liberato il suo popolo dalla servitù in Egitto. Oggi libera ogni istante quelli che lo lasciano agire; nell’avvenire tutta l’umanità sarà liberata definitivamente dalle catene che la tengono attualmente legata nelle paure e nelle guerre. Questo salmo ci introduce dunque a ciò che rappresenta per il popolo giudaico la dimensione storica dell’esperienza credente. E, come sempre nell’universo biblico, la dimensione collettiva ha il primato sull’esperienza individuale. Fin dalla più tenera età, il bambino ebreo partecipa alla memoria del suo popolo: le preghiere quotidiane, lo shabbat, le feste, i pellegrinaggi evocano una memoria collettiva nella quale il bambino entra per una lenta impregnazione; sente innumerevoli volte gli adulti cantare la gloria di Dio, raccontare le sue alte gesta e un giorno, a sua volta, del tutto naturalmente anche lui riprenderà il testimone. Sente i suoi anziani affermare: “Benedetto sia Dio che non ha respinto la mia preghiera, né ha distolto da me il suo amore”. Ricorderà le imprese di Dio che ha liberato gli antichi dalla schiavitù in Egitto: Mutò il mare in terra ferma, attraversarono il fiume a piedi asciutti. La giornata degli adulti, dalla preghiera del mattino a quella della sera, passando per i pasti e tutti gli atti della vita quotidiana, è impregnata di questa memoria del Dio che libera da ogni schiavitù. Il bambino ebreo entra del tutto naturalmente nella “memoria” del suo popolo, ma tutto ciò suppone una vita di famiglia e un senso forte d’appartenenza a un popolo.  Ecco forse una delle chiavi dei nostri problemi di trasmissione della fede: è questa memoria collettiva, appunto, che manca a molti dei nostri giovani cristiani. La memoria di un popolo non è affare di corsi di istruzione religiosa, per quanto eccellenti, ma è questione di vita comunitaria, di riti ripetuti, di lenta impregnazione e vediamo bene quanto siano gravi i pericoli dell’individualismo. Sappiamo allo stesso tempo ciò che ci resta da fare se vogliamo trasmettere la fede alle nuove generazioni: è urgente tornare a impregnare tutta l’esistenza familiare di questa memoria credente e dar vigore rinnovato alle nostre comunità cristiane.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (3,15-18)

Tra le righe di questo testo si può immaginare che gli interlocutori di Pietro soffrivano vessazioni e scherni da parte dei pagani; non una persecuzione dichiarata, ma un’ostilità latente e dovevano spiegare ogni volta perché rifiutavano certe pratiche pagane, come per esempio i sacrifici alle divinità pagane. Pietro dice loro: Fratelli, è il vostro turno ora, di comportarvi come Cristo si è comportato. Anche lui ha conosciuto accuse, calunnie, minacce, ma non ha deviato; a vostro turno, voi dovete essere capaci di resistere ai vostri avversari.

Da dove verrà questa resistente audacia?  I cristiani non hanno che una fonte, un argomento, un discorso: Cristo è morto e risorto. Pietro non dice altro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori… Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”. Il corpo, la carne, nel linguaggio biblico, indicano la debolezza umana, il fatto di essere mortali. Difficile per i nemici capire che Gesù è morto e risorto. I cristiani spiegavano che, poiché era pieno dello Spirito di Dio, la morte non ha potuto trattenerlo in suo potere e lo Spirito gli ha fatto attraversare la morte biologica e ha fatto sorgere in lui la vita, dono dello Spirito di vita che il giorno del Battesimo di Gesù si era manifestato su di lui. Questo stesso Spirito, entrato in noi col Battesimo, ci rende capaci di vincere il male, l’odio e la tristezza e questa è la nostra speranza, la speranza di cui Pietro dice che dobbiamo rendere conto in ogni momento. Cristo aveva detto agli Apostoli: “Coraggio, io ho vinto il mondo”. La testimonianza che il mondo aspetta da noi è che il male non è una fatalità e per questo non dobbiamo abbassare mai le braccia davanti al male, all’odio, alla violenza. Cristo ha sofferto per i peccati, una volta per tutte e l’espressione “una volta per tutte” è un grido di vittoria: il mondo del male e del peccato è definitivamente vinto nell’obbedienza del Figlio. Pietro lega fortemente i due aspetti della testimonianza del cristiano: la preghiera è ciò che accade nel segreto del cuore e poi il coraggio pubblico della testimonianza: il primo non va senza l’altro. “Adorate nei vostri cuori la santità di Cristo” è ciò che accade nel segreto della preghiera da cui attingeremo l’audacia necessaria per proclamare con la vita la nostra speranza: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Pietro consiglia di non parlare per primi ma di essere pronti a rispondere alle domande di chi interroga. Mi viene in mente questa frase: “Non parlare se non ti interrogano, ma vivi in modo che gli antri ti interroghino”. Se la vita diventa una vera testimonianza di speranza, chi ti incontra si domanda da dove venga una speranza così indistruttibile. Non è quindi possibile testimoniare Gesù se non viviamo questa speranza, il che vuol dire che la testimonianza avviene in primo luogo con gli atti e non con le parole. Dice Gesù: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini: vedendo le vostre opere buone, rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo VI notava che i nostri contemporanei cercano testimoni e non maestri… e ascoltano i maestri solo se sono testimoni. Una testimonianza fatta con “dolcezza e rispetto”, sottolinea Pietro, che mai devono abbandonarci perché “rimangano svergognati quelli che malignano sulla nostra buona condotta in Cristo”. 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

La sera del Giovedì Santo, dopo la lavanda dei piedi, Gesù dialoga a lungo con i suoi discepoli per l’ultima volta. Parla del Padre e della relazione che unisce lui, il Figlio, al Padre, ma parla anche del legame che ormai unisce gli apostoli a suo Padre e a lui. Un legame che nulla e nessuno potrà distruggere: “Io sono nel Padre mio, voi siete in me e io in voi… Chi mi ama sarà amato dal Padre mio”.

E mentre si appresta a lasciarli, annuncia la venuta dello Spirito. Gli apostoli ricordavano le profezie di Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez36,26) e “Non nasconderò più loro il mio volto, perché avrò riversato il mio spirito sulla casa d’Israele” (Ez39,29). Con Gioele, la promessa del dono dello Spirito si era fatta universale: “Effonderò il mio Spirito su ogni carne” (Gl 3,1). Quando Gesù dice “lo Spirito di verità rimane presso di voi, e sarà in voi”, annuncia che il grande giorno dell’Alleanza definitiva è arrivato. Queste sue parole evocano la lunga attesa di Israele perché l’aspirazione di tutti i credenti dell’Antico Testamento era la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. C’era stata la Tenda dell’Incontro durante l’Esodo, poi il Tempio di Gerusalemme, ma si attendeva l’Alleanza Nuova in cui Dio avrebbe dimorato non in edifici, ma nel cuore del suo popolo, intimamente presente a ogni cuore credente. Dio l’aveva promesso per bocca di Ezechiele per esempio: «La mia dimora sarà presso di loro, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ez37,27) e Zaccaria: «Canta ed esulta, figlia di Sion; ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc2,14). Gli apostoli erano imbevuti di questa speranza: sapevano che l’Alleanza definitiva promessa nell’Antico Testamento era destinata all’umanità intera e durante la vita pubblica, Gesù aveva ripetuto l’aspirazione che il mondo intero sia salvato. Ma perché dice che il mondo è incapace di ricevere lo Spirito di verità e lo fa proprio in questo momento decisivo della salvezza? Non è certo un giudizio di valore, ma una constatazione: Il mondo non può riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce. Ma Gesù prosegue: voi, invece, lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Il che è un invio in missione perché è come se dicesse: “Il mondo non conosce lo Spirito di verità… Tocca a voi farglielo conoscere; a voi far scoprire la presenza attiva dello Spirito in ogni realtà umana”. Gesù vuole fortificare i suoi discepoli: aiutarli a credere che il contagio dell’amore vincerà gradualmente e che è possibile trasformare lo spirito del mondo nello spirito dell’amore. In qualche modo, la missione che affida ai discepoli è un’evangelizzazione per contaminazione, da persona a persona. Ciò sarà possibile perché Gesù assicura: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre”. In greco “parakletos” designa colui che è chiamato presso un accusato per assisterlo: è il consolatore, l’intercessore, il consigliere, l’avvocato, il difensore, Un avvocato per un processo e di quale processo si parla? Di quello che il mondo fa ai discepoli di Cristo, e attraverso di loro, al Padre stesso e a Cristo. In fin dei conti si tratta del processo alla “Verità”. Da qui l’insistenza di Gesù sulla parola verità ogni volta che avverte i suoi discepoli delle persecuzioni che li attendono: “Quando verrà il Difensore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

 

+Giovanni D’Ercole

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
But our understanding is limited: thus, the Spirit's mission is to introduce the Church, in an ever new way from generation to generation, into the greatness of Christ's mystery. The Spirit places nothing different or new beside Christ; no pneumatic revelation comes with the revelation of Christ - as some say -, no second level of Revelation (Pope Benedict)
Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo - come alcuni credono - nessun secondo livello di Rivelazione (Papa Benedetto)
Who touched Lydia's heart? The answer is: «the Holy Spirit». It’s He who made this woman feel that Jesus was Lord; He made this woman feel that salvation was in Paul's words; He made this woman feel a testimony (Pope Francis)
Chi ha toccato il cuore di Lidia? La risposta è: «lo Spirito Santo». È lui che ha fatto sentire a questa donna che Gesù era il Signore; ha fatto sentire a questa donna che la salvezza era nelle parole di Paolo; ha fatto sentire a questa donna una testimonianza (Papa Francesco)
But what does it mean to love Christ?  It means trusting him even in times of trial, following him faithfully even on the Via Crucis, in the hope that soon the morning of the Resurrection will come.  Entrusting ourselves to Christ, we lose nothing, we gain everything.  In his hands our life acquires its true meaning.  Love for Christ expresses itself in the will to harmonize our own life with the thoughts and sentiments of his Heart.  This is achieved through interior union [Pope Benedict]
Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore [Papa Benedetto]
St Thomas Aquinas says this very succinctly when he writes: "The New Law is the grace of the Holy Spirit" (Summa Theologiae, I-IIae, q.106 a. 1). The New Law is not another commandment more difficult than the others: the New Law is a gift, the New Law is the presence of the Holy Spirit [Pope Benedict]
San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo [Papa Benedetto]
Even after seeing his people's repeated unfaithfulness to the covenant, this God is still willing to offer his love, creating in man a new heart (John Paul II)
Anche dopo aver registrato nel suo popolo una ripetuta infedeltà all’alleanza, questo Dio è disposto ancora ad offrire il proprio amore, creando nell’uomo un cuore nuovo (Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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