don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Set 21, 2026

26a Domenica T.O.

Pubblicato in Angolo della Pia donna

26a Domenica T.O. (anno A)  [27 settembre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (18,25-28)

 Per comprendere la profezia di Ezechiele dobbiamo ricordare il drammatico contesto in cui egli parla. Nel 597 a.C. molti abitanti di Gerusalemme furono deportati a Babilonia dall’esercito di Nabucodonosor. Gerusalemme era stata devastata, il Tempio profanato, la popolazione decimata. Gli esiliati si trovavano lontani dalla Terra Promessa e da tutto ciò che aveva dato senso alla loro vita. Di fronte a una simile tragedia nasce spontanea la domanda: «Che cosa abbiamo fatto a Dio per meritare tutto questo?». A quel tempo era molto diffusa la convinzione che esistesse una corrispondenza diretta tra il comportamento dell’uomo e ciò che gli accade: il giusto viene premiato e il peccatore punito. Per questo gli esiliati ripetevano un proverbio: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). In altre parole: noi stiamo pagando per le colpe dei nostri padri e delle generazioni precedenti.

Ezechiele rompe questa mentalità. Dio dice attraverso il profeta: «Non ripeterete più questo proverbio in Israele». Nessuno è condannato a vivere sotto il peso delle colpe degli altri. Ogni persona è chiamata a rispondere delle proprie scelte. E qui emerge una grande novità: il passato non determina definitivamente il futuro. Se il malvagio cambia strada, pratica il diritto e la giustizia, si converte e ritorna a Dio, può vivere. «Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso, […] egli vivrà» (cfr. Ez 18,21). È un messaggio straordinariamente attuale: nessuno è prigioniero del proprio passato, ma sempre si può ricominciare e questo libera l’uomo dalla convinzione di essere condannato a pagare le colpe degli altri e gli restituisce la possibilità di sperare. Nessun passato è così pesante da impedire un nuovo inizio. Anche nel momento della prova, Dio apre davanti all’uomo una strada nuova. La speranza nasce proprio dalla certezza che la misericordia di Dio lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.  La conversione, nella prospettiva biblica, è proprio un cambiamento di direzione, un «fare ritorno» a Dio. Ezechiele ricorda inoltre che la vera conversione non consiste soltanto in parole o pratiche religiose: si manifesta concretamente nel praticare il diritto e la giustizia, cioè nel modo in cui trattiamo gli altri.

 

Salmo responsoriale (24/25) 

Nel Salmo tornano più volte le parole «via», «strada», «cammino» e il verbo «guidami»: Signore, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza… Il Signore indica ai peccatori la via, guida i poveri secondo giustizia e insegna agli umili la sua strada». Il tema del cammino è tipico dei salmi penitenziali. La Legge di Dio, cioè i suoi comandamenti, è come una sorta di “codice della strada”. A parlare è un peccatore che riconosce di essersi smarrito, di aver preso una strada sbagliata, e chiede a Dio di riportarlo sulla via giusta. Non a caso, nella Bibbia, convertirsi significa letteralmente «fare ritorno», «fare dietrofront». E non è mai troppo tardi per tornare indietro. Nella prima lettura, Ezechiele ci ha ricordato che un futuro è sempre possibile: nessuno è definitivamente condannato dal proprio passato. Per questo possiamo ancora pregare: «Signore, insegnami le tue vie». Che cosa ci viene chiesto? Prima di tutto non la perfezione, ma l’umiltà: «Il Signore insegna agli umili la sua via». La parola ebraica anawim, tradotta con «umili» o «poveri», indica coloro che riconoscono di essere poveri, fragili, senza risorse e bisognosi di Dio. Sono i «poveri di cuore», quelli che arrivano a pregare semplicemente: «Signore, abbi pietà di me». La loro supplica diventa già una domanda di conversione: «Signore, insegnami la tua strada». E l’io che parla nel Salmo non è soltanto un individuo, ma il popolo intero. Il Salmo 24/25 probabilmente veniva utilizzato in celebrazioni penitenziali nel Tempio di Gerusalemme e per questo nella preghiera biblica esiste una continua compenetrazione tra «io» e «noi». Il Salmo parla in prima persona, ma alla fine dice: «Libera Israele, o Dio, da tutte le sue angosce». L’«io» comprende quindi il «noi». L’uomo biblico possiede un forte senso della solidarietà tra le generazioni: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei loro discendenti; l’Alleanza con Noè, Abramo e Mosè riguarda non soltanto il singolo, ma tutto il popolo. Oggi, invece, la nostra società tende spesso a mettere al centro l’individuo, la sua libertà e i suoi diritti personali, talvolta a scapito della dimensione comunitaria. La Bibbia ha percorso un cammino diverso: ha progressivamente scoperto l’importanza della persona senza mai separarla dalla comunità. È questa una delle grandi ricchezze della rivelazione biblica: la persona non viene annullata nella comunità, ma neppure la comunità viene dimenticata a favore dell’individuo. Siamo personalmente responsabili, ma nello stesso tempo profondamente solidali gli uni con gli altri. Per questo, nel Salmo, quel peccatore umile e fiducioso è contemporaneamente ciascuno di noi e l’intera comunità dei credenti. C’è infine un particolare molto bello: il Salmo gioca continuamente sul tema della memoria e dell’oblio: «Ricordati, Signore, della tua misericordia… Non ricordare i peccati della mia giovinezza… Non dimenticarmi». È quasi una preghiera perché Dio abbia una “memoria selettiva”: che dimentichi i nostri peccati e ricordi invece la sua misericordia!

È una preghiera audace, ma anche profondamente umile. Audace, perché nasce dalla fiducia nell’Alleanza; umile, perché riconosce il proprio peccato e la propria povertà. L’uomo chiede a Dio: «Non ricordare ciò che sono stato, ricordati invece di come sei Tu: misericordioso, fedele, lento all’ira e grande nell’amore». In fondo, già nell’Antico Testamento Israele aveva scoperto qualcosa di sorprendente: Dio non è soltanto il Giudice, ma è un Padre pieno di tenerezza e misericordia. E così la preghiera del Salmo può diventare anche la nostra: “Signore, quando mi sono smarrito, insegnami la tua via. Quando sono caduto, mostrami che posso tornare. Quando mi riconosco povero e fragile, guidami. Non ricordare i miei peccati: ricordati della tua misericordia. E fa’ che il mio «io» non dimentichi mai il «noi» della comunità dei tuoi figli”.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (2,1-11)

Per la Domenica delle Palme, ogni anno ascoltiamo soprattutto la seconda parte di questo testo, quella che contempla il mistero di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio». Oggi, invece, soffermiamoci sulla prima parte, nella quale Paolo ci spiega come si vive «nel Cristo». Paolo usa questa espressione all’inizio e alla fine del brano: «Se dunque vi è qualche consolazione in Cristo…» e poi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Tra queste due affermazioni elenca gli atteggiamenti che devono caratterizzare la vita cristiana: consolazione, amore, comunione, tenerezza, compassione. Sono, non a caso, gli stessi atteggiamenti con cui nell’Antico Testamento viene descritto Dio. Essere «nel Cristo» non è quindi un modo di dire. Dal Battesimo apparteniamo a Cristo, siamo inseriti in Lui e diventiamo membra del suo Corpo. Questa nuova identità supera tutte le nostre differenze: culturali, sociali, economiche, fisiche. Abbiamo ormai un nome comune: cristiani. È come accade in una grande famiglia: quando ci incontriamo, prima di ogni altra differenza riconosciamo di appartenere alla stessa famiglia. È questo senso profondo di appartenenza che dovrebbe caratterizzare la comunità cristiana. Paolo dice: «Abbiate gli stessi sentimenti, lo stesso amore, una sola anima e una sola meta». È come se ci dicesse: fate onore alla famiglia alla quale appartenete, fate onore al nome che portate. Poi arriva un’espressione sorprendente: «Considerate gli altri superiori a voi stessi». Non significa affatto svalutarsi o pensare di essere inferiori. Il Vangelo non ci chiede di fare una classifica tra persone superiori e inferiori. Il Regno di Dio non funziona secondo la logica della competizione e del confronto. Il punto è un altro: imparare a guardare l’altro con uno sguardo positivo, quasi con un atteggiamento di ammirazione, cercando di vedere non ciò che possiede, ma ciò che egli è. Le differenze che vediamo – fisiche, culturali, sociali, economiche – appartengono soprattutto alla dimensione dell’«avere». Paolo, invece, ci porta nella dimensione dell’essere: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Quando incontro un altro battezzato, dunque, non devo fermarmi a ciò che appare. Devo ricordare che egli è membro del Corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, e che ha una vocazione personale, diversa dalla mia, ma necessaria al disegno di Dio. Ognuno possiede un dono che nessun altro può sostituire. Per la missione che Dio gli ha affidato, l’altro può essere «migliore» di me, nel senso che possiede ciò che io non possiedo e può compiere ciò che io non posso compiere. Per questo ha bisogno anche della mia stima, del mio incoraggiamento e della mia fiducia. La cosa importante non è stabilire chi vale di più, ma sapere  quale è la missione che Dio affida a ciascuno e alla comunità nel suo insieme. Ogni persona è chiamata a contribuire alla costruzione del Regno secondo il dono ricevuto dallo Spirito. C’è infine una grande verità contenuta in questo testo: il Regno di Dio è già presente, ma deve ancora compiersi nella nostra vita. In Cristo, infatti, il progetto di Dio di riunire l’umanità è già iniziato e, attraverso il Battesimo, noi siamo stati inseriti in questa realtà. Ma ciò che è già vero in Cristo deve diventare progressivamente vero anche nella nostra vita quotidiana. Il nostro essere «nel Cristo» non può rimanere una realtà interiore o una semplice formula religiosa: deve trasformare concretamente il modo in cui guardiamo, accogliamo e trattiamo gli altri, cristiani e non cristiani. E qui si comprende il legame profondo tra le due parti del testo. Prima Paolo ci dice come deve vivere chi è «nel Cristo»; poi ci mostra come Cristo stesso ha vissuto: non cercando il proprio privilegio, ma abbassandosi, facendosi servo e donandosi fino alla morte di croce. Per questo l’inno cristologico non è soltanto una bella contemplazione di Gesù: è la misura concreta della nostra vita. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Essere cristiani significa dunque lasciar entrare nella nostra vita lo stesso movimento di Cristo: non affermare noi stessi contro gli altri, ma donarci; non cercare di essere superiori, ma servire; non fermarci a ciò che l’altro possiede, ma riconoscere ciò che egli è davanti a Dio. È così che ciò che Cristo ha già compiuto diventa, giorno dopo giorno, una realtà vissuta nella Chiesa e nel mondo. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Questa domanda di Gesù sembra semplice, quasi troppo semplice. Siamo ancora una volta nella vigna, come domenica scorsa. Un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e ci va; il secondo risponde subito: «Sì, signore», ma poi non ci va. Gesù chiede ai capi dei sacerdoti e agli anziani: «Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Evidentemente non vuole metterli alla prova con un semplice indovinello: vuole aprire loro gli occhi. La risposta è evidente: il primo. E proprio allora Gesù applica la parabola ai suoi interlocutori: voi siete come il secondo figlio. Dite «sì» a Dio, siete persone religiose, conoscete la Legge, aspettate il Messia e pregate per la sua venuta; ma quando Dio ve lo manda, non lo riconoscete e non accogliete la sua parola. La volontà del Padre era che il suo popolo, e soprattutto le sue autorità religiose, accogliesse il suo Inviato, il Messia, Gesù. Qui sta il dramma che condurrà alla Passione: proprio coloro che sembravano più preparati ad accogliere il Messia saranno quelli che rifiuteranno di riconoscerlo. Gesù allora pronuncia una parola molto forte: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio». Non li loda perché sono peccatori. Il loro peccato non è certamente un titolo di merito. Sono piuttosto come il primo figlio: hanno iniziato dicendo «no», ma poi hanno cambiato strada. Che cosa è accaduto? Hanno creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Giovanni aveva chiamato tutti alla conversione: «Portate frutti degni della conversione». I pubblicani e le prostitute, proprio perché riconoscevano la propria povertà e il proprio peccato, hanno saputo ascoltare. Le autorità religiose, invece, hanno rifiutato di credere a Giovanni e poi a Gesù. Matteo collega probabilmente questa parabola agli avvenimenti appena accaduti a Gerusalemme. All’inizio del capitolo 21 Gesù era entrato nella città e la folla lo aveva accolto come il Messia, gridando: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Sal 117/118,26). Ma questo entusiasmo non fu condiviso dai capi dei sacerdoti e dagli anziani. Quando Gesù insegnava nel Tempio, gli chiesero: «Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?». In realtà il problema era proprio questo: ai loro occhi, Gesù non possedeva l’autorità necessaria per parlare a nome di Dio. Gesù, come spesso accade, non risponde direttamente. Chiede loro: «Il battesimo di Giovanni da dove veniva: dal cielo o dagli uomini?». Essi non osano rispondere, perché qualunque risposta li avrebbe messi in difficoltà: riconoscere Giovanni avrebbe significato riconoscere anche la sua testimonianza su Gesù.

Per questo Gesù racconta la parabola dei due figli. È quasi un ultimo appello alla loro conversione. Gesù non vuole escludere nessuno: desidera la salvezza di tutti. Se parla con durezza è perché il tempo è ormai breve: siamo alla vigilia della Passione. Ma che cosa aveva detto Giovanni Battista? Aveva denunciato proprio quella sicurezza religiosa che impedisce di convertirsi: «Non dite tra voi: Abbiamo Abramo per padre». Non basta appartenere al popolo eletto, conoscere la Legge o avere una posizione religiosa. Occorre produrre frutti di conversione. Forse questo era il vero problema delle autorità: una certa sicurezza di possedere già la verità su Dio, al punto da non essere più capaci di lasciarsi interrogare dalla sua parola.

I pubblicani e le prostitute, invece, proprio perché si riconoscevano peccatori e poveri davanti a Dio, avevano le orecchie e il cuore più aperti. Il problema, dunque, non è semplicemente essere peccatori o essere religiosi. Il problema è diventare talmente sicuri delle proprie convinzioni da non riuscire più ad ascoltare Dio quando Egli parla in modo diverso da come ci aspettiamo. La parabola ci pone così davanti a una domanda molto più profonda. Non basta dire «sì» a Dio con le labbra. La fede si riconosce nella vita. Non basta conoscere la volontà del Padre: bisogna compierla. E la domanda che Gesù rivolge ai capi religiosi diventa oggi una domanda per ciascuno di noi: Sono davvero entrato nella vigna del Padre? Il mio «sì» a Dio si traduce nella mia vita concreta? Sono ancora capace di ascoltare una parola che mi invita a cambiare? Oppure penso di conoscere già tutto di Dio e non lascio più spazio alla conversione?

La parabola dei due figli va ancora più in profondità di quella degli operai dell’ultima ora. Là Gesù metteva in discussione il modo in cui giudichiamo la misericordia di Dio verso gli altri; qui mette in discussione la nostra stessa religiosità. In definitiva, Gesù non ci chiede soltanto: «Dite sì a Dio?», ma: «State facendo la volontà del Padre?» Perché nella vigna del Signore non conta soltanto ciò che diciamo, ma la risposta concreta della nostra vita.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Set 18, 2026

Figlio dell’uomo

Pubblicato in Commento breve

Creare abbondanza dov’essa non c’è

(Lc 9,43b-45)

 

«Figlio dell’uomo» (v.44) è colui che essendosi spinto al massimo della pienezza umana, giunge a riflettere la condizione divina - e la irradia, senza prospettive anguste.

‘Figlio dell’uomo’ è il Figlio riuscito: la Persona dal passo definitivo; Verbo fattosi «fratello», che in noi aspira alla pienezza diffusa nella storia.

Sembrerebbe non all’altezza; invece è caratura indistruttibile, dentro ciascuno che accosta - incontrando i contrassegni divini che fanno emergere ciò che siamo [e rinascere].

Nel passo di Vangelo, è il Messia che diventa servo (!) e si fa «parente prossimo»: colui che nella cultura semitica era tenuto al riscatto e liberazione dei famigliari fatti schiavi.

Si nota però un netto contrasto fra ciò che la gente sogna e spera, e l’opinione delle autorità, messe in discussione da questa atmosfera di umanizzazione dai contorni troppo ampi.

 

Da sempre, per bloccare la ricerca del Tu-per-tu, del faccia a faccia con Dio [e indirizzare le coscienze] le guide interessate avevano riempito le menti di cose del passato, o tutte conformiste, e la vita della gente di problemi che incagliavano il cammino.

Lo schiavo della religione antica usuale, alleata col potere, viveva sotto condanna perché fuori Casa propria, quindi in una realtà che ristagnava, accentuando zavorre e sottolineando limiti e sensi di sudditanza.

Disturbando l’onda vitale di ciascuno.

In tal guisa, l’anima spenta si sottometteva alla cappa esteriore, bloccando l’energia spontanea. Ammantando di cose morte tutte le proposte che arrivavano dalla Provvidenza, e le sue stesse risorse.

 

«Figlio dell’uomo» non è un titolo “religioso” o selettivo, ma una possibilità per tutti coloro che danno adesione alla proposta di vita del Signore, e la reinterpretano in modo creativo.

Essi superano i fermi e propri confini naturali facendo spazio al Dono, accogliendo da Dio pienezza di essere, nei suoi nuovi, irripetibili binari.

Sentendosi totalmente e immeritatamente amati, scoprono altre sfaccettature, cambiano il modo di stare con se stessi, e possono crescere, si realizzano, fioriscono, irradiando la completezza ricevuta.

Emanando una differente atmosfera, la persona integrata nei suoi lati anche opposti, sente nascere consapevolezze, crea progetti, emette e attrae altre energie; le fa attivare.

Così Dio vuole estendere l’ambito in cui “regna” - rapportandosi a tutta l’umanità, Chiesa senza confini visibili.

 

Insomma, nell’icona del «Figlio dell’uomo» gli evangelisti vogliono indicare il trionfo dell’umano sul disumano, e la progressiva scomparsa di tutto ciò che blocca la comunicazione dell’onda vitale.

Il Popolo che riluce in modo divino non si trova più impigliato, anzi porta al massimo tutta la sua variegata potenzialità d’amore, di effusione di vita.

«Figlio dell’uomo» - realtà possibile - è chiunque raggiunga pienezza, fioritura della capacità di essere, nell’estensione dei rapporti… entrando in sintonia con la sfera di Dio Creatore, Amante della vita.

Lo fa nelle sue variegate sfaccettature, e si fonde con Lui - diventando Uno. Creando abbondanza.

 

«Figlio dell’uomo» è l’uomo che si comporta sulla terra come farebbe Dio stesso, che rende presente il divino e la sua forza nella storia.

Quindi può permettersi di sostituire sia la cupa seriosità che la superficialità, con una sapiente ‘spensieratezza’ che rende tutto lieve.

«Figlio dell’uomo» raffigura il massimo dell’umano, la Persona per eccellenza, che diventa liberante invece che opprimente.

Le conseguenze sono inimmaginabili, perché ciascuno di noi in Cristo e per i fratelli non ha più percorsi morti, astratti, o altrui, da rifare.

 

 

[Sabato 25.a sett. T.O.  26 settembre 2026]

Set 18, 2026

Figlio dell’uomo

Pubblicato in Preghiera critica

Creare abbondanza dov’essa non c’è

(Lc 9,43b-45)

 

‘Figlio di Dio’ è Cristo che manifesta Dio nella condizione umana. ‘Figlio dell’uomo’ è Gesù che manifesta l’uomo nella condizione divina.

«Figlio dell’uomo» (v.44) è colui che essendosi spinto al massimo della pienezza umana, giunge a riflettere la condizione divina - e la irradia, senza prospettive anguste.

Insomma, ‘Figlio dell’uomo’ è la persona affidabile, autentica; anche “piccola” - senza neppure un retaggio d’idee giuste e invariabili, o forze d’identico livello, e sempre performanti.

«Figlio dell’uomo» è qui il Figlio riuscito: la Persona dal passo definitivo. Verbo fattosi «fratello», che in noi aspira alla pienezza diffusa nella storia.

Sembrerebbe non all’altezza; invece è caratura indistruttibile, dentro ciascuno che accosta tale ‘misura’ - incontrando i contrassegni divini che fanno emergere ciò che siamo [e rinascere].

Nel passo di Vangelo, è il Messia che diventa servo (!) e si fa «parente prossimo»: colui che nella cultura semitica era tenuto al riscatto e liberazione dei famigliari fatti schiavi.

Si nota però un netto contrasto fra ciò che la gente sogna e spera, e l’opinione delle autorità, messe in discussione da questa atmosfera di umanizzazione dai contorni troppo ampi.

 

I maestri di spirito affermati e ufficiali si trovavano a loro agio in ambito stretto: accentuando sensi di colpa, sfigurando le persone; rendendole bisognose, infantili - invece che adulte, sicure, emancipate.

Anche l’istituzione religiosa tremava: la condizione divina diffusa nella vita delle donne e degli uomini resi autonomi e in grado di camminare sulle proprie gambe avrebbe reso superflua ogni struttura di mediazione.

Da sempre, per bloccare la ricerca del Tu-per-tu, del faccia a faccia con Dio [e indirizzare le coscienze] le guide interessate avevano riempito le menti di cose del passato, o tutte conformiste, e la vita della gente di problemi che incagliavano il cammino.

Lo schiavo della religione antica usuale, alleata col potere, viveva sotto condanna, perché fuori Casa propria. In una realtà che ristagnava, o avanzava in modo severamente moralistico.

Tale confusione arenava le anime - ancor più accentuando zavorre, sottolineando limiti, e sensi di sudditanza. Disturbando l’onda vitale di ciascuno.

 

La logica dei vecchi maestri era inaccettabile, sia in un’ottica di realizzazione personale, che per la convivenza.

In qualsiasi ambito vigeva il criterio dei parrucconi che amano solo se stessi.

Tutto era in accordo al principio che chi si ferma è meglio controllabile, sta dove lo collochi, e non può avere passioni; quindi non mette in moto nulla. 

Sotto l’enorme condizionamento sociale, l’anima ormai spenta si vedeva costretta a sottomettersi alla cappa esteriore, la quale volentieri bloccava l’energia spontanea delle anime, e del mondo.

Ancora oggi, forse, sussistono agenzie di plagio che ammantano di cose già morte o astratte [di maniera, altrui, comunque esterne] tutte le proposte della Provvidenza, e le stesse risorse di donne e uomini, o di carisma.

Il Figlio vero invece conquista spazi di libertà non tanto dagli errori, quanto ad es. dall’egoismo che annienta la comunione, dall’amor proprio che rifiuta l’ascolto, dall’omologazione che cancella l’unicità, dal conformismo che fa impallidire l’eccezionalità, dall’invidia che separa e blocca lo scambio dei doni, dalla competizione anche spirituale che ci droga; dall’accidia di chi crede di non valere abbastanza, che sconforta e paralizza.

 

«Figlio dell’uomo» non è dunque un titolo “religioso” o selettivo, ma una possibilità per tutti coloro che danno adesione alla proposta di vita del Signore, e la reinterpretano in modo creativo.

Essi superano i fermi e propri confini naturali, facendo spazio al Dono; accogliendo da Dio pienezza di essere, nei suoi nuovi, irripetibili binari.

Sentendosi totalmente e immeritatamente amati, scoprono altre sfaccettature, cambiano il modo di stare con se stessi, e possono crescere: si realizzano, fioriscono; irradiano la completezza ricevuta.

 

Uscendo dall’idea scarsa o statica che abbiamo di noi - problema grave in molte anime sensibili e dedite - anche la personalità relazionale può iniziare a immaginare.

E sognare, scoprendo di poter non dare più peso a coloro che vogliono condizionare il cammino di persona, in pienezza di essere, carattere, vocazione.

Chi attiva l’idea di potercela fare, trasmette poi la forza dello Spirito che ha ricevuto e accolto, e l’universo attorno fiorisce.

Emanando una differente atmosfera, la persona integrata nei suoi lati anche opposti, sente nascere consapevolezze, crea progetti, emette e attrae altre energie; le fa attivare.

Rapportandosi in modo interpersonale, Dio vuole estendere l’ambito in cui “regna” - a tutta l’umanità.

Chiesa senza confini visibili, che inizierà con il «Figlio dell’uomo». Figura non esclusiva di Gesù.

 

 

Figlio di Davide e Figlio dell’uomo

 

Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33). Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.

[Papa Benedetto, Concistoro 24 novembre 2012]

 

Con l’immagine del Figlio d’uomo, già il profeta Daniele voleva indicare un ribaltamento dei criteri di autenticità umana e divina: un uomo o un popolo, leader, finalmente dal cuore di carne invece che di belva.

Nell’icona del «Figlio dell’uomo» gli evangelisti desiderano far trapelare e innescare il trionfo dell’umano sul disumano; la progressiva scomparsa di tutto ciò che blocca la comunicazione di esistenza piena, di totalità di energia profonda.

Il Popolo che riluce in modo divino non si trova più impigliato da paure, da manipolazioni, o isterismi, anzi porta al massimo tutta la sua variegata potenzialità d’amore, di effusione di vita.

‘Figlio dell’uomo’ - realtà possibile - è chiunque raggiunga completezza, fioritura della capacità di essere, nell’estensione dei rapporti. Con ciò entrando in sintonia con la sfera di Dio Creatore, Amante della vita.

Lo fa nelle sue variegate sfaccettature, e si fonde con Lui - diventando Uno. Creando abbondanza; non una finta identità.

«Figlio dell’uomo» è l’uomo che si comporta sulla terra come farebbe Dio stesso; insomma, che rende presente il divino e la sua forza dispiegata nella storia.

Quindi può permettersi di sostituire la cupa seriosità dell’essere pio e sottoposto, o la superficialità del sofisticato e disincarnato, con la sapiente ‘spensieratezza’ che rende tutto lieve [perché fa rima con naturalezza].

 

‘Figlio dell’uomo’ raffigura il massimo dell’umano, la Persona per eccellenza - nel suo Sé eminente, che diventa liberante invece che opprimente.

Le conseguenze sono inimmaginabili, perché ciascuno di noi in Cristo e per i fratelli e sorelle, non ha più percorsi morti, astratti, o altrui, da rifare.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che modo la figura di «Figlio dell’uomo» ti parla dei tuoi stessi pensieri e speranze personali, e qual è la differenza o il contrasto coi pensieri e le speranze dei manipolatori?

La preghiera di Gesù nell'imminenza della morte - Lc

Cari fratelli e sorelle,

nella nostra scuola di preghiera, mercoledì scorso, ho parlato sulla preghiera di Gesù sulla Croce presa dal Salmo 22: “Dio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” adesso vorrei continuare a meditare sulla preghiera di Gesù in croce, nell’imminenza della morte, vorrei soffermarmi oggi sulla narrazione che incontriamo nel Vangelo di san Luca. L'Evangelista ci ha tramandato tre parole di Gesù sulla croce, due delle quali – la prima e la terza – sono preghiere rivolte esplicitamente al Padre. La seconda, invece, è costituita dalla promessa fatta al cosiddetto buon ladrone, crocifisso con Lui; rispondendo, infatti, alla preghiera del ladrone, Gesù lo rassicura: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Nel racconto di Luca sono così intrecciate suggestivamente le due preghiere che Gesù morente indirizza al Padre e l'accoglienza della supplica che a Lui è rivolta dal peccatore pentito. Gesù invoca il Padre e insieme ascolta la preghiera di quest’uomo che spesso è chiamato latro poenitens, «il ladrone pentito».

Soffermiamoci su queste tre preghiere di Gesù. La prima la pronuncia subito dopo essere stato inchiodato sulla croce, mentre i soldati si stanno dividendo le sue vesti come triste ricompensa del loro servizio. In un certo senso è con questo gesto che si chiude il processo della crocifissione. Scrive san Luca: «Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte» (23,33-34). La prima preghiera che Gesù rivolge al Padre è di intercessione: chiede il perdono per i propri carnefici. Con questo, Gesù compie in prima persona quanto aveva insegnato nel discorso della montagna quando aveva detto: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27) e aveva anche promesso a quanti sanno perdonare: «la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo» (v. 35). Adesso, dalla croce, Egli non solo perdona i suoi carnefici, ma si rivolge direttamente al Padre intercedendo a loro favore.

Questo atteggiamento di Gesù trova un’«imitazione» commovente nel racconto della lapidazione di santo Stefano, primo martire. Stefano, infatti, ormai prossimo alla fine, «piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (At 7,60): questa è stata la sua ultima parola. Il confronto tra la preghiera di perdono di Gesù e quella del protomartire è significativo. Santo Stefano si rivolge al Signore Risorto e chiede che la sua uccisione – un gesto definito chiaramente con l’espressione «questo peccato» – non sia imputata ai suoi lapidatori. Gesù sulla croce si rivolge al Padre e non solo chiede il perdono per i suoi crocifissori, ma offre anche una lettura di quanto sta accadendo. Secondo le sue parole, infatti, gli uomini che lo crocifiggono «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Egli pone cioè l’ignoranza, il «non sapere», come motivo della richiesta di perdono al Padre, perché questa ignoranza lascia aperta la via verso la conversione, come del resto avviene nelle parole che pronuncerà il centurione alla morte di Gesù: «Veramente, quest’uomo era giusto» (v. 47), era il Figlio di Dio. «Rimane una consolazione per tutti i tempi e per tutti gli uomini il fatto che il Signore, sia a riguardo di coloro che veramente non sapevano – i carnefici – sia di coloro che sapevano e lo avevano condannato, pone l'ignoranza quale motivo della richiesta di perdono – la vede come porta che può aprirci alla conversione» (Gesù di Nazaret, II, 233).

Cari fratelli e sorelle, le parole di Gesù sulla croce negli ultimi istanti della sua vita terrena offrono indicazioni impegnative alla nostra preghiera, ma la aprono anche ad una serena fiducia e ad una ferma speranza. Gesù che chiede al Padre di perdonare coloro che lo stanno crocifiggendo, ci invita al difficile gesto di pregare anche per coloro che ci fanno torto, ci hanno danneggiato, sapendo perdonare sempre, affinché la luce di Dio possa illuminare il loro cuore; e ci invita a vivere, nella nostra preghiera, lo stesso atteggiamento di misericordia e di amore che Dio ha nei nostri confronti: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», diciamo quotidianamente nel «Padre nostro». Allo stesso tempo, Gesù, che nel momento estremo della morte si affida totalmente nelle mani di Dio Padre, ci comunica la certezza che, per quanto dure siano le prove, difficili i problemi, pesante la sofferenza, non cadremo mai fuori delle mani di Dio, quelle mani che ci hanno creato, ci sostengono e ci accompagnano nel cammino dell’esistenza, perché guidate da un amore infinito e fedele. Grazie.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 15 febbraio 2012]

Set 18, 2026

Figlio dell’uomo

Pubblicato in Angolo dell'ottimista

1. Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e di Dio: è il tema culminante delle nostre catechesi sull’identità del Messia. È la verità fondamentale della rivelazione cristiana e della fede: l’umanità e la divinità di Cristo sulla quale dovremo riflettere in seguito in modo più completo. Per ora ci preme completare l’analisi dei titoli messianici già in qualche modo presenti nell’Antico Testamento e vedere in quale senso Gesù li attribuisce a sè.

Quanto al titolo di “Figlio dell’uomo”, è significativo che Gesù ne abbia fatto un uso frequente parlando di se stesso, mentre sono gli altri che lo chiamano “Figlio di Dio”, come vedremo nella prossima catechesi. Invece egli si autodefinisce “Figlio dell’uomo”, mentre nessun altro lo chiamava così, se si eccettuano il diacono Stefano prima della lapidazione (At 7, 56) e l’autore dell’Apocalisse in due testi (At 1, 13; 14, 14).

2. Il titolo “Figlio dell’uomo” proviene dall’Antico Testamento dal Libro del profeta Daniele. Ecco il testo che descrive una visione notturna del profeta: “Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto”(Dn 7, 13-14).

E quando il profeta chiede la spiegazione di questa visione, riceve la risposta seguente: “I santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per secoli e secoli . . . allora il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo, saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo” (Dn 7, 18.27). Il testo di Daniele riguarda una persona singola e il popolo. Notiamo subito che ciò che si riferisce alla persona del Figlio dell’uomo si ritrova nelle parole dell’angelo nell’annunciazione a Maria: “regnerà per sempre . . . e il suo regno non avrà fine” (Lc 1, 33).

3. Quando Gesù chiama se stesso “Figlio dell’uomo” usa un’espressione proveniente dalla tradizione canonica dell’Antico Testamento e presente anche negli apocrifi giudaici. Occorre però notare che l’espressione “Figlio dell’uomo” (ben-adam) era diventata nell’aramaico dei tempi di Gesù un’espressione indicante semplicemente “uomo” (“bar-enas”). Gesù, perciò, chiamando se stesso “figlio dell’uomo”, riuscì quasi a nascondere dietro il velo del significato comune il significato messianico che la parola aveva nell’insegnamento profetico. Non a caso, tuttavia, se enunciazioni sul “Figlio dell’uomo” appaiono specialmente nel contesto della vita terrena e della passione di Cristo, non ne mancano anche in riferimento alla sua elevazione escatologica.

4. Nel contesto della vita terrena di Gesù di Nazaret troviamo testi quali: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20); o anche: “È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11, 19). Altre volte la parola di Gesù assume un valore più fortemente indicativo del suo potere. Così quando dice: “Il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (Mc 2, 28). In occasione della guarigione del paralitico calato attraverso un’apertura praticata nel tetto egli afferma in tono quasi di sfida: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2, 10-11). Altrove Gesù dichiara: “Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione” (Lc 11, 30). In altra occasione si tratta di una visione avvolta nel mistero: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete” (Lc 17, 22).

5. Alcuni teologi notano un parallelismo interessante tra la profezia di Ezechiele e le enunciazioni di Gesù. Scrive il profeta: “(Dio) Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti . . . che si sono rivoltati contro di me . . . Tu dirai loro: Dice il Signore Dio”” (Ez 2, 3-4). “Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono . . .” (Ez 12, 2) “Tu, figlio dell’uomo . . . tieni fisso lo sguardo su di essa (Gerusalemme) che sarà assediata . . . e profeterai contro di essa” (Ez 4, 1-7). “Figlio dell’uomo, proponi un enigma che racconta una parabola agli Israeliti” (Ez 17, 2).

Facendo eco alle parole del profeta, Gesù insegna: “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10). “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45; cf. anche Mt 20, 28). Il “Figlio dell’uomo” . . . “quando verrà nella gloria del Padre”, si vergognerà di chi si vergognava di lui e delle sue parole davanti agli uomini (cf. Mc 8, 38).

6. L’identità del Figlio dell’uomo appare nel duplice aspetto di rappresentante di Dio, annunciatore del regno di Dio, profeta che richiama alla conversione. Dall’altra egli è “rappresentante” degli uomini, dei quali condivide la condizione terrena e le sofferenze per riscattarli e salvarli secondo il disegno del Padre. Come dice egli stesso nel colloquio con Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque creda in lui abbia la vita eterna” (Gv 3, 14-15).

È un chiaro annuncio della passione, che Gesù ripete: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (Mc 8, 31). Per ben tre volte proviamo a fare preannuncio nel Vangelo di Marco (cf. Mc 9, 31; 10, 33-34) e in ciascuna di esse Gesù parla di se stesso come “Figlio dell’uomo”.

7. Con lo stesso appellativo Gesù si autodefinisce dinanzi al tribunale di Caifa, quando alla domanda: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”, risponde: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (Mc 14, 62). In queste poche parole risuona l’eco della profezia di Daniele sul “Figlio dell’uomo che viene sulle nubi del cielo” (Dn 7, 13) e del salmo 110 che vede il Signore assiso alla destra di Dio (cf. Sal 110, 1).

8. Ripetutamente Gesù parla della elevazione del “Figlio dell’uomo”, ma non nasconde ai suoi ascoltatori che essa include l’umiliazione della croce. Alle obiezioni e alla incredulità della gente e dei discepoli, che ben comprendevano la magicità delle sue allusioni e che pure gli chiedevano: “Come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?” (Gv 12, 34), Gesù asserisce: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre” (Gv 8, 28). Gesù afferma che la sua “elevazione” per mezzo della croce costituirà la sua glorificazione. Poco dopo aggiungerà: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo” (Gv 12, 23). È significativo che alla partenza di Giuda dal Cenacolo, Gesù dica “ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui”(Gv 13, 31).

9. Ciò costituisce il contenuto di vita, di passione, di morte e di gloria di cui il profeta Daniele aveva offerto un pallido abbozzo. Gesù non esita ad applicare a sé anche il carattere di regno eterno e intramontabile che Daniele aveva assegnato all’opera del Figlio dell’uomo, quando nel mondo proclama: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” (Mc 13,26; cf. Mt 24, 30). In questa prospettiva escatologica deve svolgersi l’opera di evangelizzazione della Chiesa. Egli avverte: “Non avrete finito di percorrere la città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo” (Mt 10, 23). E si chiede: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).

10. Se come “Figlio dell’uomo” Gesù ha realizzato con la sua vita, passione, morte e resurrezione, il piano messianico, delineato nell’Antico Testamento, nello stesso tempo egli assume con quello stesso nome il suo posto tra gli uomini come uomo vero, come figlio di una donna, Maria di Nazaret. Per mezzo di questa donna, sua Madre, lui, il “Figlio di Dio”, è contemporaneamente “Figlio dell’uomo”, uomo vero, come attesta la Lettera agli Ebrei: “Si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Eb 4, 5; cf. Gaudium et Spes, 22).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 29 aprile 1987]

Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Tanto che Papa Francesco ha suggerito un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza». Ecco le linee di riflessione che il Pontefice ha proposto nella messa celebrata martedì mattina, 4 aprile, a Santa Marta.

«Attira l’attenzione — ha fatto notare subito, riferendosi al passo dell’evangelista Giovanni (8, 21-30) — che in questo breve passo del Vangelo per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice — ha aggiunto — perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, ha spiegato il Papa, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».

Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».

Con queste parole — ha affermato il Pontefice, riferendosi al brano tratto dal libro dei Numeri (21, 4-9) — «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura». È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».

«Il serpente — ha proseguito il Papa — è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».

«Il serpente di bronzo guariva — ha detto Francesco — ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire, ha affermato il Papa, che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».

«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto — ha spiegato il Pontefice — moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà, ha insistito il Papa, «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».

«Ma cosa è la croce per noi?» è la questione posta da Francesco. «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così... perché non abbiamo questa fede alla croce» ha evidenziato il Papa. La croce, poi, ha affermato, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma, ha detto Francesco, «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».

Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma, ha fatto presente il Pontefice, «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza, ha spiegato, «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».

«Oggi — ha rilanciato il Papa — la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così, ha proseguito, è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».

«Ognuno di noi oggi — ha suggerito il Pontefice a conclusione della sua meditazione — guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».

[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 4 aprile 2017]

Set 17, 2026

Domanda che giudica

Pubblicato in Commento precedente

Dove e quale Messia? Nel dilemma, la soluzione

(Lc 9,18-22)

 

Il popolo di Dio non si trova più nel chiuso di un grembo che protegge e garantisce il credente, e talora ci sentiamo come incapaci di mettere in campo il Risorto nel nostro limite.

Invero il sogno di una persona che risolva i problemi dal di fuori (come una scorciatoia) è ancora radicata.

Chimera alimentata dallo smarrimento e dall’angoscia che proviamo di fronte a un mondo segnato da contraddizioni - oggi persino dalle amare conseguenze della crisi globale.

L’auspicio di un Messia è tenuto vivo dal nostro trepidare... nell’attesa dell’intervento di Qualcuno in grado di stare [invece] dentro noi stessi e le cose.

Per questo Dio si rivolge non a un valoroso capitano, non a un sovrano potente, non a un eroe, bensì a chi offre amore. E ciascuno di noi potrebbe esserlo, sebbene le nostre opere paiano sciatte in loro stesse, o molto inferiori ai desideri.

Ma è Cristo stesso che si riversa in esse.

Egli è il Figlio dimesso, eppure non gioca in difesa: Liberatore autentico.

 

La Gloria divina ha una figura inattesa. L’Eterno non è un controllore, né un promotore di modelli che difendano l’ordine, o le convinzioni [antiche o alla moda che siano], né le belle maniere.

Il luogo appartato (v.18) è parafrasi del nostro rischio di equivocare.

Anche a quel tempo tutti aspettavano la venuta dell’Unto del Signore, ma ciascuna setta o scuola di pensiero a modo suo.

Alcuni attendevano un sovrano, altri un sacerdote, o comandante guerriero; un giudice, un vate...

Tutti “maestri”, afferrati a qualche privilegio sociale. Nessun servitore, intimo a noi stessi: sfuggiva la comprensione piena.

Gesù impone esplicitamente il silenzio messianico (v.21) perché non ricalca le attese, le speranze, i propositi nella norma - tutti esteriori.

Infatti sostituisce la prospettiva de «”il” Messia» [“quel” Messia atteso] con «il Figlio dell’uomo» (vv.20-22): lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

«”Il” Cristo» secondo mentalità comune era una figura prevedibile, dura, troppo normale, fissa nel tempo - che non aveva rispetto dei processi personali - e stracolma di rivendicazioni.

Il «Figlio dell’uomo» è Persona senza esagerazioni: più intima, vera e profonda; senza troppo metodo, né tipologie. Persona che per questo non cessa di crescere.

 

In Lc tutti gli eventi importanti della vicenda di Gesù sono inseriti in un momento di preghiera.

Non era facile neppure per Lui essere in sintonia con l’idea che la Gloria divina si potesse manifestare in situazione del tutto sfavorevole - solo qua e là pulsante luce.

E tu cosa dici (cf. v.20)? Al grande enigma, solo Dio-uomo Crocifisso [il Differente, e senza reputazione] è Giudizio, e Risposta che libera dalle insicurezze.

Col nostro Amico interiore che abbraccia, ci nutre e fa come da calamita, daremo tutto al Presente - lato migliore. Vicinanza d’Infinito e nostro versante eterno.

 

 

[Venerdì 25.a sett. T.O.  25 settembre 2026]

Set 17, 2026

Dove e quale Messia?

Pubblicato in il Mistero

Lc 9,18-22 (18-25)

 

Domanda che giudica. Nel dilemma, la soluzione

(Lc 9,18-22)

 

Il popolo di Dio non si trova più nel chiuso di un grembo che protegge e garantisce il credente, e talora ci sentiamo come incapaci di mettere in campo il Risorto nel nostro limite.

Invero il sogno di una persona che risolva i problemi dal di fuori (come una scorciatoia) è ancora radicata.

Chimera alimentata dallo smarrimento e dall’angoscia che proviamo di fronte a un mondo segnato da contraddizioni - oggi persino dalle amare conseguenze della crisi globale.

L’auspicio di un Messia è tenuto vivo dal nostro trepidare... nell’attesa dell’intervento di Qualcuno in grado di stare (invece) dentro noi stessi e le cose.

Cerchiamo Chi possa donare un colpo d’ala alla vita, cambiandola immediatamente e radicalmente. Solo così dandole consistenza - non dall’esterno.

Continuiamo ad attendere un Salvatore anche oggi, sebbene l’ambiente convenzionalista non offra che scelte sempre meno significative [anche inutili caroselli] mentre l’impazienza provoca rassegnazione o insulsi fanatismi.

Per questo Dio si rivolge non a un valoroso capitano, non a un sovrano potente, non a un eroe, bensì a chi offre amore. E ciascuno di noi potrebbe esserlo, sebbene le nostre opere paiano sciatte in loro stesse, o molto inferiori ai desideri.

Ma è Cristo stesso che si riversa in esse.

Egli è il Figlio dimesso, eppure non gioca in difesa: Liberatore autentico.

 

La Gloria divina ha una figura inattesa. L’Eterno non è un controllore, né un promotore di modelli che difendano l’ordine, o le convinzioni [antiche o alla moda che siano], né le belle maniere.

Il luogo appartato (v.18) è parafrasi del nostro rischio di equivocare.

Anche a quel tempo tutti aspettavano la venuta dell’Unto del Signore, ma ciascuna setta o scuola di pensiero a modo suo.

Alcuni attendevano un sovrano, altri un sacerdote, o comandante guerriero; un giudice, un vate...

Tutti “maestri”, afferrati a qualche privilegio sociale. Nessun servitore, intimo a noi stessi: sfuggiva la comprensione piena.

Nessuno aveva inteso il disegno del Padre.

Non l’avevano capito neppure i re o i profeti.

Ciascuno aveva contrapposto al disegno di Dio i propri sogni di fama. Nel migliore dei casi, avendo giusti propositi di purificazione, ma pure di rabberciamento delle pratiche antiche; nonché grandezza. Per taluni, sommaria, provvisoria, sgradevolmente esibizionista.

Dall’Altissimo volevano solo un aiutino per giungere ai loro obbiettivi, non al Sogno di Dio.

 

In tal guisa Gesù impone esplicitamente il silenzio messianico (v.21) proprio perché non ricalca (davvero nulla da spartire) con le attese, le speranze, le mète, i propositi nella norma - tutti esteriori.

Infatti sostituisce la prospettiva de «”il” Messia» [“quel” Messia atteso] con «il Figlio dell’uomo» (vv.20-22): lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

«”Il” Cristo» secondo mentalità comune era una figura prevedibile, dura, troppo normale, fissa nel tempo - che non aveva rispetto dei processi personali - e stracolma di rivendicazioni.

«Il Figlio dell’uomo» è Persona senza esagerazioni: più intima, vera e profonda; senza troppo metodo, né tipologie. Persona che per questo non cessa di crescere.

 

In Lc tutti gli eventi importanti della vicenda di Gesù sono inseriti in un momento di preghiera.

Non era facile neppure per Lui essere in sintonia con l’idea che la Gloria divina si potesse manifestare in situazione del tutto sfavorevole - solo qua e là pulsante luce.

Ebbene, la risposta al nostro vissuto malfermo, affinché possa balzare dalle ceneri, è legata non all’essere riconosciuti e piacere a tutti, bensì a stati di persecuzione, o disturbo e disagio.

Difatti l’anima parla con saggezza: quindi, lega la crescita a un differente spirito mentale - non indotto da altrui o convenzionali modi di stare al mondo.

Essi impongono cesure agli scopi - se tutti formali, domati, socialmente accondiscendenti: vere e proprie fratture coi traguardi non rispettosi delle istanze vocazionali. Dove siamo noi stessi, nella Chiamata per Nome e nel carattere.

Per il Maestro e Signore le uniche mortificazioni opportune riguardano i dolorosi tagli e separazioni dal conformismo dei ruoli: distacchi che rendono liberi e pronti nell’attimo corrente.

Essi introducono all’interno d’una Visone imprevedibile e feconda, opposta all’aspettativa di ripresa conformisticamente sognata. Comunque arcaica (anche se à la page), perché perderebbe la natura di attivazione propria dello sviluppo della vita.

 

I problemi spesso sono come concrete figure, e contatti, che ci costringono ad altra soluzione, impedendoci di rientrare nel mondo del passato abitudinario o degli schemi anche alla moda - quelli che non realizzano gli obbiettivi più intimi.

Insomma: non è possibile “credere” senza pronunciarsi di persona, adesso.

E tu cosa dici (cf. v.20)? Al grande enigma, solo Dio-uomo Crocifisso [il differente, e senza reputazione] è Giudizio, e risposta che libera dalle insicurezze.

Col nostro Amico interiore che abbraccia, ci nutre e fa come da calamita, daremo tutto al Presente - lato migliore - vicinanza d’Infinito e nostro versante eterno.

 

 

 

 

Reputazione: crocevia della Verità di Fede

(Lc 9,22-25)

 

Ieri abbiamo sottolineato come il tarlo della vanità nella ricerca della stima altrui spinga all’ipocrisia e all’ostentazione.

Anche oggi la Parola - appello solenne e pressante a una scelta decisiva - invita alla totalità; a vivere la Quaresima con rettitudine, non esibendo troppi cerimoniali esteriori.

Ci chiediamo: Cosa rende intimi al Padre? Portare la Croce (nel senso di essere figlio devoto e obbediente)? Bisogna rinunciare a vivere, accettando i vari mali?

No, la comunione con Dio consegue a un impegno liberamente assunto. Quel patibolo non è esigenza del Padre che vorrebbe essere risarcito almeno da qualcuno.

E nessun fatalismo: non si tratta di sopportare le inevitabili contrarietà della vita. Non è questo che unisce, non è il fronteggiare che fa da collante al popolo di Dio che si riconosce nel Crocifisso.

Le vie tra cui scegliere non sono tante, ma solo due: vittoria e rivalsa, o percezione e dono - ogni istante è tempo di decisione. I modelli non servono più.

L'autenticità dell’uomo non è la sua grandezza, ma la fedeltà nell’amore che si accorge - e può collocarci su sentieri di persecuzione e derisione, invece di risultati accomodanti o plateali (sul sicuro e immediato).

L'umanità vera non ha più bisogno di salire di quota per trascendere i limiti della materia (mistica dualista).

Neppure dobbiamo identificarci - quasi sacramentalmente - con le forze dei processi cosmici sorgivi, profondi ma spersonalizzanti (religioni misteriche).

Non siamo chiamati a perfezionarci attraverso l’osservanza d’una legge o tradizioni sino alle minuzie (fariseismo).

La nostra vocazione non è neppure quella di sottrarci religiosamente all’abisso della miseria del mondo, nella speranza di una mèta che si avvicini per risolvere tutto (apocalittica).

 

 

L’Unto del Signore era atteso come sovrano, sacerdote, taumaturgo, guerriero, giudice, profeta... Gesù che sale al Calvario è ben altro paradigma: diverso modo di essere e tutt’altra Via.

Al titolo di Messia Lc preferisce quello di «Figlio dell’uomo» (v.22): espressione con cui il Maestro effettivamente designava se stesso.

Il Figlio dell’uomo - lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità - non si sente ostacolato da frequentatori dei luoghi di malaffare, ma dagli habitué dei recinti sacri.

Nei Vangeli la crescita e umanizzazione del popolo non è contrastata da peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio.

Pertanto, il carattere dell’apostolo non è identificato con celebrità e personaggi di rilievo sociale, ma con la vita di Gesù di Nazaret - il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, e condannato.

Qui, spingendoci in basso, incontriamo Dio.

Quello della croce era infatti il supplizio imposto ai criminali emarginati. In ciò sta la “negazione di sé” (v.23) che purtroppo nella storia della spiritualità ha subìto pessime interpretazioni.

Il credente non è riconosciuto da gesti eroici e magnificenti, o ascetici; né per eccellenza e visibilità d’incarico, carisma e credito, peso e prestigio - bensì a motivo di scelta sociale, che porta discredito alla propria fama.

Il missionario non è individuato per qualità straordinarie, bensì a motivo di piccolezza.

Chi apprezza solo cose grandi - anche sbalorditive e plateali sotto il profilo “spirituale” - ama la forza e non edifica il nuovo Regno.

Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca (ad es.) di Mc 8,34; Mt 10,38; Lc 9,23 e 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.

Dio non dà croce alcuna, né i figli sono chiamati a “sopportarla” (o addirittura “offrirla”)! La Croce va presa attivamente, perché l’amico di Gesù si gioca l’onore.

La Fonte eminente e cristallina di vita intima consente di raggiungere il dono totale anche sotto il profilo della pubblica considerazione.

 

Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio doveva caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.

Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.

Lo sventurato e già svergognato procedeva al luogo dell’esecuzione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato (ritenuto maledetto da Dio).

Gesù non propone la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’ascesi cesella animi più capaci di abbozzare... (oggi si dice: resilienti).

Rispetto alle solite manfrine sulla sana disciplina - esteriore e interiore - uguali per tutti (e utili solo per tenere buona la situazione, di privilegio) Lc sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.

Il Signore propone un’ascetica totalmente differente da quella delle religioni - addirittura capovolta.

Il credente rinuncia alla reputazione. È lo spunto essenziale, dirimente, del carattere della Fede.

Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio (da recitare), alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore - e neppure chi non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “famiglia”.

 

Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia ha creato divisioni: la spada della sua Persona separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza o dall’idea di rispettabilità, anche nazionale.

Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati dell’istituzione abitudinaria, attempata e di finto sangue blu sul territorio. Caricandosi della Croce di beffe conseguenti.

Una separazione e taglio nettissimo coi criteri di grandezza e successo, per l'unità nuova: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze. Provare per credere.

Sembra un sogno privo di senso, ma questo è ciò che unisce la Chiesa al suo Signore: un cammino crocifiggente, dove si guadagna quello che si perde - anzitutto in considerazione.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quali mutamenti senti come tua Chiamata? La reputazione e l’opinione in comunità, favorisce o ti blocca? Per quale motivo? La tua “famiglia” è rinchiusa in se stessa o agevola l’apertura d’orizzonte?

In questa domenica nella quale il Vangelo ci interroga sulla vera identità di Gesù, eccoci trasportati, insieme con i discepoli, sulla strada che conduce verso i villaggi della regione di Cesarea di Filippo. «E voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29), chiede loro Gesù. Il momento scelto per porre loro questa domanda non è senza significato. Gesù si trova ad una svolta decisiva della propria esistenza. Sale verso Gerusalemme, verso il luogo dove si compirà, mediante la croce e la resurrezione, l’evento centrale della nostra salvezza. E’ ancora a Gerusalemme che, allo sfociare di tutti questi eventi, la Chiesa nascerà. E quando, in questo momento decisivo, Gesù chiede dapprima ai discepoli: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27), le risposte che essi gli riferiscono sono diverse: Giovanni il Battista, Elia, un profeta! Ancora oggi, come lungo i secoli, quanti, nei modi più disparati, hanno trovato Gesù sulla loro strada danno le proprie risposte. Sono approcci che possono permettere di trovare la via della verità. Ma, senza essere necessariamente falsi, rimangono insufficienti, poiché non raggiungono il cuore dell’identità di Gesù. Soltanto chi accetta di seguirlo sulla sua via, di vivere in comunione con lui nella comunità dei discepoli, può averne una conoscenza autentica. E’ allora che Pietro, il quale da un certo tempo è vissuto con Gesù, offre la propria risposta: «Tu sei il Messia» (Mc 8,29). Risposta giusta, senza alcun dubbio, ma ancora insufficiente, poiché Gesù sente il bisogno di precisarla. Egli intravede che la gente potrebbe servirsi di questa risposta per dei disegni che non sono i suoi, per suscitare false speranze temporali su di lui. Non si lascia intrappolare nei soli attributi del liberatore umano che molti attendono.

Annunciando ai suoi discepoli che dovrà soffrire, essere messo a morte prima di risuscitare, Gesù vuol far loro comprendere chi Egli è in verità. Un Messia sofferente, un Messia servo, e non un liberatore politico onnipotente. E’ il Servo obbediente alla volontà del Padre suo fino a perdere la propria vita. E’ ciò che annunciava già il profeta Isaia nella prima lettura. Così Gesù va contro quanto molti si aspettavano da lui. La sua affermazione è shoccante e sconcertante. E si sente la contestazione di Pietro, che lo rimprovera, rifiutando per il suo Maestro la sofferenza e la morte! Gesù è severo verso di lui, e fa capire che chi vuol essere suo discepolo deve accettare di essere servo, come Lui si è fatto Servo.

Porsi alla sequela di Gesù significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla. Poiché siamo certi che questa via conduce alla risurrezione, alla vita vera e definitiva con Dio. Decidere di accompagnare Gesù Cristo che si è fatto il Servo di tutti esige un’intimità sempre più grande con Lui, ponendosi all’ascolto attento della sua Parola per attingervi l’ispirazione del nostro agire.

[Papa Benedetto, omelia a Beirut, 16 settembre 2012]

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And «each of us can say: "for love to me"» (Pope Francis)
E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”» (Papa Francesco)
We too, to reach a more conscious confession of Jesus Christ must follow, like Peter, a path made of attentive, caring listening (Pope John Paul II)
Anche noi per giungere a una più consapevole confessione di Gesù Cristo dobbiamo percorrere, come Pietro, un cammino fatto di ascolto attento, premuroso (Papa Giovanni Paolo II)
It is a word that must be witnessed to and proclaimed explicitly, because without a consistent witness it proves to be less comprehensible and credible [Pope Benedict]
E’ una Parola che deve essere testimoniata e proclamata esplicitamente, perché senza una testimonianza coerente essa risulta meno comprensibile e credibile [Papa Benedetto]
The “reading and meditation of the word of God root us more deeply in Christ and guide our ministry as servants of reconciliation, justice and peace” (second Synod for Africa, Propositio 46)
La lettura e la meditazione della Parola di Dio ci radicano più profondamente in Cristo e orientano il nostro ministero di servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace (Secondo Sinodo per l’Africa, Propositio 46)
The Gospel of Matthew written in Hebrew or Aramaic is no longer extant, but in the Greek Gospel that we possess we still continue to hear, in a certain way, the persuasive voice of the publican Matthew, who, having become an Apostle, continues to proclaim God's saving mercy to us. And let us listen to St Matthew's message, meditating upon it ever anew also to learn to stand up and follow Jesus with determination (Pope Benedict)
Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione (Papa Benedetto)
That denarius clearly represents eternal life, a gift that God reserves for all. Indeed those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" [Pope Benedict]
Quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" [Papa Benedetto]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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