don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

(Mt 11,25-30)

 

L’unica preghiera di Gesù poco insegnata

 

Scienziati e Piccoli: mondo astratto e incarnazione

(Mt 11,25-27)

 

 

«Il mondo dà credito ai “sapienti” e ai “dotti”, mentre Dio predilige i “piccoli”. L’insegnamento generale che ne deriva è che vi sono due dimensioni del reale: una più profonda, vera ed eterna, l’altra segnata dalla finitezza, dalla provvisorietà e dall’apparenza» [Papa Benedetto].

 

La Ragione larga di Dio non è secondo “fortuna”, o “misura”

 

A commento del Tao Tê Ching (iv) il maestro Ho-shang Kung scrive:

«I desideri umani sono acuminati e sottili, si sforzano di appropriarsi di merito e gloria. Quando sono smussati, l’uomo li padroneggia, e a imitazione della Via, non si riempie».

 

I capi guardavano la religiosità con scopi d’interesse. I professori di teologia erano abituati a valutare ogni virgola partendo dal proprio sapere, ridicolo ma supponente - estraneo alle vicende reali.

Gesù si trova contro persino i suoi famigliari. Sotto la cappa e il ricatto delle convenzioni sociali abitudinarie, anch’essi subivano il preconcetto del parere dei “grandi” e della evasiva tradizione orale, che non trasmetteva alimento al tessuto concreto del tempo umano.

Il Signore constata: persino gli Apostoli non sono persone libere; per questo non emancipano nessuno e addirittura impediscono qualsiasi svolta (cf. Lc 9).

Il loro modo di essere è talmente fondato su atteggiamenti standard e comportamenti obbligati da tradursi in armature mentali impermeabili.

La loro prevedibilità è troppo limitante: non dà respiro al cammino di coloro che invece vogliono riattivarsi, scoprire e valorizzare sorprese dietro i lati segreti della realtà e della personalità.

 

Ciò che rimane vincolato ad antiche costumanze [o astrazioni] e soliti protagonisti [o pseudo maestri sofisticati] non fa sognare, non è apparizione e testimonianza stupefacente d’Altrove; toglie ricchezza espressiva all’Annuncio e alla vita.

Il Maestro si rallegra della sua stessa esperienza, che reca una gioia non epidermica e un insegnamento dallo Spirito - su chi è ben disposto, e capace di comprendere le profondità del Regno, nelle cose comuni.

[A un certo punto del cammino spirituale, in Cristo ci si accorge di doversi distaccare dall’idolatria delle deferenze: soffocano e deridono la vita.

La Fede procede sul binario della Felicità della donna e dell’uomo concreti, resi viceversa fantoccio da una falsa pietà tutta esibizionista o disincarnata].

Insomma, dopo un primo momento di folle entusiaste, il Maestro approfondisce le tematiche e si ritrova tutti contro, tranne Dio e i minimi: i senza peso, ma con tanta voglia di cominciare da zero.

Barlume del Mistero che lievita la storia - senza farne un possesso.

 

A conclusione dell’enciclica Fratelli Tutti, Papa Francesco cita la figura e l’esperienza di Charles de Foucauld, il quale - sovvertendo tutto - «solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti» (n.287).

In un primo tempo anche Gesù rimane sbalordito per il rifiuto di chi si riteneva già soddisfatto della struttura religiosa ufficiale e non attendeva più nulla che potesse spodestare la pista battuta, destando abitudini (o fantasie) e tornaconto.

Poi supera la sorpresa iniziale: coglie pienamente, loda e benedice il disegno del Padre, facendolo proprio, stringendolo a sé.

Porta a piena e propria contezza il suo Segreto: che Radice della trasformazione dell’essere nell’Imprevedibile di Dio è il nascondimento, la “tapineria” [(tapeínōsis, “abbassamento”), da ταπεινός (tapeinós, “basso”) [v.29; Lc 1,48].

Qui il Figlio conosce e intende il nucleo delle Attese e delle Promesse dell’Alleanza, e i suoi protagonisti - a contrario: la Persona affidabile nasce appunto dai bassifondi, non dal ceto delle élites.

Insomma, Cristo intuisce  l’autenticità a tutto tondo proprio dei malfermi - impulso profondo, motivo, motore, quintessenza e unica energia della storia della salvezza.

Trasparenza dell’Eterno, che viene da un’altra elaborazione.

Genesi stessa che sconvolge il rapporto religioso consolidato, talora divenuto inerte e “rassicurante” - mai profondo né decisivo per le sorti umane.

 

Dio è Relazione semplice: demitizza l’idolo della grandezza.

L’Eterno non è più il padrone del creato [Colui che si manifestava forte e perentorio; nella sua azione, ancora nel Patto antico illustrato attraverso le potenze incontenibili della natura].

Tutto il contrario. In tal guisa, di riflesso, e anche nel cammino spirituale, il Padre non ci porta all’alienazione, all’isterismo delle forzature che non vogliamo, alle dissociazioni interiori.

È Amico e Ristoro che rinfranca, perché fa sentire completi e amabili; ci cerca per Nome, si fa attento al linguaggio del cuore.

Egli è Custode del mondo, anche dei non istruiti - degli «infanti» (v.25) spontaneamente vuoti di spirito borioso, ossia di coloro che non restano chiusi nella loro sufficiente appartenenza.

Già così come sono, “perfetti” in ordine alla loro missione nel mondo. Non bicchieri vuoti, solo da rieducare in funzione istituzionale.

Non più anime da cesellare secondo modelli.

Semmai, cuori da guidare a consapevolezza totale; anime da completare nel senso della scoperta completa di se stesse, negli opposti dell’essenza caratteriale, e vocazionale.

 

In tal guisa, il rapporto Padre-Figlio viene comunicato ai poveri di Dio: i dotati di un’attitudine da famigliari (v.27).

Capaci di convivenza, eppure più autonomi degli identificati e ben inseriti… totalmente impegnati a ricalcare, per farsi riconoscere.

I poveri restano genuini: ciò che sono; non esterni.

Insignificanti e invisibili, privi di grandi doti, ma stranamente sempre colmi di un’Altra “potenza”.

È la “virtù” dei malfermi, i quali si abbandonano alle proposte della vita provvidente che Viene, come bimbi in braccio a genitori.

Con Spirito di ‘pietas’ - che favorisce chi si lascia colmare di saggezza innata.

Unica realtà che ci corrisponde e non presenta il “conto”: essa non procede sulle vie del pensiero funzionale, dell’iniziativa calcolante.

 

Sapienza che trasmette freschezza nella disponibilità a ricevere, accogliere, ritemprare personalmente la Verità come Dono - e l’entusiasmo spontaneo stesso, in grado di realizzarla.

 

Una preghiera di benedizione semplice, per i semplici - questa di Gesù (v.25) - che ci fa crescere nella stima, calza perfettamente con la nostra esperienza, e va d’accordo con noi stessi; a partire dall’intimo.

Ma che stranamente i dotti sul territorio i quali non vivono «lo spirito del vicinato» (FT n.152) però sul territorio rivendicano posizioni e giocano sempre d’astuzia, non ci hanno mai voluto trasmettere.

I nuovi, le nullità, i senza voce e invisibili non ragionano in termini di dottrina e leggi - vv.29-30: «giogo» insopportabile che schiaccia le persone e vocazioni concrete, particolari - ma di vita e umanità.

Così arricchiscono l’esperienza fondamentale e spontanea della Fede-Amore, appagante senza manierismi né intime forzature che poi ci tirano fuori di noi stessi.

Perché l’esteriorità del mondo piramidale, la diffidenza di chi vuol “contare”, l’ansia della società competitiva ed epidermica, impoveriscono lo sguardo; contaminano l’onda vitale.

 

Per Dio, meglio “contare” poco.

Egli non ci forza nell’energia dei modelli, né prospetta come ideale la potenza aggressiva dei “pezzi grossi”.

In tal guisa, i suoi intimi, invece che solo con il “grande” ed esterno, vivranno di Comunione pur con il ‘piccolo’ di sé; o non godranno amabilità, né autentica vita.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa provi quando ti senti dire: «Tu non conti»?

Rimane un disprezzo umiliante o la consideri una grande Luce ricevuta, come ha fatto Gesù?

 

 

Il Giogo sui Piccoli

 

Religione trasformata in ossessione - per “trattenuti”

(Mt 11,28-30)

 

I rabbini sceglievano i discepoli fra coloro che avevano maggiori capacità intellettive e ascetiche. Gesù invece va a cercare i fuori del giro, gli «infanti» (v.25) che neppure avevano stima di sé.

Anche per la rinascita che oggi si prospetta, Cristo non ha bisogno di finti fenomeni, anzi è Lui che libera da costrizioni esterne; sprigiona la forza interiore [e sana pure il cervello]. 

Nell’intimità del Mistero della vita divina entra chi sa ricevere tutto e molla la presa - ma rimane se stesso.

Dio non è lontanissimo, bensì vicinissimo; non è grande, ma piccolo: l’itinerario efficace per diventare intimi col Padre non è farsi subalterni con sforzo, ma sapersi famigliari disciolti.

Solo qui possiamo coglierlo nel centro del suo svelamento: potenza sapiente, soccorrevole, unita; per noi, come siamo.

 

Gli esperti della religione ufficiale - stracolmi di amor proprio e senso d’elezione - predicavano un Dio da convincere con atteggiamenti sicuri e fare artificioso, tagliente, imperioso.

Non lasciavano essere né diventare. L’intransigenza era segno che non conoscevano il Padre.

L’Eterno trasformato in Controllore era divenuto fonte di discriminazione e ossessione per la vita intima delle persone minute, vessate dall’insicurezza del distinguere-evitare-osservare, e dai dubbi di coscienza.

Scomodati dal vivere in prima persona (e come ceto) la conversione che predicavano agli altri, i professori non s’accorgevano di doversi svuotare di assurde presunzioni e diventare - loro - alunni della gente normale.

 

Insomma, come figli siamo incessantemente invitati a edificare Famiglia poliedrica, dove non si sta sempre in allerta.

Non siamo i sottoposti d’un Signore accigliato e tutto distante - però manipolatore.

Piuttosto, i chiamati a una scelta paradossale, personale e di ceto: e senza forzature, riconoscersi - mettersi a fianco degli umiliati e vessati.

Ciò mentre la falsa pietà di provincia continua a far trascinare fardelli - proprio quelli dei contrastati e stancati, dall’esistenza resa più esitante anziché libera; ossessionata e greve, anziché leggera.

Perché? Senza giri di parole, l’Enciclica Fratelli Tutti risponderebbe:

«Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori» (n.15).

Come dire: quando le autorità e i primi della classe sono poco credibili, unicamente la seminagione della paura produce significativi condizionamenti nel popolo, e lo mette a guinzaglio.

 

Nella Chiesa diffusa, solo da pochi decenni abbiamo superato il cliché delle predicazioni moralistiche e terroristiche [ad es. anche in tempo di Avvento] disgiunte da un meridiano senso di umanizzazione.

Gli esclusi, abbattuti e sfiancati da adempimenti senza senso hanno tuttavia continuato a incontrare il Salvatore francamente, trovando riposo dell’anima, convinzione, pace, equilibrio, speranza.

D’istinto, sono riusciti a ritagliarsi ciò che nessuna religione piramidale aveva mai saputo porgere e dispiegare.

In tal guisa, i nuovi, le nullità, i senza voce inadeguati e invisibili, mai sanno calcolare in termini di dottrina e leggi, norma e codice - «giogo» antico (vv.29-30) insopportabile, che schiaccia persone e vocazioni concrete; autonomie o comunionalità particolari.

Insomma, nessun “patriarca” è abilitato da Dio a impacchettare la nostra anima, forzare le direzioni, e tenerci d’occhio in modo maniacale, perfezionista e meticoloso.

Esasperando i fallimenti, a tutto campo.

 

Ciascuno ha un modo di stare al mondo connaturato, tutto suo - perfino se abitudinario. È opportunità d’impulso e ricchezza per tutti.

Noi stessi non vogliamo esacerbare gli eventi regolando ogni dettaglio anche “spirituale” a partire da schemi irritanti di vigilanza che non ci appartengono.

Preferiamo lasciar fluire i modi personali di affrontare la realtà; così rintracciandone le energie essenziali e spontanee.

Ragioniamo secondo codici di vita e umanizzazione: indole, storia irripetibile, influssi culturali, amicizie di carattere largo. Non viviamo per prevenire.

Solo così possiamo arricchire l’esperienza fondamentale: l’Amore - che non viene da giudizi, tagli e separazioni, ma dalla relazione Padre-Figlio. Unica che non stizzisce.

Radice della trasformazione dell’essere nell’Imprevedibile di Dio è appunto il nascondimento, la ‘tapineria’ [(tapeínōsis, ‘abbassamento’), da ταπεινός (tapeinós, “basso”) [v.29 testo greco; Lc 1,48].

 

Solo chi ama la forza inizia dal troppo distante da sé.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In comunità ti cogli più o meno libero e sereno?

La tua Chiamata ottiene respiro o senti l’aggravio altrui di dubbi, giudizi, divieti e prescrizioni?

Subisci da qualche guida o da te stesso una sorta di complesso del controllore?

Il mondo reputa fortunato chi vive a lungo, ma Dio, più che all’età, guarda alla rettitudine del cuore. Il mondo dà credito ai “sapienti” e ai “dotti”, mentre Dio predilige i “piccoli”. L’insegnamento generale che ne deriva è che vi sono due dimensioni del reale: una più profonda, vera ed eterna, l’altra segnata dalla finitezza, dalla provvisorietà e dall’apparenza. Ora, è importante sottolineare che queste due dimensioni non sono poste in semplice successione temporale, come se la vita vera cominciasse solo dopo la morte. In realtà, la vita vera, la vita eterna inizia già in questo mondo, pur entro la precarietà delle vicende della storia; la vita eterna inizia nella misura in cui noi ci apriamo al mistero di Dio e lo accogliamo in mezzo a noi. E’ Dio il Signore della vita e in Lui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28), come ebbe a dire san Paolo all’Areopago di Atene.

Dio è la vera sapienza che non invecchia, è la ricchezza autentica che non marcisce, è la felicità a cui aspira in profondità il cuore di ogni uomo. Questa verità, che attraversa i Libri sapienziali e riemerge nel Nuovo Testamento, trova compimento nell’esistenza e nell’insegnamento di Gesù.

[Papa Benedetto, omelia 3 novembre 2008]

1. Una innumerevole schiera di “vergini sagge” come quelle lodate dalla parabola evangelica che abbiamo ascoltato, hanno saputo, nei secoli cristiani, attendere lo Sposo con le loro lampade, ben fornite d’olio, per partecipare con lui alla festa della grazia in terra, e della gloria in cielo. Tra di esse, oggi splende dinanzi al nostro sguardo la grande e cara santa Caterina da Siena, splendido fiore d’Italia, gemma fulgidissima dell’ordine domenicano, stella di impareggiabile bellezza nel firmamento della Chiesa, che qui onoriamo nel VI centenario della sua morte, avvenuta un mattino di domenica, circa l’ora terza, il 29 aprile 1380, mentre si celebrava la festa di san Pietro martire, da lei tanto amato.

Felice di potervi dare un primo segno della mia viva partecipazione alla celebrazione del centenario, saluto cordialmente voi tutti, cari fratelli e sorelle, che per commemorare degnamente la gloriosa data vi siete raccolti in questa Basilica vaticana, dove sembra aleggiare lo spirito ardente della grande senese. Saluto in modo particolare il maestro generale dei frati predicatori, padre Vincenzo de Couesnongle, e l’Arcivescovo di Siena, monsignor Mario Ismaele Castellano, principali promotori di questa celebrazione; saluto i membri del terz’ordine domenicano e dell’associazione ecumenica dei caterinati, i partecipanti al congresso internazionale di studi cateriniani, e voi tutti, cari pellegrini, che avete percorso tante strade d’Italia e d’Europa per unirvi in questo centro della cattolicità, in un giorno di festa così bello e significativo.

2. Noi guardiamo oggi a santa Caterina anzitutto per ammirare in lei ciò che immediatamente colpiva quanti l’avvicinavano: la straordinaria ricchezza di umanità, per nulla offuscata, ma anzi accresciuta e perfezionata dalla grazia, che ne faceva quasi un’immagine vivente di quel verace e sano “umanesimo” cristiano, la cui legge fondamentale è formulata dal confratello e maestro di Caterina, san Tommaso d’Aquino, col noto aforisma: “La grazia non sopprime, ma suppone e perfeziona la natura” (S. Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2). L’uomo di dimensioni complete è quello che si attua nella grazia di Cristo.

Quando nel mio ministero insisto nel richiamare l’attenzione di tutti sulla dignità e i valori dell’uomo, che oggi bisogna difendere, rispettare e servire, è soprattutto di questa natura uscita dalle mani del Creatore e rinnovata nel sangue di Cristo redentore che io parlo: una natura in sé buona, e quindi risanabile nelle sue infermità e perfettibile nelle sue doti, chiamata a ricevere quel “di più” che la rende partecipe della natura divina e della “vita eterna”. Quando questo elemento soprannaturale s’innesta nell’uomo e vi può agire con tutta la sua forza, si ha il prodigio della “nuova creatura”, che nella sua trascendente elevatezza non annulla, ma rende più ricco, più denso, più saldo tutto ciò che è schiettamente umano.

Così la nostra santa, nella sua natura di donna dotata largamente di fantasia, di intuito, di sensibilità, di vigore volitivo e operativo, di capacità e di forza comunicativa, di disponibilità alla donazione di sé ed al servizio, viene trasfigurata, ma non impoverita, nella luce di Cristo che la chiama ad essere sua sposa e ad identificarsi misticamente con lui nella profondità del “conoscimento interiore”, come anche ad impegnarsi nell’azione caritativa, sociale e persino politica, in mezzo a grandi e piccoli, a ricchi e poveri, a dotti e ignoranti. E lei, quasi analfabeta, diventa capace di farsi ascoltare, e leggere, e prendere in considerazione da governatori di città e di regni, da príncipi e prelati della Chiesa, da monaci e teologi, da molti dei quali è venerata addirittura come “maestra” e “mamma”.

È una donna prodigiosa, che in quella seconda metà del Trecento mostra in sé di che cosa sia resa capace una creatura umana, e - insisto - una donna, figlia di umili tintori, quando sa ascoltare la voce dell’unico pastore e maestro, e nutrirsi alla mensa dello Sposo divino, al quale, da “vergine saggia”, ha generosamente consacrato la sua vita.

Si tratta di un capolavoro della grazia rinnovatrice ed elevatrice della creatura fino alla perfezione della santità, che è anche realizzazione piena dei fondamentali valori dell’umanità.

3. Il segreto di Caterina nel rispondere così docilmente, fedelmente e fruttuosamente alla chiamata del suo Sposo divino, si può cogliere dalle stesse spiegazioni e applicazioni della parabola delle “vergini sagge”, che essa fa più volte nelle lettere ai suoi discepoli. In particolare in quella inviata a una giovane nipote che vuol essere “sposa di Cristo”, essa fissa una piccola sintesi di vita spirituale, che vale specialmente per chi si consacra a Dio nello stato religioso, ma è di orientamento e di guida per tutti.

“Se vuoi essere vera sposa di Cristo - scrive la santa - ti conviene avere la lampada, l’olio e il lume”.

“Sai che s’intende con questo, figliola mia?”.

Ed ecco il simbolismo della lampada: “Con la lampada si intende il cuore, che deve assomigliare ad una lampada. Tu vedi bene che la lampada è larga di sopra, e di sotto è stretta: e così è fatto il nostro cuore, per significare che dobbiamo averlo sempre largo di sopra, mediante i santi pensieri, le sante immaginazioni e la continua orazione; con la memoria sempre rivolta a ricordare i benefici di Dio e massimamente il beneficio del sangue dal quale siamo stati ricomperati...”.

“Ti ho anche detto che la lampada è stretta di sotto: così è pure il nostro cuore, per significare che deve essere stretto verso queste cose terrene, non desiderandole né amandole disordinatamente, né appetendole in maggiore quantità di quanto Dio ce ne voglia dare, ma dobbiamo ringraziarlo sempre, ammirando come dolcemente egli ci provvede, sicché non ci manca mai nulla...” (Lettera 23).

Nella lampada ci vuole l’olio. “Non basterebbe la lampada se non ci fosse l’olio dentro. E per l’olio s’intende quella dolce virtù piccola della profonda umiltà... Quelle cinque vergini stolte, gloriandosi solamente e vanamente della integrità e verginità del corpo perdettero la verginità dell’anima, perché non portarono con sé l’olio dell’umiltà...” (Ivi).

“Occorre infine che la lampada sia accesa e vi arda la fiamma: altrimenti non basterebbe a farci vedere. Questa fiamma è il lume della santissima fede. Dico la fede viva, perché dicono i santi che la fede senza le opere è morta...” (Ivi; cf. Lettere 79, 360).

Nella sua vita, Caterina ha effettivamente alimentato di grande umiltà la lampada del suo cuore, e ha mantenuto acceso il lume della fede, il fuoco della carità, lo zelo delle buone opere compiute per amore di Dio, anche nelle ore di tribolazione e di passione, quando la sua anima raggiunse la massima conformazione a Cristo crocifisso, finché un giorno il Signore celebrò con lei le mistiche nozze nella piccola cella dove abitava, resa tutta splendente da quella divina presenza(cf. Vita, nn. 114-115).

Se gli uomini d’oggi, e specialmente i cristiani, riuscissero a riscoprire le meraviglie che si possono conoscere e godere nella “cella interiore”, e anzi nel cuore di Cristo! Allora, sì, l’uomo ritroverebbe se stesso, le ragioni della sua dignità, il fondamento di ogni suo valore, l’altezza della sua vocazione eterna!

4. Ma la spiritualità cristiana non si esaurisce in un cerchio intimistico, né spinge ad un isolamento individualistico ed egocentrico. L’elevazione della persona avviene nella sinfonia della comunità. E Caterina, che pur custodisce per sé la cella della sua casa e del suo cuore, vive fin dagli anni giovanili in comunione con tanti altri figli di Dio, nei quali sente vibrare il mistero della Chiesa: con i frati di san Domenico, ai quali si unisce in spirito anche quando la campana li chiama in coro, di notte, per il mattutino; con le mantellate di Siena, tra le quali è ammessa per l’esercizio delle opere di carità e la pratica comune della preghiera; con i suoi discepoli, che vanno crescendo per costituire intorno a lei un cenacolo di ferventi cristiani, che accolgono le sue esortazioni alla vita spirituale e gli incitamenti al rinnovamento e alla riforma che essa rivolge a tutti nel nome di Cristo; e si può dire con tutto il “corpo mistico della Chiesa” (cf. Dialogo, can. 166), col quale e per il quale Caterina prega, lavora, soffre, si offre, e infine muore.

La sua grande sensibilità per i problemi della Chiesa del suo tempo si trasforma così in una comunione col “Christus patiens” e con la “Ecclesia patiens”. Questa comunione è all’origine della stessa attività esteriore, che a un certo momento la santa è spinta a svolgere prima con l’azione caritativa e con l’apostolato laicale nella sua città, e ben presto su di un piano più vasto, con l’impegno a raggio sociale, politico, ecclesiale.

In ogni caso Caterina attinge a quella fonte interiore il coraggio dell’azione e quella inesauribile speranza che la sostiene anche nelle ore più difficili, anche quando tutto sembra perduto, e le permette di influire sugli altri, anche ai più alti livelli ecclesiastici, con la forza della sua fede e il fascino della sua persona completamente offerta alla causa della Chiesa.

In una riunione di Cardinali alla presenza di Urbano VI, stando al racconto del beato Raimondo, Caterina “dimostrò che la divina Provvidenza è sempre presente, massime quando la Chiesa soffre”; e lo fece con tale ardore, che il pontefice, alla fine, esclamò: “Di che deve temere il vicario di Gesù Cristo, se anche tutto il mondo gli si mettesse contro? Cristo è più potente del mondo, e non è possibile che abbandoni la sua Chiesa!” (Vita, n. 334).

5. Era quello un momento eccezionalmente grave per la Chiesa e per la sede apostolica. Il demone della divisione era penetrato nel popolo cristiano. Fervevano dappertutto discussioni e risse. A Roma stessa c’era chi tramava contro il Papa, non senza minacciarlo di morte. Il popolo tumultuava.

Caterina, che non cessava di rincuorare pastori e fedeli, sentiva però che era giunta l’ora di una suprema offerta di sé, come vittima di espiazione e di riconciliazione insieme con Cristo. E perciò pregava il Signore: “Per l’onore del tuo nome e per la santa tua Chiesa, io berrò volentieri il calice di passione e di morte, come sempre ho desiderato di bere; tu ne sei testimone, da quando, per grazia tua, ho cominciato ad amarti con tutta la mente e con tutto il cuore” (Ivi, n. 346).

Da quel momento cominciò a deperire rapidamente. Ogni mattina di quella quaresima 1380, “si recava alla chiesa di san Pietro, principe degli apostoli, dove, ascoltata la messa, rimaneva lungamente a pregare; non ritornava a casa che all’ora di vespro”, sfinita. Il giorno dopo. di buon mattino, “partendo dalla strada detta via del Papa (oggi di santa Chiara), dove stava di casa, fra la Minerva e Campo dei Fiori, se ne andava lesta lesta a san Pietro, facendo un cammino da stancare anche un sano” (Ivi, n. 348; cf. Lettera 373).

Ma alla fine d’aprile non riuscì più ad alzarsi. Raccolse allora intorno al letto la sua famiglia spirituale. Nel lungo addio, dichiarò a quei suoi discepoli: “Rimetto la vita, la morte e tutto nelle mani del mio Sposo eterno... Se gli piacerà che io muoia, tenete per fermo, figlioli carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa, e questo lo credo per grazia eccezionale che mi ha concesso il Signore” (Ivi, n. 363).

Poco dopo morì. Non aveva che 33 anni: una bellissima giovinezza offerta al Signore dalla “vergine saggia” che era giunta al termine della sua attesa e del suo servizio.

Noi siamo qui raccolti, a seicento anni da quel mattino (Ivi, n. 348), per commemorare quella morte e soprattutto per celebrare quella suprema offerta della vita per la Chiesa.

Miei cari fratelli e sorelle, è consolante che voi siate accorsi così numerosi a glorificare e ad invocare la santa in questa fausta ricorrenza.

È giusto che l’umile vicario di Cristo, al pari di tanti suoi predecessori, vi ispiri, vi preceda e vi guidi nel tributare un omaggio di lode e di ringraziamento a colei che tanto amò la Chiesa, e tanto operò e soffrì per la sua unità e per il suo rinnovamento. Ed io l’ho fatto con tutto il cuore.

Ora lasciate che vi consegni un ricordo finale, che vuol essere un messaggio, una esortazione, un invito alla speranza, uno stimolo all’azione: lo traggo dalle parole che Caterina rivolgeva al suo discepolo Stefano Maconi e a tutti i suoi compagni di azione e di passione per la Chiesa: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia...” (Lettera 368); anzi, io aggiungo: in tutta la Chiesa, in tutto il mondo. Di questo “fuoco” ha bisogno l’umanità anche oggi, ed anzi forse più oggi che ieri. La parola e l’esempio di Caterina suscitino in tante anime generose il desiderio di essere fiamme che ardono e che, come lei, si consumano per donare ai fratelli la luce della fede ed il calore della carità “che non viene meno” (1Cor 13,8).

[Papa Giovanni Paolo II, omelia VI centenario s. Caterina da Siena, 29 aprile 1980]

Oggi celebriamo la festa di Santa Caterina da Siena, compatrona d’Italia. Questa grande figura di donna attinse dalla comunione con Gesù il coraggio dell’azione e quella inesauribile speranza che la sostenne nelle ore più difficili, anche quando tutto sembrava perduto, e le permise di influire sugli altri, anche ai più alti livelli civili ed ecclesiastici, con la forza della sua fede. Il suo esempio aiuti ciascuno a saper unire, con coerenza cristiana, un intenso amore alla Chiesa ad una efficace sollecitudine in favore della comunità civile, specialmente in questo tempo di prova. Chiedo a Santa Caterina che protegga l’Italia durante questa pandemia; e che protegga l’Europa, perché è patrona d’Europa, che protegga tutta l’Europa perché rimanga unita.

[Papa Francesco, saluti dopo l’Udienza Generale 29 aprile 2020]

Terza Domenica di Pasqua (anno A)  [19 aprile 2026] 

 

*Prima Lettura dal libro degli Atti degli Apostoli (2,4.22b-33)

Lo stesso Pietro che per paura aveva rinnegato Gesù durante il processo e che dopo la sua morte se ne stava rintanato con gli altri discepoli in una stanza chiusa, lo ritroviamo oggi, appena cinquanta giorni dopo, in piedi a improvvisare un grande discorso davanti a migliaia di persone, e se Luca annota che è in piedi è perché l’atteggiamento è simbolico: in un certo senso Pietro si sta risvegliando, rivivendo, rialzando. Prima di andare oltre bisogna notare che finora Pietro non era stato un modello di audacia eppure è proprio a lui che Gesù affida ormai la missione più audace: continuare l’opera di evangelizzazione, una missione che è costata la vita al Figlio di Dio stesso, e colui che non molto tempo prima aveva rinnegato il Maestro presto gioirà di essere perseguitato.  Questa forza tutta nuova, questa audacia, Pietro non la attinge da sé stesso, ma è dono di Dio. Torniamo a quella mattina di Pentecoste dell’anno della morte di Gesù quando Gerusalemme brulica di gente: sono pellegrini venuti da ogni parte per la festa perché, proprio come Pietro e gli altri apostoli di Gesù, condividono la speranza d’Israele e su questa speranza Pietro si appoggia per annunciare che il Messia atteso è venuto e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo. Pietro insiste nel suo discorso sulla continuità dell’opera di Dio che per lui è un’evidenza molto importante e invoca la testimonianza del salmo 15/16. I suoi ascoltatori sono i meno preparati ad accettare le sue parole proprio perché, aspettando il Messia da sempre, hanno avuto il tempo di farsi delle idee su di lui, idee d’uomini, e Dio non può che sorprendere le nostre idee d’uomini. Uno degli aspetti più inaccettabili del mistero di Gesù per i suoi contemporanei è la sua morte sulla croce: il Venerdì Santo Gesù, abbandonato da tutti, Gesù sembrava davvero maledetto da Dio stesso e quindi come poteva essere il Messia?  La sera di Pasqua gli apostoli hanno compreso che era proprio il Messia perché sono stati testimoni della sua Risurrezione.  Pietro termina facendo appello ai suoi ascoltatori dicendo loro che se non sono stati testimoni diretti della risurrezione, l’unica esperienza possibile è quella di vedere e udire i dodici apostoli trasformati dallo Spirito Santo

 

*Salmo Responsoriale (15/16)

Nei versetti del salmo 15/16, che ci sono proposti oggi alcune frasi sembrano tradurre una felicità perfetta e tutto pare così semplic. Ill salmista afferma: Signore tu sei il mio Dio, ho fatto di te il mio rifugio, non ho altro bene all’infuori di te. In altri versetti però si avverte l’eco di un pericolo e Israele supplica chiedendo di non essere abbandonato alla morte né lasciare che veda la corruzione. Qui c’è tutta la gioia d’Israele quando il cuore esulta, l’anima è in festa perché il Signore è “mia parte e mio calice e non ho altro bene all’infuori di te”. Qui  Israele è paragonato a un levita, a un sacerdote che dimora senza sosta nel tempio di Dio e vive nell’intimità con Lui. L’espressione “Signore mia parte e mio calice, da te dipende la mia sorte” è un’allusione a quando la spartizione della terra d’Israele fra le tribù dei discendenti di Giacobbe venne fatta per sorteggio. Allora i membri della tribù di Levi non avevano ricevuto una parte di terra: la loro parte era la Casa di Dio, cioè il servizio del Tempio, il servizio di Dio, e la loro vita intera era consacrata al culto. Nnon avevano quindi territorio e la loro sussistenza era assicurata dalle decime e da una parte dei raccolti e delle carni offerte in sacrificio. Si capisce  così  anche l’altro versetto di questo salmo che oggi non ascoltiamo dove il salmista dice che “la parte che mi spetta mi fa gioire, ho davvero la più bella eredità”. I leviti custodivano il Tempio giorno e notte e a questo allude quando il salmo annota “anche di notte il mio cuore mi istruisce”. In questo salmo si sente pure l’eco di un pericolo e la supplica “tu non puoi abbandonarmi alla morte né lasciare che il tuo santo veda la corruzione” fa capire il travaglio spesso sofferto del popolo eletto.  L’invocazione di aiuto dell’inizio, custodiscimi o Dio, in te mi sono rifugiato, e le affermazioni ripetute di fiducia lasciano supporre un periodo in cui, appunto, la fiducia era difficile, e questo grido di aiuto è insieme una professione di fede perché traduce la lotta contro l’idolatria per restare fedeli al Dio unico. In un altro versetto del salmo leggiamo che dtutti gli idoli del paese non cessano di estendere i loro danni e ci si precipita al loro seguito.Questo  prova che Israele a volte ha ceduto all’idolatria ma prende l’impegno di non ricadervi e l’affermazione ho fatto di te, mio Dio, il mio unico rifugio traduce questa risoluzione. Si comprende allora quanto l’immagine del levita sia eloquente perché è un modo per dire che scegliendo di restare fedele al vero Dio il popolo d’Israele ha fatto la scelta vera che lo fa entrare nell’intimità di Dio, e la fiducia d’Israele gli ispira frasi sorprendenti come eternità di delizie oppure tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Ci si può chiedere se, quando il salmo fu scritto, c’era ia già, sia pure confusamente, un primo avvio della fede nella Risurrezione, anche se si sa che la fede nella risurrezione individuale è apparsa molto tardi in Israele. Qui pare piuttosto che si parli del popolo la cui sopravvivenza è in pericolo per colpa del cedimento a l’idolatria. Ma è convinto che Dio non lo abbandonerà ed è per questo che afferma tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione. Verso il secondo secolo avanti Cristo, quando si è cominciato a credere alla risurrezione di ciascuno di noi, la frase “ tu non puoi abbandonarmi alla morte, né lasciare che il tuo amico veda la corruzione” è stata intesa in questo senso, e più tardi i cristiani hanno riletto questo salmo a modo loro, come abbiamo sentito nella prima lettura. Pietro, il mattino di Pentecoste, ha citato questo salmo ai pellegrini ebrei venuti numerosi a Gerusalemme per la festa e per mostrare loro che Gesù era davvero il Messia. Egli ha ricordato che quando Davide componeva questo salmo, senza saperlo annunciava già la Risurrezione del Messia. Abbiamo qui un esempio della prima predicazione cristiana rivolta a degli ebrei, cioè come i primi apostoli rileggevano la tradizione ebraica scoprendovi una dimensione nuova, l’annuncio di Gesù Cristo. Lungo i secoli questo salmo ha portato la preghiera d’Israele nell’attesa del Messia arricchendosi di sensi nuovi, ma sarà la prima generazione cristiana a scoprire e mostrare che le Scritture trovano il loro senso pieno in Gesù Cristo.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera dell’apostolo Pietro (1,17-21)

Abbiamo letto nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli il discorso di Pietro il mattino di Pentecoste, modello della prima predicazione cristiana rivolta a ebrei. Qui invece nella lettera di Pietro vediamo una predicazione rivolta a pagani, non ebrei diventati cristiani, ed è ovvio che il discorso non è lo stesso perché è l’abc della comunicazione adattare il linguaggio all’uditorio, e anche se non sappiamo esattamente a chi sia indirizzata la lettera, visto che nelle prime righe Pietro dice solo di scrivere agli eletti che vivono come stranieri nelle cinque province dell’attuale Turchia, Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia, ciò che fa pensare che non fossero di origine ebraica è la frase “siete stati riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri”. Pietro ebreo lui stesso, non direbbe una frase simile a degli ebrei sapendo troppo bene quale speranza attraversa le Scritture e quanto tutta la vita del suo popolo è tesa verso Dio. Ciò che salta agli occhi in questo semplice brano è il numero impressionante di allusioni alla Bibbia, con espressioni come il sangue dell’Agnello senza difetto e senza macchia, il Padre che giudica imparzialmente, il timore di Dio, e se Pietro le usa senza spiegarle è perché il suo uditorio le conosce. Ma questo è possibile se sono non ebrei. L’ ipotesi più probabile è che intorno alle sinagoghe gravitassero molti simpatizzanti e tra loro un numero importante di quelli chiamati timorati di Dio, che erano così vicini al giudaismo da osservare il sabato;  ascoltavano tutte le letture della sinagoga il sabato mattina,e  di conseguenza conoscevano  bene le Scritture ebraiche ma non erano mai arrivati a chiedere la circoncisione. Si pensa che i primi cristiani siano stati reclutati in maggioranza proprio tra loro, ed è utile tornare su due espressioni della lettera di Pietro che possono urtarci se non le colloquiamo nel loro contesto biblico.  Anzitutto l’espressione “timore di Dio” ha un senso particolare proprio perché Dio si è rivelato al suo popolo come Padre. Il timore di Dio quindi non è paura ma è un atteggiamento filiale fatto di tenerezza, rispetto, venerazione e fiducia totale, e Pietro dice che siccome voi invocate Dio come vostro Padre vivete nel timore di Dio comportandovi da figl. Se invocate come Padre colui che giudica ciascuno imparzialmente secondo le sue opere vivete dunque nel timore di Dio. Dall’insistenza di Pietro su colui che giudica imparzialmente ciascuno secondo le sue opere si indovina che alcuni di questi nuovi cristiani, venuti dal paganesimo, erano complessati rispetto ai cristiani di origine ebraica e Pietro vuole quindi rassicurarli dicendo in sostanza: siete figli proprio come gli altri, comportatevi da figli, semplicemente. La  seconda frase che rischia di urtarei è: “siete stati riscattati col sangue prezioso di Cristo”. Il rischio è di vedervi un orribile mercanteggiamento senza ben poter dire tra chi e chi. Ma leggendo la frase di Pietro per intero “non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste riscattati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetto e senza macchia” si scoprono due cose: primo, non si tratta di mercanteggiamento, la nostra liberazione è gratuita e Pietro si premura di dire non l’oro e l’argento, modo per dire è gratis. In second oluogo, Pietro non mette l’accento dove lo mettiamo noi, perché il sangue di un agnello senza difetto e senza macchia è quello che si versava ogni anno per la Pasqua e che siglava la liberazione d’Israele da tutte le schiavitù.  Questo sangue versato annunciava l’opera permanente di Dio per liberare il suo popolo ed  è per un lettore esperto dell’Antico Testamento, un richiamo alla festa della libertà,  una libertà in cammino verso la Terra Promessa. Ma ora,  annota Pietro,  la liberazione definitiva è compiuta in Gesù Cristo. Siamo ormai entrati   in una vita nuova migliore della Terra Promessa, e questa liberazione consiste precisamente nell’ invocare Dio come Padre. Si comprende allora meglio  la frase: siete stati riscattati cioè liberati dalla condotta superficiale ereditata dai vostri padri, superficiale qui vuol dire che non porta a nulla, per opposizione alla vita eterna. Poiché il Figlio ha vissuto come uomo nella fiducia fino alla fine, è tutta l’umanità che ha ritrovato la strada dell’atteggiamento filiale. In definitiva si tratta di ave ritrovato la strada dell’albero della vita, per riprendere l’immagine della Genesi. Paolo direbbe: siete passati dall’atteggiamento di paura e di diffidenza dello schiavo all’atteggiamento di timore filiale proprio dei figli.

 

*Dal Vangelo secondo Luca (24, 13-35)

Da notare il parallelo tra queste due formule: i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo e poi invece si aprirono loro gli occhi, il che vuol dire che i due discepoli di Emmaus sono passati dal più profondo scoraggiamento all’entusiasmo semplicemente perché i loro occhi si sono aperti. Perché si sono aperti? Perché Gesù ha spiegato loro le Scritture, e partendo da Mosè e da tutti i Profeti interpretò in tutta la Scrittura ciò che lo riguardava. Questo significa che Gesù Cristo è al centro del progetto di Dio rivelatosi nella Scrittura. l’Antico Testamento non va però ridotto a semplice sfondo del Nuovo, perché leggere i profeti come se annunciassero solo la venuta storica di Gesù Cristo è tradire l’Antico Testamento e togliergli tutto il suo spessore storico, dato che l’Antico Testamento è la testimonianza della lunga pazienza di Dio per rivelarsi al suo popolo e farlo vivere nella sua Alleanza. Le parole dei profeti, per esempio, valgono anzitutto per l’epoca in cui furono pronunciate, e non bisogna dimenticare neppure che leggere Gesù Cristo come centro della storia umana e quindi anche della Scrittura è una lettura cristiana. Gli ebrei ne hanno un’altra, e siamo d’accordo tra ebrei e cristiani nell’invocare il Dio Padre di tutti gli uomini e nel leggere nell’Antico Testamento la lunga attesa del Messia, ma non dimentichiamo che riconoscere Gesù come Messia non è un’evidenza, lo diventa per coloro i cui occhi in qualche modo si aprono e di conseguenza il cuore diventa tutto ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Sarebbe bello conoscere tutti i testi biblici che Gesù ha percorso con i due discepoli di Emmaus. Sappiamo però che alla fine di questo percorso biblico Gesù conclude chiedendo: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria”? Questa frase rappresenta una vera difficoltà per noi perché si presta a due letture possibili. Prima lettura possibile “bisognava che il Cristo soffrisse per meritare di entrare nella sua gloria”, come se ci fosse lì un’esigenza da parte del Padre, ma questa lettura tradisce le Scritture perché presenta la relazione di Gesù con il  Padre in termini di merito, il che non è affatto conforme alla rivelazione dell’Antico Testamento che Gesù ha sviluppato. Dio non è che Amore, Dono e Perdono,e  con Lui non è questione di bilancia, di merito, di aritmetica, di calcolo. E’ inoltre vero che il Nuovo Testamento parla spesso del compimento delle Scriture ma non in questo senso. C’è però una seconda maniera di leggere questa frase: “bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria”: la gloria di Dio è la sua presenza che si manifesta a no. Ora sappiamo che Dio è Amore. Si potrebbe trasformare la frase così: “bisognava che il Cristo patisse” perché l’amore di Dio fosse manifestato e rivelato. Gesù stesso ha dato in anticipo la spiegazione della sua morte quando ha detto ai discepoli “non c’è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano”. Bisognava pertanto  che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché si potesse scoprire che l’amore di Dio è l’amore più grande, perché scoprissimo fino a dove va l’amore di Dio, talmente al di sopra del nostro modo di amare e talmente impensabile nel vero senso del termine. Occorreva  che ci fosse rivelato, e perché ci fosse rivelato bisognava che andasse fin là. “Bisognava” non vuol dire quindi un’esigenza di Dio, ma una necessità per noi, e dire che gli avvenimenti della vita di Gesù compiono le Scritture è dire che la sua vita intera è rivelazione in atti di questo amore del Padre, qualunque siano le circostanze, compresa la persecuzione, l’odio, la condanna, la morte. La Risurrezione di Gesù viene ad autenticare questa rivelazione: Quest’amore è più forte della morte.

 

+Giovanni D’Ercole 

Considerazioni sul cibo

Diversi spunti mi hanno suggerito questa  riflessione.

Uno è stato un film che Rai 1 il 2 aprile 26 (giovedì santo) ha trasmesso sul tema dei disordini alimentari. Il film era intitolato “Qualcosa di lilla.”

E’ la storia di un’adolescente che si imbatte nel problema dei disturbi alimentari, anche se nel film si parla maggiormente di bulimia. I disturbi dell’alimentazione sono principalmente l’anoressia e la bulimia.

Altro spunto è stato l’aver rivisto in centro una persona che in passato ha avuto questi problemi ed io l’ho seguita per la parte psicologica.

Infine circa un mese fa  una signora che conoscevo da anni e afflitta da tempo da queste tematiche, è deceduta. Non ha voluto ascoltare nessuno, si è “consumata fino all’osso”.

E allora come per tutti i miei articoletti, ho “riesumato“ la mia formazione teorica acquisita negli anni insieme ad un osservazione dei casi, sul lavoro.

Il problema del cibo è importante per tutti gli esseri viventi. Se non ci alimentiamo, non viviamo.

Ma anche qui, come in tutte le situazioni della vita, la giusta misura non è sempre semplice.

Il concetto ideale consiste nel  nutrirsi senza eccessi che possano dare disturbi del metabolismo e in modo tale che il nostro corpo funzioni bene.

A volte  capita che per motivazioni diverse l‘essere umano alteri il suo rapporto col cibo.  Pensiamo ai periodi in cui l’uomo ha sofferto di mancanza di cibo per guerre, epidemie, o altro. 

Casi di digiuno autoimposto vengono descritti anche dalla Bibbia, ma è  intorno al 1600 circa che inizia  ad osservarsi casi di notevole dimagrimento dovuto all’alimentazione.

Inversamente al tempo degli antichi romani, dove facevano delle grandi abbuffate con vomiti auto indotti - se ricordo bene si solleticavano il palato con una piuma per procurarsi il vomito e poi iniziare di nuovo a mangiare.

La  storia dei disturbi alimentari non è un fenomeno attuale, bensì affonda le origini in tempi lontani.

Nel Medioevo il digiuno era spesso accostato a possessioni demoniache, o contrariamente a comportamenti mistici.

Le “mistiche” attuavano digiuni  per purificare il corpo, avvicinarsi il più possibile a Dio, e a volte per sottrarsi alla vita terrena. A differenza del disturbo che si mette in atto oggi, la motivazione non era la bellezza, ma l’aspirazione alla santità.

Nel tempo attuale  i rapporti distorti col cibo vengono riconosciuti come disturbi complessi, influenzati da fattori culturali e psicologici.                                  

Sono disturbi gravi, spesso connessi fra loro e che richiedono una presa in cura di diversi specialisti.  Sinteticamente nell’anoressia c’è una paura grande di ingrassare, per una percezione errata del proprio corpo.

La bulimia  consiste nel mangiare eccessivamente per poi vomitare o purgarsi - per non aumentare di peso.                                                                                                                                                                                                                                                                                       

Tali problematiche sono maggiormente presenti nelle culture industrializzate, dove esiste un benessere più alto e l’idea di essere affascinanti, viene associata alla magrezza.

Attraverso i mezzi di comunicazione l’idea di perfezione fisica è arrivata anche in culture  meno sviluppate, portando l’aspirazione alla prestanza fisica; cosa non male, se non danneggiasse il corpo.

Non trascuriamo poi gli effetti dei modelli culturali; come ad es. modelle e modelli magrissimi che scatenano il desiderio di essere come loro - talora ad ogni costo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             E qui ricordo che anni fa, si era pensato di far “ingrassare” immagini come la bambola Barbie, per correggere l’immagine che inconsapevolmente trasmetteva. 

Nella maggioranza dei casi fino a qualche tempo fa erano più le  giovani e le donne a essere afflitte da tali problemi alimentari. Ultimamente però la problematica riguarda anche il genere maschile.

Nella mia attività professionale mi sono imbattuto in tali tematiche. Ho effettuato diverse valutazioni psicodiagnostiche, dove i problemi principali erano i disturbi del comportamento alimentare, anche in soggetti molto giovani. 

Si trattava maggiormente di soggetti di sesso femminile, ma ho incontrato anche qualche maschio adolescente.

In trattamento psicoterapeutico, insieme ad altre professionalità’, mi sono occupato di qualche caso di anoressia in giovani ragazze, mentre i pochi casi di bulimia li ho trovati in donne più grandi.

Questo in linea con i principi teorici che situa l’anoressia nella prima adolescenza, e la bulimia nella tarda adolescenza o nella prima età adulta.

Ricordo che le ragazze magre erano sempre inquiete, preoccupate, tormentate, mentre le donne più “in carne” erano allegre, a volte simpatiche. Una di loro riusciva anche ad ironizzare sul suo abbondante peso. 

Lo sviluppo di queste problematiche può essere variabile; alcune sono gravi e possono compromettere la salute generale - ed esiste il rischio di mortalità. 

Le persone anoressiche generalmente tendono ad essere un po’ più insistenti, possono rifiutare non solo il cibo, ma anche di fare nuove esperienze e avere atteggiamenti di chiusura; le persone con bulimia presentano principalmente una “variabilità emozionale”, momenti di rabbia e di vuoto che inconsapevolmente tentano di colmare col cibo.

Affettivamente queste persone possono sentire ansia, possono essere impulsive, e possono provare vergogna. Le anoressiche si vergognano del loro corpo che vedono sempre enorme, le bulimiche si turbano della loro mancanza di controllo che a volte va oltre l’aspetto alimentare .

Le caratteristiche di queste tematiche sono tenute nascoste per lungo tempo. Cosi facendo rendono difficile una relazione vera con l’altro, di solito i soggetti apparendo più immaturi e superficiali.

Queste persone sono accumunate  in maniera esagerata da una fame di cure e di affetto. Hanno un timore immenso di essere abbandonate, e che le altre persone possano smettere di amarle.

Ma è una questione di  “quanto è forte questo sentire” perché ogni  persona desidera essere amata, vuole avere un rapporto sano di fiducia e di stima verso il prossimo e da parte del prossimo.

Intellettivamente chi presenta problematiche dell’alimentazione può presentare una rigidità di pensiero, una  falsa intuizione dello stato del proprio corpo; e nei casi meno gravi permane una delusione verso il proprio aspetto fisico o ad alcune zone di esso.

Nei casi maggiormente conflittuali, la corporatura e come viene vissuta compromette sovente l’esame di realtà.

 

Dr. Francesco Giovannozzi  Psicologo – Psicoterapeuta

Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia  [12 Aprile 2026]

 

*Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 42-47)

Ecco uno scorcio della primissima comunità cristiana, come san Luca ama offrirne negli Atti degli Apostoli. Più volte, praticamente quattro, egli traccia, in poche righe, un ritratto di questo tipo; si direbbe quasi delle foto di famiglia, colte sul vivo. Messi insieme, questi quadri delineano un’immagine che ci appare quasi idilliaca della vita dei primi cristiani: assidui all’insegnamento degli apostoli e alla preghiera, vivono nella lode del Signore e mettono tutto in comune, seminano lungo il loro cammino numerose guarigioni e accolgono continuamente nuovi membri…Ciò non impedisce a Luca di raccontare, altrove, alcune difficoltà molto concrete di queste stesse comunità… Anania e Saffira, per esempio, che hanno fatto fatica a vivere fino in fondo la condivisione dei beni; e, cosa ancora più grave, le difficoltà di convivenza tra cristiani di origine giudaica e cristiani di origine pagana… Ci si può allora chiedere quale messaggio Luca voglia trasmetterci tracciando ritratti così belli, quasi irreali. Questo fa pensare alle foto di famiglia dei giorni di festa che adornano le pareti delle nostre case, gli album fotografici o i collage che amiamo guardare. Evidentemente, si sono scelte le immagini migliori; guardandole, prendiamo coscienza della bellezza delle nostre famiglie e della gioia di alcuni giorni privilegiati. Per san Luca è certamente questo, ma è anche molto di più: è la prova che i tempi messianici sono arrivati. Gli apostoli sono diventati capaci di vivere da fratelli grazie al dono dello Spirito. E? tutto ciò che lo Spirito ci rende capaci di fare: lui che prosegue la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione (secondo la splendida espressione della preghiera eucaristica). Questo è il segno dello Spirito effuso sul mondo dal Messia: è proprio ciò che avevano promesso i profeti. La fraternità, la pace, la giustizia, l’abolizione del male sono i valori del Regno di Dio che il Messia doveva instaurare e di cui i primi cristiani hanno dato più volte l’esempio. Questa è la prova che Gesù è davvero il Messia atteso, la prova che ha effuso sul mondo lo Spirito di Dio. Allora si comprende l’espressione: “Un senso di timore era in tutti”: è lo stupore davanti all’opera di Dio. Luca ci dice: vedete, fratelli miei, i primi segni del Regno sono già qui; ecco ciò che lo Spirito Santo ci permette di vivere nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie e nelle nostre comunità quando ci lasciamo guidare da lui nella luce di Pasqua. Dalla Risurrezione di Cristo è nata un’umanità nuova, quella che cresce lentamente attorno e all’immagine del Figlio di Dio. San Paolo direbbe: guardate, siamo davvero risorti! Cioè: viviamo realmente una vita nuova; l’uomo vecchio (il comportamento di un tempo) è morto. Luca, pagano convertito, si meraviglia dell’espansione irresistibile del Vangelo: Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. Osservo, di passaggio, che è il Signore a far entrare nuovi membri nella comunità! A noi, che cosa è chiesto? Forse, semplicemente, di essere vere comunità cristiane, degne di questo nome. Perché è attraverso la sua vita molto concreta che la comunità rende testimonianza alla Risurrezione di Cristo: una vita fatta di condivisione della Parola e del pane, di preghiera, di condivisione di tutti i beni, il tutto nella gioia! È davvero un mondo capovolto! In particolare, lo spogliamento personale e la condivisione di tutti i beni: ecco qualcosa di irrealizzabile per uomini ordinari… a meno che non siano abitati dallo Spirito di Dio, quello che Cristo stesso ha donato loro. Gesù aveva detto: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. È questo che dimostrerà al mondo intero che Gesù è vivo; ed è questo che giudica una volta per tutte le nostre liti e maldicenze, le nostre intolleranze e divisioni, i nostri rifiuti di condividere. Naturalmente, non ci è vietato attingere da questi bei ritratti dei criteri per verificare la qualità delle nostre comunità (famiglie, gruppi, comunità cristiane). È un po’ come se Luca ci dicesse: chi ha orecchi per intendere, intenda! Perché, in fondo, quello che abbiamo ascoltato è proprio un programma di vita cristiana; se conto bene, ci sono quattro punti: ascoltare l’insegnamento degli apostoli, vivere la comunione fraterna (fino alla condivisione dei beni), spezzare il pane e partecipare alle preghiere. Per concludere, mi sembra che la grande Buona Notizia di questo testo sia questa: questo comportamento nuovo, ispirato dallo Spirito Santo, è possibile! Proprio come le foto dei giorni di festa ci ricordano le possibilità di amore nelle nostre famiglie. Ma questo può anche suggerirci alcune domande: Luca annota che erano “perseveranti insieme” nel tempio e fedeli nello spezzare il pane nelle case con letizia  semplicità di cuore. .Oggi diremmo: vivevano l’Eucaristia. Questo significa almeno tre cose: anzitutto, la Messa della domenica è molto più di un obbligo è una necessità vitale: la pratica eucaristica è indispensabile per ciascuno di noi nella vita di fede. Inoltre, cosa ancora più seria, ogni volta che uno di noi non partecipa all’Eucaristia, è la comunità stessa a essere privata di uno dei suoi membri. Infine, terzo aspetto, una comunità è gravemente penalizzata quando è privata di questo nutrimento regolare: ciò pone evidentemente il problema di tante comunità cristiane prive di sacerdote, talvolta da molto tempo, mentre alcune parrocchie nelle nostre regioni offrono un’ampia scelta di orari di Messe per rispondere a tutte le esigenze. Non possiamo che ammirare il dinamismo della fede di coloro che sanno far vivere le loro comunità nonostante l’assenza del sacerdote.

 

*Salmo responsoriale (117/118)  

 Abbiamo già cantato questo salmo 117/118 durante la notte pasquale e nel giorno stesso di Pasqua. E anzi, ogni domenica ordinaria, esso fa parte dell’Ufficio delle Lodi nella Liturgia delle Ore. Non c’è da stupirsi: per gli Ebrei, questo salmo riguarda il Messia; per noi cristiani, quando celebriamo la Risurrezione di Cristo, riconosciamo in lui il Messia atteso da tutto l’Antico Testamento, il vero re, il vincitore della morte. È dunque su questo duplice livello — dell’attesa ebraica e della fede cristiana — che occorre considerarlo. Per la fede ebraica è un salmo di lode: comincia infatti con la parola Alleluia, che significa lodate Dio e che dà bene il tono dell’insieme; inoltre, comprende ventinove versetti e, su questo insieme, compare più di trenta volte la parola “Signore” (il tetragramma YHWH) ho almeno “Yah” che ne è la prima sillaba… e sono altrettante espressioni di lode per la grandezza di Dio, l’amore di Dio, l’opera di Dio per il suo popolo… Una vera litania! Questo salmo di lode è previsto per accompagnare un sacrificio di azione di grazie durante la festa delle Capanne, festa importante e gioiosa che dura otto giorni in autunno: troviamo tracce della gioia di questa festa nel testo stesso del salmo. Per esempio: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo”.

Durante questa festa si abita per otto giorni sotto le tende, in memoria delle tende dell’Esodo dopo l’uscita dall’Egitto, per ritrovare il senso dell’Alleanza. Poi vi sono numerose celebrazioni nel Tempio di Gerusalemme e si compiono processioni attorno all’altare agitando rami e cantando “Osanna”, che significa “Dona, Signore, dona la salvezza” ed essendo l’attesa del Messia molto viva nello spirito di questa festa, si ripete “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, come una sorta di preghiera per affrettarne la venuta. Un altro rito significativo era una grande e spettacolare illuminazione del Tempio, nell’ultima sera. Tutti questi riti risuonano in questo salmo, a condizione di leggerlo per intero. Per esempio in altri versetti che non ascoltiamo nella liturgia della seconda domenica di Pasqua si proclama “Con rami in mano, formate il corteo fino all’altare… Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, “Di, il Signore ci illumina” alludendo all’illuminazione dell’ultima sera. Tutto questo riguarda le parole della lode e questi sono i motivi: per parlare della storia d’Israele, il salmo racconta la vicenda di un re che ha appena affrontato una guerra senza pietà e ha ottenuto la vittoria. Questo re viene ora a rendere grazie al suo Dio per averlo sostenuto. Dice per esempio: “Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signor mi ha aiutato… e ancora tutte le nazioni mi hanno circondato: nel nome del Signore le ho sconfitte… e ancora: Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore””.  Chi parla è dunque un re che è scampato miracolosamente a tutti gli attacchi dei popoli nemici; ma in realtà sappiamo cosa leggere tra le righe: è la storia del popolo d’Israele. Molte volte, nel corso della sua storia, ha sfiorato l’annientamento; ma ogni volta il Signore lo ha rialzato, ed esso lo celebra in questa grande festa delle Capanne: canta “Non morirò, resterò in vita e annuncerò le opere del Signore”. Questo ruolo di testimone delle opere del Signore è la vocazione propria d’Israele; ed è nella coscienza stessa di questa vocazione che ha trovato la forza di sopravvivere a tutte le sue prove lungo la storia. Per noi cristiani questo salmo richiama una parentela tra la festa ebraica delle Capanne e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che commemoriamo nella Domenica delle Palme. Ma soprattutto, la gioia che attraversa questo salmo si addice al Risorto nel mattino di Pasqua! Egli è quel re vittorioso e, a ben vedere, gli evangelisti, ciascuno a modo suo, ce lo presenta come il vero re. Matteo  ad esempio, ha costruito l’episodio della visita dei Magi in modo da farci comprendere che il vero re non è quello indicato dagli storici ( Erode), ma il bambino di Betlemme… oppure Giovanni, che,  nel racconto della Passione, presenta chiaramente Gesù come il vero re dei Giudei. Meditando il mistero di questo Messia rifiutato, disprezzato, crocifisso, gli apostoli hanno scoperto un nuovo senso di questo salmo: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi”.  Gesù lo aveva già citato nella parabola dei vignaioli omicidi mostrando che è lui la pietra angolare, rifiutata dai costruttori e divenuta pietra fondamentale cioè, rifiutato dal suo popolo, è diventato la pietra di fondazione del nuovo Israele. Egli è veramente “colui che viene nel nome del Signore” come dice il salmo: questa stessa espressione è stata usata durante il suo ingresso solenne a Gerusalemme. Infine, sappiamo che questo salmo veniva cantato a Gerusalemme in occasione di un sacrificio di azione di grazie. Gesù, invece, ha appena compiuto il sacrificio di azione di grazie per eccellenza! Egli prende la guida del nuovo Israele che rende grazie a Dio suo Padre: ed è proprio questo che caratterizza Gesù. Tutto il suo atteggiamento verso il Padre è azione di grazie inaugurando così tra Dio e l’umanità l’Alleanza nuova: quella in cui l’umanità non è altro che risposta d’amore all’amore del Padre.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera si san Pietro apostolo (1, 3-9)          

 Alcuni si chiedono se Pietro non abbia ripreso qui un inno che si cantava durante i battesimi… Non ne abbiamo la prova, ma è comunque un’ipotesi interessante che può aiutarci a comprendere meglio questo testo. Si riconoscono facilmente tre strofe di cui offro un breve riassunto: Prima strofa (vv. 3, 4, 5): “Benedetto sia Dio…”. Egli ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Cristo e ormai viviamo nella fede e nella speranza; come dice un canto ben conosciuto: Dio fa di noi, in Gesù Cristo, uomini liberi. Seconda strofa (vv. 6 e 7): la speranza ci fa già sussultare di gioia, ma siamo ancora nel tempo della prova della nostra fede. Terza strofa (vv. 8 e 9): beati quelli che credono senza aver visto; la nostra fede ci dona già una gioia inesprimibile che ci trasfigura. La parola fede compare cinque volte in queste poche righe. Non è sorprendente, se ci troviamo in una celebrazione battesimale; e vi è anche una gioia straordinaria, che egli definisce inesprimibile, nonostante le prove presenti (anche se ora dovete essere afflitti per un po’ di tempo da varie prove, v. 6): qui si rivolge evidentemente a comunità cristiane che vivono in un mondo ostile, probabilmente perseguitati e questo sembra proprio essere il caso dei destinatari di Pietro. Riprendo ora per comodità le tre strofe una per una: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”: la forma è giudaica, il contenuto è cristiano; iniziare con una grande benedizione di Dio è tipico della preghiera ebraica; ed è certamente qualcuno che ha molto cantato i salmi a poter scrivere un testo simile! Ma il contenuto è cristiano: nei salmi Dio è celebrato come il Dio dei Padri, Abramo, Isacco, Giacobbe… ormai la Rivelazione ha compiuto un passo decisivo: Dio è conosciuto come Padre di Gesù Cristo ed è per mezzo di Gesù Cristo che realizza il suo disegno sull’umanità. “Dio ci ha fatto rinascere mediante la Risurrezione di Gesù Cristo”: come Gesù stesso nel dialogo con Nicodemo, Pietro parla del battesimo come di una nuova nascita, e questa nuova nascita ha la sua sorgente nella risurrezione di Cristo; oggi noi, dopo ben oltre duemila anni di cristianesimo, siamo talmente abituati alla formula “Gesù Cristo è risorto” che forse non ne percepiamo più lo shock; ma i primi cristiani lo vivevano come una vera rivoluzione: ormai, per loro, il volto del mondo era cambiato; come dice Paolo, il mondo antico è passato, ne è nato uno nuovo (2 Cor 5).

Si ritrova anche molto forte in Pietro un altro tema tipico di Paolo: la tensione tra il presente e il futuro: tutto è già compiuto nella risurrezione di Cristo e dunque egli parla al passato: Dio ci ha fatto rinascere… tutto è già deciso, per così dire; ma tutto resta ancora da venire: siamo protesi verso la salvezza pronta a rivelarsi negli ultimi tempi, come dice Pietro. La parola “salvezza! si potrebbe tradurre con vita… che non conosce né corruzione, né macchia, né marcimento; si potrebbe tradurre anche con liberazione da tutto ciò che è appunto corruzione, macchia, marcimento. Una salvezza, una liberazione già compiuta in Gesù Cristo, ma nella quale tutta l’umanità non è ancora entrata: ed è questo ciò che resta da venire.

È il fatto che già tutto è compiuto fin d’ora  fa sussultare di gioia, come dice Pietro; i giorni in cui siamo tristi sono forse quelli in cui perdiamo di vista questa grande notizia della Pasqua: la buona notizia che l’amore e la vita sono più forti di ogni odio e della morte anche se in certe situazioni, questa certezza tende ad affievolirsi e la nostra fede viene allora messa alla prova! E la seconda strofa lo dice bene: «Siete afflitti per un po’ di tempo da varie prove», dice Pietro. Il seguito della lettera lascia intravedere le difficoltà di cui si tratta, probabilmente l’ostilità incontrata da questi giovani cristiani che appaiono come marginali in un mondo pagano.

L’ultima strofa riprende questo tema della fede nel tempo dell’attesa; Pietro ha avuto il privilegio di conoscere e frequentare a lungo Gesù Cristo, ma si rivolge a cristiani che non lo hanno conosciuto e sviluppa per loro la beatitudine che Gesù aveva detto a Tommaso: “Beati quelli che credono senza aver visto” e li incoraggia: Voi lo amate senza averlo visto; e senza vederlo ancora, credete in lui… ed esultate di una gioia “indicibile e gloriosa”. Quando usa l’espressione gioia gloriosa, Pietro sa di cosa parla, lui che ha avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione di Gesù: e sul volto dei cristiani ritrova un riflesso della luce che irradiava Gesù stesso. Questa insistenza di Pietro sulla gioia dei cristiani, una gioia al tempo stesso inesprimibile e più forte di tutte le prove passeggere, risuona oggi come un appello a far sì che sul nostro volto tutti possano vedere la gioia del nostro battesimo, come riflesso di Gesù trasfigurato. Tradizionalmente, questa domenica si chiamava «in albis», cioè «in vesti bianche». Infatti i neobattezzati della notte di Pasqua portavano la loro veste battesimale per tutta la settimana pasquale. E questa domenica rappresentava per loro come una festa dei battezzati.

 

*Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-31)

 Era dopo la morte di Gesù, la sera del primo giorno della settimana, cioè la domenica. Questa non è soltanto una precisazione temporale che san Giovanni ci offre, ma piuttosto un piccolo importante segnale. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, sono già passati circa cinquant’anni dai fatti, cioè dalla passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Cinquant’anni durante i quali i cristiani si riuniscono ogni domenica per celebrare la risurrezione di Gesù ed allora il messaggio che vuol dare è: “Capite allora perché ci raduniamo ogni domenica?” Il raduno dei cristiani ogni domenica era una caratteristica dei cristiani nel mondo giudaico ed era proprio per far memoria della risurrezione di Cristo. Per gli Ebrei, il primo giorno della settimana - la domenica - era un giorno lavorativo come gli altri, mentre il settimo giorno, il sabato (lo shabbat), era il giorno di festa, di riposo, di assemblea, di preghiera. Ora, è il giorno dopo lo shabbat che Gesù è risorto, e più volte si è mostrato vivo ai suoi apostoli dopo la risurrezione sempre il primo giorno della settimana: così, per i cristiani, quel giorno ha assunto un significato particolare. Questo primo giorno della settimana appare come il primo giorno dei tempi nuovi: come la settimana di sette giorni degli Ebrei ricordava i sette giorni della Creazione, così questa nuova settimana iniziata con la risurrezione di Cristo è stata compresa dai cristiani come l’inizio della nuova Creazione. I discepoli avevano chiuso le porte del luogo dove si trovavano, per paura dei Giudei quando Gesù venne e stette in mezzo a loro. Giovanni sottolinea che i discepoli sono chiusi dentro e per paura  perché, se avevano ucciso il Maestro, potevano benissimo uccidere anche i suoi discepoli. ma anche questo mette bene in luce la libertà di Cristo. Tutto è chiuso, ma per lui non c’è problema: non ama chiavistelli e, soprattutto, non conosce la paura! E, proprio per questo, la sua prima parola è: “Pace a voi”!. Era il saluto giudaico abituale… ma è comunque un saluto sorprendente dopo tutto ciò che è accaduto! La paura, l’angoscia degli ultimi mesi prima dell’arresto di Gesù, l’orrore della sua passione e della sua morte, la notte del giovedì, il giorno del venerdì e quel silenzio del sabato, dopo che Gesù è stato deposto nel sepolcro… È possibile essere nella pace come se nulla fosse accaduto? Eppure, è incredibile ma vero: egli è davvero vivo… e, per dimostrarlo, mostra le sue piaghe, i segni permanenti della crocifissione. A questo proposito, si rimarca proprio che i segni sono ancora presenti nelle sue mani, nei piedi, nel costato: la Risurrezione non cancella la nostra morte. Allora, anche se può sembrare incredibile, san Giovanni annota che i discepoli gioirono. È qualcosa di inaudito ciò che stanno vivendo! E, a questo punto, Giovanni continua: “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi”. Ora possono davvero essere nella pace… non come se nulla fosse accaduto, ma nonostante ciò che è accaduto: perché questa pace del Risorto va ben oltre tutto ciò che può succedere. “Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui  perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro ai quali non perdonerete non saranno perdonati”. Colpisce il legame tra il dono dello Spirito e la missione della riconciliazione: nella Bibbia, lo Spirito è sempre dato per una missione. Ma in definitiva, può esserci altra missione più importante che riconciliare gli uomini con Dio? Tutto il resto da questo deriva. È un ordine, che Gesù dà: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Andate ad annunciare che i peccati sono rimessi, cioè perdonati. Siate ambasciatori della riconciliazione universale. E se non andate, la Buona Notizia, il vangelo della Riconciliazione non sarà annunciata. Gesù dice: “Come il Padre ha mandato me…”: dalla bocca stessa di Gesù Cristo, abbiamo un riassunto di tutta la sua missione perché è come se dicesse: Il Padre mi ha mandato per annunciare la riconciliazione universale, per proclamare che i peccati sono perdonati. e che Dio non tiene il conto dei peccati degli uomini; in altre parole sono venuto ad annunciare una sola cosa: che Dio è tutto Amore e Perdono. A vostra volta, io mando voi per la stessa missione. Pertanto occorre fare bene attenzione: l’unico vero peccato, che è alla radice di tutti gli altri, è non credere o rifiutare l’amore di Dio: io dunque vi mando perché annunciate a tutti gli uomini l’amore infinito di Dio, cioè che Dio è Misericordia infinita. Ma come far conoscere l’amore di Dio? Non basta annunciare la misericordia di Dio; occorre “dare la vita” per la “salvezza” delle anime. Quando comprenderemo che questo è tutto il vangelo e quanto grande è la nostra responsabilità? 

 

NB Attenzione: Resta da comprendere bene la frase: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”. Mi sono lasciato prendere da un’analisi strutturale e teologica che con voi condivido.  

 

Greco

Traslitterazione

Traduzione italiana

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

ἀφῆτε

aphēte

rimettete / lasciate andare

τὰς

tas

i (femminile plurale, oggetto)

ἁμαρτίας

hamartias

peccati

ἀφέωνται

apheōntai

sono rimessi

αὐτοῖς

autois

a loro

ἄν

an

se / a chiunque

τινων

tinōn

di alcuni / di chiunque

κρατῆτε

kratēte

trattenete / tenete

κεκράτηνται

kekratēntai

sono trattenuti

 

Testo greco completo con translitterazione ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας, ἀφέωνται αὐτοῖς· (an tinōn aphēte tas hamartias, apheōntai autois) ἄν τινων κρατῆτε, κεκράτηνται. (an tinōn kratēte, kekratēntai) Traduzione fluida del versetto: “A chi voi rimettete i peccati, essi sono già rimessi; a chi li trattenete, restano trattenuti.”  La frase è costruita in due movimenti paralleli: ἀφῆτε (voi rimettete),  ἀφέωνται (sono già rimessi da Dio); κρατῆτε (voi trattenete), κεκράτηνται (sono già  trattenuti)  Emergere subito: azione visibile e realtà divina.  Verbi degli apostoli: ἀφῆτε / κρατῆτε  che sono aoristo congiuntivo e il significato: atto puntuale e decisivo, evento reale. b) Verbi finali ἀφέωνται / κεκράτηνται sono perfetto passivo e significa: azione già compiuta e già stabilizzata da Dio, effetto duraturo. Perché Giovanni usa l’aoristo? Non usa il presente perché non indica un’azione continua, ma l’aoristo che significa:“Nel momento in cui rimettete o trattenete i peccati, accade un atto reale e decisivo” e l’atto degli apostoli entra dentro l’azione effettiva permanente di Dio. Conseguenze teologiche: Primato di Dio: solo Dio perdona. Ruolo della Chiesa: rendere visibile, applicare concretamente il perdono e il peccato o è tolto o resta. Intuizione spirituale Il perdono è evento reale, non simbolo e La Chiesa, strumento visibile, ma l’efficacia è di Dio. Sintesi finale: Quando la Chiesa rimette i peccati, accade un atto reale e decisivo nel quale si manifesta e si rende presente il perdono che è già operante di Dio; quando li trattiene, si constata che quel perdono non è purtroppo accolto. E qui sta il problema: perché non è accolto? Il perdono non è un’idea né un processo: è un evento di Dio, e la Chiesa lo rende visibile. Dio ci perdona sempre e noi siamo perdonati quando confessiamo con fede il nostro peccato. Dio è Misericordia  infinita che non viene mai meno e desidera che tutti siano salvati; ma occorre che l’uomo  accolga il suo amore gratuito nel cuore. La Chiesa è chiamata a rendere visibile questo perdono ogni giorno, senza sosta, e ogni cristiano è responsabilizzato a testimoniare e annunciare il perdono che è amore assolutamente gratuito di Dio affinché tutti possano credere, accoglierlo e sperimentarlo nella propria vita. In definitiva: Dio perdona sempre senza fine e chi crede lo annuncia e lo vive come vangelo che entra nel proprio sangue. Concludo con questo messaggio da Madjugorie 2 marzo 1997 “Cari figli! Pregate per i vostri fratelli e sorelle che non hanno conosciuto l’amore di Dio Padre e per quelli per i quali è più importante la vita sulla terra. Aprite i vostri cuori a loro e vedete in loro mio Figlio che li ama. Dovete essere la mia luce: illuminate tutte le anime in cui regna il buio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Dipende da voi, dice Gesù, agli apostoli e oggi a noi, che i vostri fratelli conoscano e sperimentino l’amore di Dio e vivano nella sua misericordia. Il progetto di Dio sarà pienamente compiuto solo quando anche voi, a vostra volta, avrete portato a termine la vostra missione. Insomma, capite bene, come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. E non avete molto tempo da perdere

 

+Giovanni D’Ercole

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God's grace does not suppress or suffocate the freedom of those who face martyrdom; on the contrary it enriches and exalts them: the Martyr is an exceedingly free person, free as regards power, as regards the world; a free person [Pope Benedict]
La grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera [Papa Benedetto]
For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)

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