Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

(Mt 3,13-17)

Matteo 3:13 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui.

Matteo 3:14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?».

Matteo 3:15 Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì.

Matteo 3:16 Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.

Matteo 3:17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».

 

Dopo che Giovanni con la sua parola aveva preparato il popolo risvegliando in tutti l'aspettazione del Messia, Gesù raggiunge il luogo dove Giovanni sta battezzando, presso il Giordano. Va da Giovanni per farsi battezzare da lui. Anche noi ci troviamo sul Giordano, perché letteralmente il testo non dice che Gesù “andò”, ma Gesù “viene” (gr. paraginetai) al Giordano. Suppone che noi siamo lì. Abbiamo ascoltato la predicazione di Giovanni, siamo andati al Giordano. A fare cosa? A riconoscerci come uomini peccatori.

E cosa viene a fare Gesù? Viene per essere battezzato. Viene per essere immerso, per andare a fondo, nella realtà umana. Questa è la chiave di lettura di tutto il Vangelo, dove ogni brano mostra come Dio entra nella nostra vita.

Il Giordano è il fiume attraverso il quale gli israeliti entrarono nella terra promessa. Perciò era giusto che Cristo fosse battezzato nel Giordano, piuttosto che nel Mare di Galilea o in qualche altra parte.

Sappiamo che il battesimo di Giovanni è un battesimo di acqua per la conversione. L’acqua che bagnava il corpo era segno di purificazione in seguito al pentimento, alla confessione dei peccati. Gesù è senza peccato. Non ha bisogno di conversione. Non ha alcuna colpa di cui doversi pentire, né un qualche peccato da confessare. A che gli serve il battesimo? A niente. Questo è il pensiero di Giovanni e per questo si opponeva, e gli impediva di battezzarsi. Difatti non è giusto secondo i nostri criteri di giustizia. Ma Gesù dirà che è proprio così che si compie la giustizia di Dio. Gesù non battezza nessuno, lui non ci battezza, ma noi siamo battezzati in lui, cioè lui non è venuto per metterci sott’acqua, è venuto per venire sott’acqua con noi, e noi siamo battezzati in lui nella sua morte, cioè nel suo amore per noi. Ma se lui non si fa battezzare, cioè non dà la sua vita per noi, noi non possiamo essere battezzati.

Giovanni non sa il motivo per cui Gesù chiede il battesimo, e Gesù non spiega le ragioni della sua  richiesta. Rimanda Giovanni alla giustizia da compiere. Ogni giustizia si sarebbe adempiuta nella sottomissione di Gesù al rito del battesimo. Gesù quasi gli chiede il permesso di essere battezzato: “lascia fare”, cioè permetti, concedi “per ora, poiché conviene”. È bene che io mi faccia battezzare, conviene, è necessario, perché così si compie “ogni giustizia”, la volontà di Dio. “Per ora” è giusto che Gesù accetti la posizione più umile. È proprio in questa solidarietà del Figlio con gli uomini che si compie la volontà di Dio per tutto il mondo. È così che si compie il disegno di Dio. Quindi il battesimo di Gesù, la sua morte, è il compimento di ogni giustizia di Dio, infatti la croce è il suo giudizio. Il suo giudizio è di dare la vita per tutti gli uomini e la dà nel Figlio.

Per noi è difficile capire che si compie ogni giustizia nel fatto che Gesù è solidale con noi. Tutta la Scrittura si realizza nel fatto che il Figlio è stato annoverato tra i malfattori. Aveva ragione Giovanni a scandalizzarsi! Noi non ci scandalizziamo perché probabilmente non riusciamo a capire come il Giusto possa essere considerato un malfattore e un peccatore. Lasciandosi battezzare da Giovanni, è come se Gesù si spogliasse della sua volontà. C’è una volontà del Padre che Lui deve compiere. Nel battesimo Gesù consegna la sua volontà al Padre, si spoglia della sua volontà, e accetta ufficialmente la missione di essere il Messia di Dio, e accetta anche di compiere la missione sempre e solo nella piena osservanza della volontà del Padre.

Gesù immerso nell’acqua è figura di Gesù morto in croce; il suo abbassarsi, ma che è seguito dal suo salire in alto. Ed ecco che Gesù “uscì dall’acqua”. Molto interessante l’avverbio usato da Matteo, euthys (appena, subito), che dice l'immediatezza di quanto segue. Ciò significa che l'evangelista ha voluto comunicarci che tra il discendere di Gesù nell'acqua e il suo risalire non è passato molto tempo, ma è stata una cosa pressoché immediata o quanto meno rapida (Gesù sembra schizzare fuori). Gesù non rimane nell’acqua simbolo della propria morte, ma ne esce fuori dove lo attende la risposta del Padre dal cielo. “Si aprirono i cieli”. Il cielo è simbolo di Dio. La terra si congiunge con il cielo in questa scena, e infatti scende lo Spirito di Dio. I cieli che si aprono: ci dice l'irrompere di Dio nella storia dell'umanità. Dio comunica con l’umanità.

Gesù è Colui attraverso il quale il Padre visita e incontra gli uomini. Gesù, dunque, è il luogo storico d'incontro tra Dio e gli uomini. Sull’uomo Gesù battezzato c’è dunque la salvezza dell’umanità. Nel Vangelo di Matteo la missione di Gesù si apre e si chiude con il tema del battesimo. Se il primo gesto di Gesù è di sottoporsi al battesimo, le sue ultime parole saranno di invito ai suoi discepoli: “andate e battezzate tutti i popoli”. Il battesimo apre e chiude l’attività di Gesù. L’invio degli apostoli a battezzare è un invito a far conoscere Dio a tutta l’umanità, quel Dio che essi hanno sperimentato e conosciuto, e che ci hanno fatto conoscere.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
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Dic 30, 2025

2a Domenica Natale

Pubblicato in Art'working

(Gv 1,1-18)

 

Giovanni 1:1 In principio era il Verbo,

il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Giovanni 1:12 A quanti però l'hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

Giovanni 1:13 i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

 

“...a quelli che credono nel suo nome” (v. 12). Significativo è quel “nel” reso in greco con “eis”, una particella di moto a luogo. Essa esprime un movimento orientato a, imprimendo al credere la dinamica propria della vita, colta come un cammino in Cristo e per Cristo. Credere nel suo nome, pertanto, significa non soltanto accogliere, ma orientare e conformare il proprio vivere a Cristo. Soltanto a queste condizioni si potrà ottenere il “potere”, cioè la capacità, di diventare figli di Dio. La fede, dunque, fa acquisire la capacità di figliolanza divina, perché il credere è un camminare verso Cristo, un crescere in lui. Solo a queste condizioni il credente “diventa” figlio di Dio, cioè passa da una condizione umana ad una divina. Un “diventare”, che è un processo evolutivo e trasformante, “da … a”, il quale impegna la vita del credente, intesa come un divenire continuo, espresso significativamente nella particella “eis”.

Il v. 13 spiega da dove proviene la generazione a figli di Dio. La figliolanza divina non dipende dall'uomo: a) “non da sangue”; b) “né da volere di carne”; c) “né da volere di uomo”. Carne, sangue, uomo sono tre termini solo apparentemente sinonimici tra loro, in realtà essi indicano tre tipologie di persone.

La prima espressione “non da sangue” in greco è resa al plurale (“ouk ex haimátōn”, non da sangui). Per l'ebreo il sangue è la sede della vita, anzi esso talvolta viene identificato con la vita stessa. Questo sangue è sempre posto al singolare. Tuttavia, se il sangue fuoriesce dal corpo per una ferita o per il mestruo femminile, esso viene posto al plurale, i sangui. Questi due aspetti, ferita e mestruo, richiamano, rispettivamente, sia la circoncisione, grazie alla quale il bambino era inserito nel popolo d'Israele, e fatto per ciò stesso erede della promessa divina; sia la capacità generativa della donna. Nessuno di questi due tipi di sangue sono in grado di dare la figliolanza divina. Se è comprensibile il sangue che fuoriesce dalla ferita della circoncisione, meno chiaro lo è quello del mestruo femminile, su cui ci soffermiamo un istante per renderne meglio accessibile la comprensione. Il declinare il sangue al plurale in questo contesto, riferito alla generazione della figliolanza divina, richiama la capacità generativa della donna, che nel mondo ebraico era considerata come l'elemento certo dell'ebraicità. Vero ebreo era colui che nasceva da madre ebrea. Affermare, quindi, che i veri figli di Dio non provengono “dai sangui” equivaleva dire che non è il popolo ebraico a generarli, né attraverso le proprie donne né, tanto meno, attraverso la circoncisione. Questa espressione, “ouk ex haimátōn”, pertanto, inerisce al popolo ebraico, ed esclude la sua capacità di generare la vera figliolanza divina. I veri figli di Dio non sono generati né da Mosè né dalla Legge. La negazione di queste due tipologie di sangue circa la loro capacità generativa al divino, assegna, per contro, tale capacità ad un altro sangue e ad un'altra carne, quelli di Gesù.

La seconda espressione “né da volere di carne” richiama da vicino lo stato di coniugalità dell'uomo e della donna. Quel “volere”, ben lungi dall'indicare un desiderio concupiscente, indica la progettualità dell'uomo e della donna, la loro capacità di autodeterminare, secondo schemi e disegni propri, il loro futuro. La figliolanza divina, dunque, non dipende neppure dalla volontà dei coniugi, intesi nella loro connaturata capacità generativa, che li rende fecondi e simili a Dio, generatore di vita.

La terza espressione “né da volere di uomo” coglie l'uomo nella sua capacità di autodeterminarsi. Il termine qui usato, infatti, per indicare l'uomo, non è “ánthrōpos”, che significa uomo in senso generico, e che ha il suo corrispondente latino in “homo”; bensì “anēr”, che contiene in sé il significato di uomo per eccellenza ed ha il suo parallelo latino in “vir”. Nemmeno, dunque, da questa eccellenza umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, uscirà la vera figliolanza divina. Esclusa, pertanto, l'area umana nelle sue tre diverse sfaccettature, non rimane che l'area divina, introdotta da un “ma” avversativo: “ma da Dio sono stati generati”.

La vera figliolanza divina ha la sua origine e le sue radici esclusivamente in Dio. Nessun titolo di merito umano può vantare una capacità generativa divina. Per mezzo della fede e dell'accoglienza del Verbo, viene operato nell'uomo il passaggio dalla natura di carne alla natura divina. È in questo passaggio la sorprendente novità del cristiano di fronte al non cristiano. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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(Mt 1,18-24)

Matteo 1:19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.

Quando si legge questo versetto, ognuno si sente autorizzato a entrare nella mente di Giuseppe, prenderne il posto e riflettere nel testo i propri pensieri, le proprie congetture, le proprie fantasie.

Giuseppe è qui definito "uomo giusto", dikaios; e in questo versetto si esprime il dramma di Giuseppe, è il dramma di ogni giusto. A cosa allude esattamente questa giustizia? Certamente non al fatto che egli ha deciso tra sé di non esporre Maria a un qualche giudizio, con possibili conseguenze tragiche per lei; né al fatto di volerla ripudiare segretamente, dato che Giuseppe era già “giusto” prima che accadessero queste cose. Il "giusto", biblicamente, è colui che mette in pratica fedelmente la Torah. La religione ebraica, infatti, è la religione dell'ortoprassi, la corretta esecuzione di ciò che Dio comanda, senza voler prima comprendere. Il comandamento di Dio è una volontà che va soltanto eseguita. Giusto è colui, quindi, che sa conformarsi ed eseguire fedelmente quanto la Torah comanda. Eppure in questo caso Giuseppe non applica la Torah, la quale richiederebbe il ripudio, il divorzio, e l’eventuale lapidazione.

Allora in che senso Giuseppe è giusto? Secondo una interpretazione, "giusto" dovrebbe essere inteso nel senso di "buono": Giuseppe ha dei sospetti, ma è un uomo "buono", ha un "cuore buono", non farà una sceneggiata e si separerà da Maria in silenzio. Ma dikaios non ha mai il significato di "buono".

In realtà, "giusto" deve avere il senso tipico di Matteo, cioè accettazione del piano di Dio per quanto sconcertante possa essere. Giuseppe essendo uomo giusto, dall’altezza della sua giustizia pensa solo il bene, ma non al suo bene, bensì a quello di Maria. E qual è il bene per Maria? È quello di non ripudiarla con atto pubblico. Questo avrebbe esposto Maria come minimo al ludibrio della gente. Il bene, dunque, consiste nell’uscire in punta di piedi, in silenzio, dalla vita di Maria. Questo significa "licenziarla in segreto". Lui si sarebbe ritirato senza che nessuno sapesse niente. L’uomo "giusto" è colui che si ritira rispettosamente davanti all’intervento di Dio.

“Non voleva ripudiarla”, traduce il verbo greco “deigmatìsai”, un verbo molto raro. Per cui si trovano traduzioni e interpretazioni divergenti: "non voleva esporla ad infamia"; "non voleva infamare pubblicamente"; "non voleva esporla al pubblico ludibrio", tutte versioni che sembrano implicare che Giuseppe considerasse Maria colpevole.
La questione è di sapere se questo raro verbo greco deve avere un significato peggiorativo o no. In uno dei suoi scritti, lo storico della chiesa Eusebio di Cesarea osserva che “deigmatisai” significa semplicemente: "far  conoscere", "portare alla luce". Una cosa che non è conosciuta e che viene in seguito rivelata può essere buona o cattiva, edificante o vergognosa; ma la parola in sé significa "esporre, o proporre come esempio", "apparire", "mostrare". Quindi Giuseppe non vuole esporre il fatto, non vuole farlo apparire, non vuole mostrarlo pubblicamente.

“Decise di licenziarla” traduce il greco “apolysai”, che rimanda al senso di «liberare», «sciogliere», «prosciogliere». Quindi può significare semplicemente «lasciar libero», «lasciar andare», ma può avere anche il senso di  «sciogliere, rompere i legami matrimoniali». Potrebbe dunque – secondo alcuni – significare «ripudiare», «divorziare». In questo caso bisognerebbe interpretarlo come se Giuseppe volesse consegnare a Maria un attestato di ripudio da sottoporre al tribunale in vista di ottenere il divorzio. Ma questa è un’interpretazione secondo la linea dura. Tecnicamente parlando, la parola può significare «divorziare» soltanto con una certa forzatura. Ma siccome il divorzio è un atto pubblico, fatto davanti a dei testimoni, e qui il verbo è accompagnato dall’avverbio “lathra” ("segretamente, occultamente"), un atto pubblico non si può fare in segreto.

Traduzione alternativa: "Giuseppe, suo sposo, che era giusto e non voleva esporla, decise di separarsi da lei in segreto". Se noi leggiamo il versetto in questa prospettiva, esso cambia completamente tono. Giuseppe non poteva dire in pubblico ciò che Maria gli aveva rivelato in confidenza, doveva conservarlo nel suo cuore come un segreto prezioso. Ma lui, cosa doveva fare? Pieno di timore religioso davanti al mistero che si è compiuto in Maria sua sposa, Giuseppe non vede in questo momento nessun’altra via d’uscita che quella di ritirarsi discretamente. Dunque l’idea stessa di una denuncia svanisce completamente. L’ottica è radicalmente rovesciata. Pieno di rispetto per Maria, nella quale lo Spirito Santo aveva realizzato cose così grandi, Giuseppe è pronto a cederla totalmente a Dio.

Altre interpretazioni partono da presupposti del tipo che Giuseppe non fosse stato informato del concepimento verginale di Maria. Essendo giusto, non poteva in coscienza convivere con una peccatrice, in contrasto con la legge del Signore. È questa l’ipotesi tradizionale, ma che non tiene conto dell’intento cristologico e non storiografico dell’evangelista. Quindi due direzioni opposte sono possibili nell’interpretazione: una severa e un’altra più moderata, che lascia aperta la via a una spiegazione favorevole.

Dobbiamo aprirci a qualcosa di molto più grande di quanto noi possiamo immaginare. Lo stesso concepimento verginale di Maria deve essere vissuto da ogni credente, cioè l'essere disposti ad accogliere qualcosa di infinito. Solo così possiamo ricevere il dono di Dio. Perché Maria ha concepito il Verbo di Dio? Semplicemente perché essendo umile, sapendo di non meritarlo, non dice: non lo merito e quindi lo rifiuto; ma essendo umile dice: lo ricevo come dono.

L’umile desidera Dio, mentre l’orgoglioso desidera qualche cosa che può fare lui. Paradossalmente sarebbe l’orgoglioso ad essere giusto perché conosce i suoi limiti, i suoi doveri, i suoi obblighi; visto che è giusto si ferma lì: Io mi conosco, so qual è il mio limite e mi fermo. E Giuseppe fa questo ragionamento. Questa cosa è troppo grande per me, non è per me, quindi resto fuori dal dono di Dio. Sarebbe come se vai a lavorare un’ora e ti danno cinque milioni; dici: no, non è giusto. Così è della grazia: richiede umiltà per accettarla. 

Pensiamo se Maria, quando l’angelo le disse “il Signore è con te, tu concepirai un figlio”, Maria avesse risposto: forse ti stai sbagliando, io non sono degna, vai da un'altra. Noi diciamo spesso così! Vuol dire che la Parola non è radicata in noi, per questo nostro senso di indegnità che non viene da Dio. Dio non dà il senso di indegnità, dà il senso di umiltà e ci accoglie affinché noi possiamo accogliere il dono. Quindi si entra nel vangelo con questa apertura d’animo ad accogliere l’impossibile, perché il dono che Dio ci dà è impossibile, è Sé stesso.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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(Mt 11,2-11)

 

Matteo 11:2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:

Matteo 11:3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».

Matteo 11:4 Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:

Matteo 11:5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,

Matteo 11:6 e beato colui che non si scandalizza di me».

Matteo 11:7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?

 

La risposta che Gesù dà alla domanda di Giovanni Battista non è una risposta teorica, una semplice spiegazione, ovvero la classica rispostina. Non c'è nulla da spiegare. Non è che uno a mezzogiorno ci spiega la verità del pranzo: è meglio che ci dia da mangiare, se no vuol dire che ci lascia digiuni. La verità è la realtà che ci nutre. Un conto è la verità astratta, la riflessione; tutte cose buone, però di queste non si vive senza la realtà. La verità è la realtà che sperimentiamo, e per questo la risposta di Gesù non è teorica, ma dice: andate a riferire quel che udite e vedete.

Ecco, dunque, che le opere di Cristo cominciano a prendere corpo: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (v. 5). Nessuno può testimoniare di se stesso. Neanche Gesù Cristo può rendere testimonianza e affermare la verità su se stesso. Può dirla, ma essa deve essere confermata sempre da altri testimoni. In questo caso, Gesù non chiede conferma a degli uomini. Chiede che sia la stessa Scrittura a rendergli testimonianza.

Le sue parole sono tratte dal profeta Isaia, a cui Gesù rimanda i discepoli del Battista, perché in esse c’è la chiave di lettura e di comprensione del suo operare. Solo la Parola, quindi, è in grado di far vedere e comprendere, di disvelare il mistero di Gesù Cristo. In Gesù si compiono le profezie che Isaia pronunziò sul Messia di Dio. Gesù è veramente colui che doveva venire, l’herchómenos.

La guarigione di ciechi dice l’apertura dell’uomo alla luce della fede, è l'illuminazione; il problema dell'uomo è vedere la realtà. Noi non vediamo la realtà, noi vediamo le nostre ipotesi sulla realtà. E la realtà è che siamo figli di Dio, creati per essere figli, e recuperare la vista ed essere illuminati è aver capito questo. Allora la vita ha luce, se no la vita è spenta.

La guarigione dei sordi dice la capacità di accogliere la Parola; i lebbrosi, metafora di un’umanità degradata dal peccato, sono risanati dall’annuncio accolto; gli storpi, con il loro camminare claudicante e incerto sono la metafora dei dubbiosi, degli incerti, dei deboli nella fede, che vengono ricostituiti nella saldezza del loro credere; così come i morti, simbolo del mondo pagano e dei peccatori lontani da Dio, sono chiamati anch’essi alla sequela, e resi anch’essi partecipi della vita divina. A tutti i poveri, infine, è elargito il dono del lieto annuncio: Dio è tornato in mezzo agli uomini e tende loro la mano, attraendoli a Sé. Quest'ultimo non sembra essere un miracolo, e tuttavia è forse il segno più specifico e decisivo: che Gesù sia l’inviato di Dio è provato dai miracoli, ma è la predilezione per i poveri che rivela la novità della sua scelta messianica. Una nuova creazione si sta compiendo, Dio ci genera uomini nuovi. È questa la buona notizia annunciata a tutti i poveri, cioè a tutte le situazioni di afflizione, di penuria, di bisogno, di attesa.

E beato colui che non si scandalizza di me” (v. 6). Nelle beatitudini Gesù dichiara beati i poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli affamati e assetati di giustizia, gli operatori di pace, i perseguitati, ecc. Ora Gesù dice beato chi non si scandalizza di me. Perché? Perché lui è il povero, è l'afflitto, è il puro di cuore, è l'operatore di pace, è il mite, per questo è perseguitato afflitto, rifiutato, insultato: è l'agnello di Dio che porta il peccato del mondo, e chi non si scandalizza di me è beato, ha capito tutte le beatitudini. Quindi il punto decisivo è capire chi è lui, attraverso quello che fa e dice. È così che risponde al Battista. Accogliere Gesù significa entrare in una nuova maniera di intendere il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri - e per molti significa scandalo. Gesù dice che lui sarà, per chi non si scandalizza di fronte alla novità del suo messaggio, una fonte di beatitudine, un modo di sentirsi veramente felice.

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento»? Le domande di Gesù, se da un lato mettono in risalto la figura del Battista, dall’altra costituiscono un atto di accusa per l’incapacità da parte dei Giudei di coglierne la reale portata. Vengono a delinearsi due atteggiamenti di fondo nei confronti del Battista, che ricalcano quelli posti in essere nei confronti di Gesù; in tal modo Giovanni non è solo il precursore di Gesù in quanto lo annuncia, ma lo è anche in quanto lo anticipa, divenendone una sorta di sua prefigurazione: a) vi è chi accorre a vedere e ad ascoltare Giovanni, spinto prevalentemente dalla curiosità, ma senza cogliere la grandezza e il senso della sua predicazione e della sua missione; b) c’è chi ha avuto di lui una comprensione vera, ma limitata e incompleta.

Le prime due domande che vengono poste sul Battista sono finalizzate a disapprovare un comportamento superficiale e, proprio per questo, incapace di cogliere il Mistero che si celava in quell’uomo, che è tutto d’un pezzo e ben lontano da compromessi e intrallazzi di palazzo, schivo alle comodità e tutto incentrato sull’herchómenos

Gesù domanda: Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Le folle sono andate nel deserto. Il Battista è l'uomo dell'Esodo. Chi non è disposto a fare l'esodo, a uscire nel deserto, a intraprendere il cammino nuovo, non incontrerà mai il Signore. Il Battista è il prototipo dell'uomo che incontra il Signore perché è il primo che è andato nel deserto. Che cosa siete andati a vedere? Una canna sbattuta dal vento? Evidentemente la risposta è: no. Che cos'è una canna sbattuta dal vento? È l’uomo che cerca di piacere per essere gradito. Il Battista ha qualcosa da insegnarci; non è una canna sbattuta dal vento delle opinioni, ma è colui che è stabile davanti a Dio. La canna si piega seguendo ogni vento, piccolo o grande. Giovanni non è una canna sbattuta dal vento, piegato dal pensiero degli uomini. Lui non segue le mode del pensiero. Lui segue il pensiero di Dio. Giovanni è saldamente radicato nel pensiero di Dio. Questa è la sua credibilità. Se la sua predicazione è credibile, essa obbliga. Una predicazione non credibile, mai potrà obbligare una persona.

Un uomo che vuole predicare e insegnare, se accoglie altri pensieri, attesta che il pensiero di Dio non è tutto per lui. Accogliendo altri pensieri, lui relativizza il pensiero di Dio, lo rende imperfetto, dal momento che deve essere reso perfetto dall’aggiunta di pensieri umani. Questa è la stoltezza di quelle infinite canne sbattute dal vento che sono i cristiani che si lasciano travolgere dal pensiero del mondo. 

 

 

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(Rm 15,4-9)

Romani 15:4 Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza.

Romani 15:5 E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù,

Romani 15:6 perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

 

Romani 15:7 Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.

 

Paolo vuole che i cristiani sappiano che quanto è stato scritto nell'Antico Testamento serva come nostra istruzione. Quando i cristiani imparano ciò che è avvenuto nel passato, trovano la motivazione per perseverare, sono consolati nel presente, e guardano avanti nel futuro con speranza. La perseveranza e la consolazione che provengono dalle Scritture sono quelle che nascono dalla fede che ogni nostro sacrificio vissuto, offerto, innalzato a Dio, non rimane senza ricompensa. Questo frutto matura sulla nostra perseveranza, la quale dovrà essere sino alla fine.

Tutte le sofferenze del mondo presente non valgono nulla in rapporto alla gloria che Dio ci darà. Per questo dobbiamo tenere sempre viva la nostra speranza della futura gloria di cui saremo rivestiti. La forza di perseverare nasce da questa speranza, ed è necessario che la si mantenga viva; se si perde di vista la speranza, allora facilmente si cade anche dalla fede e l'anima si perde nelle piccole ed inutili cose di questo mondo. La speranza si mantiene viva conformando la nostra vita a Cristo. Al di fuori di questa legge, per il cristiano non resta che lo smarrimento, la confusione, l'abbandono del cammino intrapreso.

Dio è il Dio della perseveranza e della consolazione (v. 5). È il Dio della perseveranza perché non si stanca mai di andare alla ricerca dell'uomo per la sua salvezza. Tutto l'Antico Testamento è sorretto da questa perseveranza di Dio che non conosce sosta. È il Dio che persevera eternamente nel suo amore per l'uomo e che gli dona la consolazione. La consolazione di Dio è quella forza che si riversa sopra di noi e ci spinge a perseverare sino alla fine. Senza la perseveranza di Dio, da molto tempo l'uomo sarebbe senza più speranza. Senza la consolazione di Dio, nessuno avrebbe la forza di perseverare, di andare avanti. Senza la consolazione di Dio avremmo il cristianesimo della tristezza e della disperazione.

Paolo innalza questa preghiera a Dio e gli chiede che riversi sui Romani e su ogni altro credente, che gli uni abbiano verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù. È Cristo il modello cui deve sempre ispirarsi il cristiano. È Cristo l'esempio da imitare. È Cristo il principio ermeneutico della vita di ogni suo discepolo. Se il cristiano è frutto dell'amore perseverante di Dio, anche lui deve perseverare nell'amore verso il prossimo. Siccome il cristiano ha la forza per andare avanti perché il Signore sparge sul suo cammino la sua consolazione, anche il cristiano si deve trasformare in uno strumento di consolazione per i fratelli. Deve esortare, aiutare, spronare. La vera comunione non nasce dalla presunzione di una giustizia a noi dovuta, ma dalla consapevolezza di una colpa che include tutti, e di una grazia che è semplicemente dono. Noi pensiamo bene dei fratelli non perché crediamo nella loro bontà, ma perché crediamo in Colui che ci fa buoni. È la coscienza di peccato e la consapevolezza della grazia che dà fondamento e stabilità all'amore fraterno.

Come Cristo ha accolto noi, così noi dobbiamo accoglierci gli uni gli altri. Cristo ci ha accolti tutti, quando non avevamo nulla tranne il nostro bisogno di salvezza. Cristo ci ha accolti assumendo la nostra carne e il nostro sangue, prendendo su di sé le nostre infermità, le nostre malattie, i nostri peccati. Ci ha accolti amandoci sino alla fine. Cristo ci accoglie tuttora esercitando il suo sacerdozio eterno intercedendo per noi, perché noi possiamo trovare sempre grazia presso Dio ed essere da lui salvati e redenti.

Cristo ha fatto tutto per la gloria di Dio. Anche il cristiano deve accogliere i suoi fratelli per la gloria di Dio. Dio vuole che ognuno di noi ami i suoi fratelli come li ha amati Gesù Cristo. Se il cristiano osserva questo comandamento, sale a Dio una grande gloria. I cristiani devono essere i cantori della gloria di Dio. Devono far sì che tutto il mondo glorifichi il Padre celeste per il loro amore verso i fratelli.

La volontà del Padre, sappiamo bene, solo Gesù l'ha compiuta perfettamente. Il cristiano, meditando Cristo, esaminando la sua vita, potrà anche lui disporsi a rendere gloria al Padre che è la finalità della propria vita.  

 

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- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

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  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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(Mt 24,37-44) 

Matteo 24:37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo.

Matteo 24:38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca,

Matteo 24:39 e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo.

Matteo 24:40 Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato.

Matteo 24:41 Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata.

 

Matteo 24:42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Matteo 24:43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.

Matteo 24:44 Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.

 

Il tema di questo brano è l'incertezza del tempo della “parousia” e della fine dei tempi che l'accompagna. Il ritorno di Cristo (= il Figlio dell'uomo) è certo, ma nello stesso tempo è del tutto inaspettato. Poiché non si conosce il tempo della sua venuta, i cristiani sono chiamati ad essere in uno stato di continua prontezza.

Il tema del giudizio è palese. Gesù paragona coloro che vivono nella fase finale della storia (che può avvenire in qualunque generazione) alla generazione dei tempi di Noè che fu travolta dal diluvio. Nessuno se lo aspettava, così che tutti vennero colti all'improvviso da un cataclisma che non lasciò scampo. 

 

Nel v. 38, in greco, abbiamo una simpatica eufonia, gradevole all'orecchio: 

 

                    trōgontes kai pinontes gamountes kai gamizontes

lett.,            "mangianti e beventi, sposanti e danti in matrimonio"

 

Nessun significato speciale deve essere letto in questi participi. Stanno semplicemente come indicatori del vivere la vita quotidiana (mangiare e bere) e del progettare il futuro (matrimoni). Ai giorni di Noè la gente era ignara di tutto ciò che non era la propria vita di piacere; e non avevano idea del giudizio che sarebbe venuto su di loro: "e non si accorsero di nulla (cioè del pericolo imminente) finché venne il diluvio (“kataklysmòs”) e inghiottì tutti". La parousia del Figlio dell'uomo, in modo analogo, arriverà all'improvviso su una generazione ignara, che sta svolgendo le sue attività ordinarie. Questo innesca un confronto tra i tempi di Noè e quelli ultimi.

L'insistente sottolineatura sul mangiare, sul bere, sullo sposarsi e sul contrarre matrimoni, dà l'idea di una umanità tutta intenta a organizzare il proprio tempo, radicata nei propri affari, senza badare ai segni che le vengono inviati; non c'è spazio se non per i propri interessi. La gente, nella normalità di vita, nella routine di alimentarsi e sposarsi, viveva come se il mondo non dovesse mai aver fine, impreparata davanti al disastro che stava per venire, senza alcuna aspettativa che le cose potessero cambiare. Gli uomini, ignari della tragica sorte che li attendeva, trascuravano ciò che era essenziale per la loro sopravvivenza: invece di prepararsi i mezzi di salvataggio come Noè, erano assorbiti dai loro affari quotidiani e intenti a godersi beatamente la vita.

Nello stesso modo in cui quella umanità ignorava l'imminente giudizio, così le persone dei tempi di Gesù hanno respinto Lui e il suo messaggio, e sono state sopraffatte dalla devastazione che colpì Gerusalemme e il tempio. Lo stesso scenario ci sarà anche negli ultimi giorni. La parousia e la fine dei tempi sopraggiungeranno all'improvviso, e la storia di Noè è usata come un ammonimento relativo alla subitaneità del disastro per coloro che non sono preparati. Non sono preparati perché non prendono in considerazione il messaggio evangelico e di conseguenza credono alla menzogna e rifiutano la verità.

In quel giorno ci sarà una divisione dell'umanità. Ciò è descritto in modo molto vivido nel riferimento a due uomini che lavorano in un campo e due donne che macinano al mulino. Stanno svolgendo le loro normali attività, inconsapevoli di ciò che sta per accadere, quando improvvisamente uno di loro viene preso e l'altro viene lasciato, dove "essere preso" significa essere salvato, ed "essere lasciato" significa perire nell'imminente distruzione. Si tratta di un prendere che ha il senso di salvaguardare, di porre sotto la propria protezione e, quindi, di elezione; mentre essere lasciato ha il senso di abbandonato al proprio destino.

Il fatto che siano sempre due le persone interessate non indica una percentuale quantitativa, bensì due condizioni, due stati di vita: chi è fedele e chi non lo è; mentre l'uso di due personaggi, al maschile e al femminile, indica la generalità dell'umanità. Il fatto che questi siano colti nel campo e alla macina, indica come la venuta del Signore li sorprenderà intenti alle faccende quotidiane, in modo improvviso e inaspettato, così come ai tempi di Noè la gente venne colta dal cataclisma intenta alle attività ordinarie della vita.

Uno vive in maniera superficiale: mangia, si sposa, lavora, però gli scivola tutto; un altro mangia, si sposa, lavora e la domenica, anziché andare al mare, va ad ascoltare il Vangelo. Tutti lavorano durante la settimana, però c'è un vivere la vita con un'altra consapevolezza invece che pensare soltanto a mangiare e divertirsi.

Il cristiano non deve lasciarsi sorprendere da un avvenimento così imprevisto. Egli sa molto bene quello che lo attende e che la rapidità degli avvenimenti ultimi non permette di pensare alla conversione nell'ultimo momento. Le cose di Dio avvengono all'improvviso. Tutto è repentino, quando agisce il Signore, per cui l'urgente necessità di vigilare sempre. Il Signore, quando verrà, e verrà all'improvviso, dovrà trovarci pronti. È doveroso prepararsi per la parousia senza stare a calcolare la sua data, ma vivendo pronti e attenti agli avvertimenti di Dio. Essere preparati non significa incrociare le braccia ed attendere, significa essere impegnati nel servizio fedele in Colui che viene.  

  

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

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Sal 17 (18)

Questa monumentale ode, che il titolo attribuisce a Davide, è un Te Deum del re d'Israele, è il suo inno di ringraziamento a Dio perché è stato liberato da tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. Davide riconosce che solo Dio è stato il suo Liberatore, il suo Salvatore.

Davide inizia con una professione di amore (v. 2). Grida al mondo il suo amore per il Signore. La parola che usa è «rāḥam», significa amare molto teneramente, come nel caso dell'amore di una madre. Il Signore è la sua forza. Davide è debole in quanto uomo. Con Dio, che è la sua forza, lui è forte. È la forza di Dio che lo rende forte. Questa verità vale per ogni uomo. Ogni uomo è debole, e rimane tale se Dio non diviene la sua forza.

Dio per Davide è tutto (v. 3). Il Signore per Davide è roccia, fortezza. È il suo Liberatore. È la rupe in cui si rifugia. È lo scudo che lo difende dal nemico. Il Signore è la sua potente salvezza e il suo  baluardo. Il Signore è semplicemente la sua vita, la protezione, la difesa. È una vera dichiarazione di amore e di verità.

La salvezza di Davide è dal Signore (v. 4). Non è dal suo valore. Il Signore è degno di lode. Dio non si può non lodare. Fa tutto bene. A Davide è sufficiente che invochi il Signore e sarà salvato dai suoi nemici. Sempre il Signore risponde quando Davide lo invoca. La salvezza di Davide è dalla sua preghiera, dalla sua invocazione.

Poi Davide descrive da quali pericoli il Signore lo ha liberato. Lui era circondato da flutti di morte, come un uomo che sta per annegare travolto dalle onde. Era travolto da torrenti impetuosi. Da queste cose nessuno si può liberare da sé. Da queste cose solo il Signore libera e salva.

L’arma  vincente  di  Davide  è la  fede  che si  trasforma in preghiera accorata da elevare al Signore, perché solo il Signore poteva aiutarlo ed è a Lui che Davide grida nella sua angustia. Ecco  cosa  fa  Davide:  nell’angoscia  non  si  perde,  non  si abbatte, non smarrisce la sua fede, rimane integro. Trasforma la sua fede in preghiera. Invoca il Signore. Grida a Lui. A Lui chiede aiuto e soccorso. Dio ascolta la voce di Davide, l’ascolta dal suo tempio. Gli giunge il suo grido.

Dio si adira perché vede il suo eletto in pericolo. L’ira del Signore produce uno sconvolgimento di tutta la terra. La terra trema e si scuote. Le fondamenta dei  monti si scuotono. È come se un forte terremoto mettesse a soqquadro il globo terrestre. Il fatto spirituale viene tradotto in uno sconvolgimento della natura così profondo che si ha l'impressione che la creazione stessa stia per cessare di esistere. In questa catastrofe che incute terrore, il giusto viene tratto in salvo.

Il Signore libera Davide perché gli vuole bene. Ecco il segreto dell’esaudimento della preghiera: il Signore vuole bene a Davide (v. 20). Il Signore vuole bene a Davide perché Davide ama il Signore. La preghiera è una relazione di amore tra l'uomo e Dio. Davide invoca l'amore di Dio. L'amore di Dio risponde e lo trae in salvo.

«Integro sono stato con lui e mi sono guardato dalla colpa» (v. 24). La coscienza di Davide testimonia per lui. Davide ha pregato con coscienza retta, con cuore puro. Questo non lo dice solo a Dio, ma ad ogni uomo. Tutti devono sapere che il giusto è veramente giusto. Il mondo deve conoscere l'integrità dei figli di Dio. Noi abbiamo il dovere di confessarla. È sull’integrità che si possono costruire rapporti veramente umani. Senza integrità ogni rapporto si stringe sulla falsità e sulla menzogna.

«La via di Dio è diritta, la parola del Signore è provata al fuoco» (v. 31). Qual è il segreto perché Dio è con Davide? È il rimanere di Davide nella Parola di Dio. Davide ha una certezza: la via indicata dalla Parola di Dio è diritta. La si deve solo seguire. Questa certezza oggi manca nel cuore di molti. Molti non credono nella purezza della Parola di Dio. Molti pensano che ormai essa sia superata. La modernità non può stare sotto la Parola di Dio.

«Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è rupe, se non il nostro Dio?». Ora Davide professa la sua fede nel Signore per farla sapere a tutti. Vi è forse un altro Dio al di fuori del Signore? Solo Dio è il Signore. Solo Dio è la rupe di salvezza. Cercare un altro Dio è idolatria. Questa professione di fede va sempre fatta a voce alta (ricordiamoci del “Credo”). C'è bisogno di persone convinte. Una fede nascosta nel cuore è morta. Un seme posto nel terreno spunta fuori e rivela la natura dell’albero. La fede che è nel cuore deve spuntare fuori e rivelare la sua natura di verità, di santità, di giustizia, di amore e speranza. Una fede che non rivela la sua natura è morta. È una fede inutile.

«Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato, a Davide e alla sua discendenza per sempre» (v. 51). In questo Salmo Davide si vede opera delle mani di Dio. Per questo lo benedice, lo loda, lo magnifica. La fedeltà e i grandi favori di Dio per Davide non finiscono con Davide. La fedeltà di Dio è per tutta la sua discendenza. Sappiamo che la discendenza di Davide è Gesù Cristo. Con Gesù Dio è fedelissimo in eterno. Con gli altri discendenti, Dio sarà fedele se essi saranno fedeli a Gesù Cristo.

Ecco dunque che scompare la figura di Davide per lasciare il posto a quella del re perfetto in cui si concentra l'azione salvifica che Dio offre al mondo. Alla luce di questa rilettura l'ode è entrata nella liturgia cristiana come un canto di vittoria di Cristo, il “figlio di Davide”, sulle forze del male e come inno della salvezza da lui offerta.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione (Papa Benedetto)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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