Mag 8, 2026 Scritto da 

Prestazione e orazione qualsiasi, o Preghiera nel Nome

«Se chiederete qualcosa al Padre, ve la darà nel mio Nome»

(Gv 16,23-28)

 

Nelle religioni antiche la preghiera è prestazione del credente, un atto dovuto da parte della creatura alla maestà divina.

Anche per s. Tommaso la virtù di Religione è un aspetto della virtù cardinale della Giustizia: l’essere inferiore è tenuto alla lode e al dovere di culto.

Ma anche membro di una assemblea, nella Fede il figlio di Dio ha pieno accesso al Padre in modo personale, come Gesù.

E il Dialogo che nasce ha il carattere della spontaneità. Il linguaggio: irripetibile per ciascuno [come in una storia d’amore].

Cristo in noi è l'autentico protagonista della preghiera ‘nel suo Nome’. Ma non si sostituisce ai fedeli - né li assume, come farebbe un intermediario o un intercessore esterno.

Il Signore ci unisce a Sé, in carne e sangue.

 

Il contatto col Padre è «in Gesù di Nazaret»: nel portato dei suoi stessi desideri, parole, azioni, delusioni, gioie, persino attività di denuncia delle false credenze.

Esse che illudono e spengono la genesi reale, la quale si annida nello specifico dell’orazione dei figli. Non espressione e frutto di una spiritualità vuota.

Siamo collegati alla sua stessa Persona - non a un’altra vicenda storica più scintillante o tranquilla, armonica e quieta: nello Spirito d’incarnazione, totalmente.

Poi il Padre ha rispetto della nostra identità-carattere in Cristo. Ne coglie i tratti e li incorpora, per suggerirci la Via della realizzazione particolare.

Tutto secondo età, Chiamata e personalità profonda, genio del tempo, mondo di relazioni e sensibilità irripetibile.

 

Nella ricchezza del Mistero le vicende del Figlio e dei figli si intrecciano. Il Suo Nome si fonde con il nostro nome.

Insomma, la Sua storia di persecuzioni e beffe è tutta di noi tutti. La si riconosce, già a prima vista.

I soliti falsari della religione di maniera [arcaica o alla moda] sono sempre all’opera, ma non hanno nulla di speciale, sapiente, celeste.

Pertanto nelle orazioni il Risorto non fa da “mediatore”.

Egli è il solco, la traccia, la strada completamente nostra, da non perdere di vista e da ascoltare attentamente; sia per vagliare l’opzione globale della vita che per regolarsi di volta in volta.

 

Carattere particolare della preghiera cristiana è l’Ascolto, la percezione, l’accoglienza; non la prestazione.

Altrimenti tutto rimarrebbe in sospeso: non si entrerebbe nella profondità critica e feconda dell’Amore, del suo sviluppo. Né della reciprocità in Cristo - nel vero Signore.

Siamo uditori della Parola, dei segni del tempo, delle vicende personali, degli incontri, dell’esperienza, del cuore o dei consigli, del carattere e delle inclinazioni - a partire dal nostro Seme creaturale.

Proprio come Gesù col Padre: rimaniamo con Lui dentro, e (uniti a Lui) nel suo Dialogo mistico e perenne col senso degli accadimenti.

In essi si svela il Padre, vero Soggetto che si esprime. E l’Eterno traspare negli eventi che ci porge nella sua sapiente Provvidenza.

Quindi la persona orante è quella in Ascolto - allo stesso modo di come Gesù si relazionava al Padre, per comprendere le sue stesse vicende.

L’orante - sebbene eremita - non è uomo isolato, solo come un cane, o peggio, ripiegato e plagiato.

Neppure somiglia a un intimidito che si raccomanda a qualche “protettore”, o fa elenchi di richieste come se il Cielo non si fosse accorto.

 

Onde incontrare noi stessi, i fratelli, il mondo, e cogliere il senso degli eventi e della nostra missione, rimaniamo nel Nome di Gesù.

La storia del figlio del falegname ci riguarda: così ancor più esigiamo di introdurci nell’avventura e nell’onda vitale della Fede.

In tal guisa, l’esodo nello Spirito a partire dai nostri strati profondi non è lo stesso che vita spirituale devota e qualunque.

Così l’orazione che appartiene alla nostra Chiamata non ha nulla a che fare con atteggiamenti mediocri, subalterni - non correlativi in primo luogo a un fatto storico: la vita del Maestro.

Nell’anima  dei suoi intimi, Egli stesso ascolta, interpreta, assimila. E si rivolge «con-noi» al Padre.

Tale amicizia e sintonia [talora cruda] ci consente di assimilare la sua Persona autentica; non artefatta, non edulcorata, non di contrabbando.

La preghiera nel Nome di Cristo contiene la sua potenza radicale, fa capire il senso delle ostilità e ferite.

In Lui diventano terreno di condivisione e corrispondenza profonda.

Qui il Signore ci abita e continua la sua azione creatrice.

 

La preghiera nel Nome tramuta la nostra polvere in stupore vivo e splendore di Relazione concreta, da pari a pari.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale spazio ha nella tua preghiera il pensiero di Gesù, le sue azioni, i suoi sogni, le sue Parole?

E la sua attività di denuncia?

E i suoi rimproveri (e quel genere di rivendicazioni, come riportati nei Vangeli - non altri giustapposti)?

 

 

Due Uscite, nel Nome

 

Le piaghe di Gesù sono ancora presenti sulla terra. Per riconoscerle è necessario uscire da noi stessi e andare incontro ai fratelli bisognosi, ai malati, agli ignoranti, ai poveri, agli sfruttati. È l’«esodo» che Papa Francesco ha indicato ai cristiani nell’omelia della messa celebrata sabato mattina, 11 maggio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae.

Si tratta — ha spiegato il Pontefice — di «un uscire da noi stessi» reso possibile dalla preghiera «verso il Padre in nome di Gesù». La preghiera che «ci annoia», invece, è «sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene. Ma la vera preghiera è uscire da noi stessi verso il Padre in nome di Gesù, è un esodo da noi stessi» che si compie «con l’intercessione proprio di Gesù, che davanti al Padre gli fa vedere le sue piaghe».

Ma come riconoscere queste piaghe di Gesù? Come è possibile avere fiducia in queste piaghe se non le si conosce? E qual è «la scuola dove si impara a conoscere le piaghe di Gesù, queste piaghe sacerdotali, di intercessione?». La risposta del Papa è stata esplicita: «Se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù».

Da qui l’immagine delle due «uscite da noi stessi» indicate dal Santo Padre: la prima è «verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera». Parole che trovano conferma nel Vangelo di Giovanni (16, 23-28) della liturgia del giorno. Un brano nel quale Gesù è di una chiarezza disarmante: «In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà». In queste parole — ha notato il Pontefice — c’è una novità nella preghiera: «Nel mio nome». Il Padre dunque «ci darà tutto, ma sempre nel nome di Gesù».

Cosa significa questo chiedere nel nome di Gesù? È una novità che Gesù rivela proprio «nel momento in cui lascia la terra e torna al Padre». Nella solennità dell’Ascensione […] ha ricordato il Papa — è stato letto un brano della Lettera agli Ebrei, dove si dice tra l’altro: «Poiché abbiamo la libertà di andare al Padre». Si tratta di «una nuova libertà. Le porte sono aperte: Gesù, andando dal Padre, ha lasciato la porta aperta». Non perché «si sia dimenticato di chiuderla», ma perché «lui stesso è la porta». È lui «il nostro intercessore, e per questo dice: “Nel mio nome”». Nella nostra preghiera, caratterizzata da «quel coraggio che ci dà Gesù stesso», chiediamo allora al Padre nel nome di Gesù: «Guarda tuo Figlio e fammi questo!».

Il Santo Padre ha poi richiamato l’immagine di Gesù che «entra nel santuario del Cielo, come un sacerdote. E Gesù, fino alla fine del mondo, è come sacerdote, fa l’intercessione per noi: lui intercede per noi». E quando noi «chiediamo al Padre dicendo “Gesù”, segnaliamo, diciamo, facciamo un riferimento all’intercessore. Lui prega per noi davanti al Padre».

Riferendosi quindi alle piaghe di Gesù, il Pontefice ha notato che Cristo «nella sua risurrezione, ha avuto un corpo bellissimo: le piaghe della flagellazione, delle spine, sono sparite, tutte. I lividi dei colpi sono spariti». Ma egli, ha aggiunto, «ha voluto avere sempre le piaghe, e le piaghe sono precisamente la sua preghiera di intercessione al Padre». Questa è «la novità che Gesù ci dice», invitandoci ad «avere fiducia nella sua passione, avere fiducia nella sua vittoria sulla morte, avere fiducia nelle sue piaghe». È lui, infatti, il «sacerdote e questo è il sacrificio: le sue piaghe». Tutto ciò ci «dà fiducia, ci dà il coraggio di pregare», perché, come scriveva l’apostolo Pietro, «dalle sue piaghe siete stati guariti».

In conclusione il Santo Padre ha ricordato un altro passo del Vangelo di Giovanni: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena». Il riferimento — ha spiegato — è alla «gioia di Gesù», alla «gioia che viene». Questo è «il nuovo modo di pregare: con la fiducia», con quel «coraggio che ci fa sapere che Gesù è davanti al Padre» e gli mostra le sue piaghe; ma anche con l’umiltà per riconoscere e trovare le piaghe di Gesù nei suoi fratelli bisognosi. È questa la nostra preghiera nella carità.

«Che il Signore — ha auspicato il Pontefice — ci dia questa libertà di entrare in quel santuario dove Lui è sacerdote e intercede per noi e qualsiasi cosa che chiederemo al Padre nel suo nome, ce la darà. Ma anche ci dia il coraggio di andare in quell’altro “santuario” che sono le piaghe dei nostri fratelli e sorelle bisognosi, che soffrono, che portano ancora la Croce e ancora non hanno vinto, come ha vinto Gesù».

(Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 12/05/2013)

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]
Jesus did not shun contact with that man; on the contrary, impelled by deep participation in his condition, he stretched out his hand and touched the man — overcoming the legal prohibition [Pope Benedict]
Gesù non sfugge al contatto con quell’uomo, anzi, spinto da intima partecipazione alla sua condizione, stende la mano e lo tocca – superando il divieto legale [Papa Benedetto]
In the heart of every man there is the desire for a house [...] My friends, this brings about a question: “How do we build this house?” (Pope Benedict)
Nel cuore di ogni uomo c'è il desiderio di una casa [...] Amici miei, una domanda si impone: "Come costruire questa casa?" (Papa Benedetto)
Every time we open ourselves to God's call, we prepare, like John, the way of the Lord among men (John Paul II)
Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini (Giovanni Paolo II)
Christian beatitude, as a synonym for holiness, is not separated from a component of suffering or at least of difficulty [...] But the kingdom of heaven is for the nonconformists (John Paul II)
La beatitudine cristiana, come sinonimo di santità, non è disgiunta da una componente di sofferenza o almeno di difficoltà […] Ma il regno dei cieli è per gli anticonformisti (Giovanni Paolo II)
Paolo VI stated that the world today is suffering above all from a lack of brotherhood: “Human society is sorely ill. The cause is not so much the depletion of natural resources, nor their monopolistic control by a privileged few; it is rather the weakening of brotherly ties between individuals and nations” (Pope Benedict)
Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Papa Benedetto)
Our commitment does not consist exclusively of activities or programmes of promotion and assistance; what the Holy Spirit mobilizes is not an unruly activism, but above all an attentiveness that considers the other in a certain sense as one with ourselves (Pope Francis)
Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con se stesso (Papa Francesco)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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