Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

Mag 12, 2026

Ascensione del Signore

Pubblicato in Art'working

Ascensione del Signore (anno A)

(Mt 28,16-20)

 

Matteo 28:19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 

Matteo 28:20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". 

 

I vv. 19-20 sono dedicati alla missione affidata agli apostoli, i quali dovranno andare nel mondo rivestiti della stessa autorità di Gesù Cristo. Una missione che ha degli obiettivi e degli strumenti di attuazione. Innanzitutto il proselitismo, come dice il verbo “mathēteusate”, “rendere discepolo” attraverso il far conoscere. Scopo della missione è “fare discepoli”. Il cristiano è un discepolo, uno che instaura una relazione stretta e personale con Cristo: il discepolo si lega alla persona del maestro e si impegna a condividere la sua stessa visione della vita. Gli apostoli devono recarsi presso ogni popolo. Devono lasciare la Galilea. Devono uscire fuori dai confini d'Israele. Li attende il mondo intero. Dovranno insegnare a tutte le nazioni.

Quindi il messaggio di Dio, non è rivolto ad un singolo popolo, ma a tutte le nazioni perché nessuna nazione possa pretendere o rivendicare di essere la prediletta da Dio. Quando un popolo pensa di avere Dio dalla sua parte, lo adopera per dominare gli altri. Quando un popolo si sente popolo eletto, è sempre pericoloso, perché in nome di questa elezione pensa di avere un compito verso gli altri popoli: dominarli. Nella banconota da un dollaro americano c'è scritto “In God we trust” (in Dio confidiamo), quasi avessero scambiato Dio per la banca della Federal Reserve. La loro risorsa è nel dollaro, non in Dio. Fate [miei] discepoli “tutti” i popoli - dice Gesù - in modo che nessun popolo possa rivendicare una superiorità sopra gli altri.

In secondo luogo vi è il battesimo, che funge da strumento di incorporazione nella nuova fede. Il battesimo viene dato “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Si tratta, quindi, di uno strumento che conduce il nuovo credente nel seno della Trinità, mettendolo in stretta relazione con essa, di cui condivide, ora, la vita. Infatti il battesimo è “nel” nome, è un entrare “dentro il nome”, entrare in un rapporto di fedeltà. La missione viene concepita come un raccogliere le genti attorno all'annuncio di salvezza, per ricondurle tutte in seno a Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Allo stesso tempo, “nome” al singolare (non “nomi”) sottolinea l'unicità delle tre Persone trinitarie.

Il terzo momento è l'insegnamento, espresso dal verbo “didáskō”. Esso riguarda tutte quante le cose che Gesù ha comandato. Gli apostoli non devono limitarsi a battezzare. Devono insegnare a quanti sono stati battezzati, come si compie la volontà di Dio. Il loro insegnamento deve essere duplice, in tutto simile a quello di Gesù: con la parola e con le opere. Devono mostrare visibilmente – e non solo per via uditiva – come si osserva tutto ciò che Gesù ha comandato. Se l'insegnamento manca della via visibile, esso non è più vero insegnamento, è invece insegnamento monco. Non produce frutti. Come ha insegnato Cristo, così devono insegnare loro al mondo intero. È questa la legge della vera evangelizzazione. Tutto il resto è teoria sterile.

Ora Gesù fa loro una grande promessa: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. Con questa fede gli Inviati dovranno presentarsi dinanzi ad ogni uomo. La presenza di Gesù non è di compagnia. È presenza operativa. Gesù opererà in loro e per mezzo di loro le sue grandi opere di salvezza e di redenzione. Ieri e oggi, domani e sempre, così dovrà essere svolta l'evangelizzazione dei popoli.

Il vangelo di Matteo termina come era cominciato. All’inizio ci fu annunciato il nome dell’Emmanuele, Dio con noi, come era stato annunziato dal profeta Isaia (Mt 1,23). Ora ci  assicura che quella profezia è diventata realtà permanente: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. In altre parole, Gesù continua ad essere l’Emmanuele, il Dio con noi. La storia è fatta di tanti “giorni” ed ogni giorno Gesù è con noi. Non c’è giorno sì, giorno no, giorni alterni: ogni giorno, nella quotidianità della vita. Che dramma aver relegato il Signore in cielo e non essersi accorti del Signore che sta con noi tutti i giorni, un Signore che crediamo non sia diventato muto col tempo, ma che continua a parlare anche se non è ascoltato.

Concludendo il suo vangelo, Matteo ha formulato le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli sul modello di quello che chiudeva la bibbia ebraica, la quale termina con il secondo libro delle Cronache,  con  le  parole  di  Ciro  re  di  Persia,  quello  che  concesse  la  libertà  agli  ebrei deportati in Babilonia: 

2Cronache 36:23 «Dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!».

Con il decreto di Ciro gli israeliti da Babilonia, terra di prigionia, erano invitati ad andare in Giudea, terra di libertà; con Gesù, i discepoli, dalla Giudea devono andare verso tutte le nazioni. Il decreto di Ciro era per andare a costruire un tempio; tramite gli apostoli Gesù costruirà un nuovo tempio – la chiesa  - e questo è il finale straordinario di questo vangelo.

In aggiunta, il vangelo di Matteo inizia con le parole: “Biblos geneseōs Iēsou Christou” (Mt 1,1), “Libro della genesi di Gesù Cristo”. Inizia cioè con le parole del primo libro della bibbia (Genesi), e lo chiude con quelle dell’ultimo libro della bibbia ebraica (2Cronache): è una maniera per racchiudere in Gesù tutta la storia del popolo di Israele. Dall’inizio della bibbia alla fine della bibbia tutto è racchiuso in Gesù, e adesso non è finito, bisogna rimboccarsi le maniche - e coscienti che lui è presente, andare verso tutti gli uomini.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mag 5, 2026

6a Domenica di Pasqua

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6a Domenica di Pasqua (anno A)

(Gv 14,15-21)

 

Giovanni 14:15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.

Giovanni 14:16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre,

Giovanni 14:17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Giovanni 14:18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi.

Giovanni 14:19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.

Giovanni 14:20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.

Giovanni 14:21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

Prima viene l'amore e poi l'osservanza dei comandamenti. Si ama Cristo e per questo si osservano i comandamenti. L'amore per Cristo è una forza travolgente. Quando questa forza è nel cuore si è capaci anche del martirio. Se ci lasceremo prendere dall'amore di Cristo, in questo amore ritroveremo l'amore per noi stessi e ritrovando l'amore per noi ritroveremo anche il giusto amore per gli altri. Chi non si lascia conquistare dall'amore di Cristo, mai potrà osservare i suoi comandamenti. I comandamenti da se stessi sono un obbligo, un dovere, un peso. Invece dall’amore di Gesù i comandamenti sono trasformati in desiderio, in volontà. Si dona la vita a Gesù perché Gesù ami attraverso di noi. Ma chi può creare in noi l’amore per Cristo e quindi l’amore per compiere la sua volontà?

Se noi vogliamo amare Gesù, se chiediamo a Lui che diventi la nostra stessa vita, Egli viene in nostro soccorso, e compie il nostro desiderio. Come? Gesù pregherà il Padre e il Padre ci darà un altro Paraclito, perché rimanga sempre con noi. Il Paràclito è l’Avvocato, ma anche il Maestro, l’Aiuto, il Sostegno, il Suggeritore, la Guida, Colui che ci prende per mano e ci conduce a Cristo, affinché in Cristo, con Cristo, per Cristo, possiamo avere accesso al Padre. Il Paràclito è il ”frutto” della preghiera di Gesù Cristo. Il Padre lo dona a tutti coloro che amano Cristo e osservano i suoi comandamenti. 

Lo Spirito Santo è dato per via sacramentale. Agisce nei sacramenti. Ci rigenera e ci fa figli nel Figlio. Ci fa testimoni di Cristo. Ci consacra e ci rende sacerdoti di Cristo. Per lo Spirito Santo che agisce in lui, il sacerdote perdona i peccati e trasforma un pezzo di pane e qualche goccia di vino in Corpo e Sangue di Cristo Signore. Lo Spirito Santo agisce – si insegnava una volta – “Ex opere operato non ex opera operantis”. Questo insegnamento è vero. Altrimenti non avremmo la certezza della validità di nessun sacramento. Una cosa che si insegna poco è però questa: la conversione, l’attrazione a Cristo, la santificazione delle persone, avvengono attraverso lo Spirito Santo che agisce nel cristiano, chiunque esso sia – fedele laico o sacerdote. L'amore di Cristo che vive nel cristiano diviene e si trasforma in lui in potenza di Spirito Santo e lo Spirito attrae a Cristo, a Lui converte, a Lui conforma, a Lui rende simili. Più forte è l’amore di Cristo in noi e più grande è la forza dello Spirito Santo operante in noi.

Lo Spirito Paràclito è lo Spirito di verità. Nello Spirito conosciamo la verità del Padre e la verità del Figlio. Lo Spirito è anche la nostra verità. Se siamo nello Spirito Santo ci conosciamo. Se non siamo nello Spirito mai ci potremo conoscere. Ma perché il mondo non può ricevere lo Spirito di verità? Perché il mondo è sotto il potere del principe di questo mondo che è spirito di inganno, di menzogna. Chi vive nel mondo, prima deve lasciare il mondo. Abbandonato il mondo, lasciatosi afferrare da Cristo, ama Cristo, osserva i suoi comandamenti, riceve lo Spirito di verità. Quello che avviene il giorno di Pentecoste deve avvenire ogni giorno.

Per noi ricevere lo Spirito Santo non necessita l’uscita dal mondo. Basta la blanda frequenza di due o tre anni alla catechesi. Basta una formazione razionale per la conoscenza delle verità della nostra santa fede. Questa è immane stoltezza. Se uno non esce dal mondo, non riceve lo Spirito! Lo Spirito non opera in chi rimane nel mondo; opera in chi esce dal mondo. Il cristiano è chiamato ad uscire dal mondo, cioè dal peccato, dalla menzogna, dalla falsità, dagli idoli. Convertirsi dagli idoli a Dio è condizione indispensabile perché lo Spirito Santo possa agire ed operare in noi e per mezzo nostro.

Essendo nelle tenebre, il mondo né vede e né conosce lo Spirito di verità. I discepoli conosceranno lo Spirito Santo perché lo Spirito rimarrà presso di loro e sarà in loro. Lo Spirito Santo sarà l’anima della loro anima, il cuore del loro cuore, lo spirito del loro spirito, il sentimento dei loro sentimenti, la volontà della loro volontà, il pensiero dei loro pensieri. Loro Lo conosceranno perché Lui abiterà in loro, dimorerà in loro, si farà conoscere da loro. La conoscenza dello Spirito Santo non avviene per via razionale. È invece per trasformazione in spirito di tutta la nostra vita. Questa trasformazione solo Lui la può operare. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Apr 27, 2026

5a Domenica di Pasqua

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V Domenica di Pasqua  (anno A)

(Gv 14,1-12)

 

Giovanni 14:1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.

Giovanni 14:2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;

Giovanni 14:3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.

Giovanni 14:4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».

Giovanni 14:5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?».

Giovanni 14:6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

 

Gesù sta per lasciare i suoi discepoli. La sua morte in croce di sicuro turberà il loro cuore, scuoterà la loro fede e la purificherà da tutte le imperfezioni che per anni si erano accumulate sopra di essa. La fede di volta in volta deve essere scossa, altrimenti è troppo grande la polvere delle sovrastrutture che la mente e i pensieri degli uomini sempre vi aggiungono. La morte in croce di Gesù Cristo, del Messia, deve scuotere la fede del popolo dell’Alleanza al fine di darle la sua giusta e vera dimensione celeste. Con la fede nel Messia crocifisso e risorto si deve confrontare ogni pensiero della terra. È una grazia quando la nostra fede viene scossa da Dio. Una fede non pura, non allineata con i pensieri di Dio produce sempre dei turbamenti. Se i discepoli di Gesù vogliono avere una fede purificata, devono iniziare a credere nel Messia crocifisso. Da qui inizia il vero cammino di fede per ogni uomo.

Gesù presenta la sua morte come un viaggio di andata e ritorno. Ma dove va Gesù e perché va? Va nella casa del Padre suo. Va per preparare un posto ai suoi discepoli. Nella casa del Padre suo vi sono molte dimore, molti posti. Nessuno li può contare. Questi posti, però, vanno però preparati, assegnati. Gesù va, prepara i posti, assegna un proprio posto a ciascuno dei suoi. Ognuno in Cielo può avere la sua propria casa o abitazione. Il Cielo è senza limite di spazio.

Gesù non solo parte, non solo va, non solo prepara il posto per ciascuno dei suoi, ma torna. Torna per portare con sé tutti i suoi discepoli. Dove è Lui devono stare anche loro. Dove abita Lui devono abitare loro. È questa la verità dell'amore: la comunione eterna; l'essere una cosa sola con la persona amata per tutta l'eternità. Un amore che si divide, si separa, che viene meno, non è amore. L'amore è senza fine. L'eternità e la verità al nostro amore, solo Gesù la può donare. Chi è senza Cristo mai conoscerà la verità e l'eternità del suo amore. Non può, perché solo Cristo è eternità e verità. La nostra società ha perso la verità e l'eternità dell'amore. Significa che ha perso Cristo.

I discepoli sanno già – o almeno dovrebbero sapere – dove Gesù sta per recarsi ed anche la via che dovrà percorrere. Il luogo è la casa del Padre, il suo Cielo. La via è la croce. È la croce la scala attraverso la quale Gesù sale presso il Padre suo. Questa via Gesù l'aveva indicata sia come sua propria via, ma anche come propria di ogni suo discepolo. Questa via era però impossibile da accogliere per la loro fede ancora non scossa dalla morte in croce.

Tommaso dice con estrema chiarezza e semplicità che loro non sanno dove Gesù va. Se uno non sa dove l'altro sta per recarsi, come fa a conoscere la via che dovrà percorrere? A Tommaso, Gesù risponde con altrettanta semplicità: “Io sono la via, la verità e la vita”. “Io sono la via”: La via nella Scrittura Antica era la Legge, ma Gesù è la via che porta a compimento ogni altra precedentemente tracciata. È la via perfetta, piena, cui nulla si può aggiungere e nulla togliere. Chi vuole andare al Padre deve camminare nella sua Parola.

“Io sono la verità”: La verità è l’essenza stessa di Dio che è essenza di Cristo Gesù. È l’essenza sia della sua divinità che della sua umanità. Gesù è la verità che ci rende conformi a Lui. Nessun altro è la verità. Chi vuole essere vero, diventare vero, deve essere reso partecipe di questa unica e sola verità che fa vero ogni uomo.

“Io sono la vita”: La vita di Gesù è quella eterna, è la vita di Dio, che deve essere partecipata a quanti credono nel suo nome. È Gesù il nuovo albero della vita. Chi si nutre di Lui si fa vita eterna come Cristo è vita eterna. Chi di Lui non si nutre, mai potrà divenire vita eterna. Rimarrà nella sua falsità e nella sua morte.

Ora Gesù dice un pensiero che merita tutta la nostra attenzione: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Questa frase non consente che vi possano essere eccezioni. Chi vuole andare a Dio deve farlo per mezzo di Cristo, della sua via, della sua verità, della sua vita. Chi non vuole andare a Dio per mezzo di Gesù Cristo, semplicemente non va a Dio. Gesù Cristo non è una delle tante vie che conducono al Padre. Egli è la sola via. Non ce ne sono altre. Questo vuol dire che nessuna religione possiede la via, la verità, la vita per accedere al Padre. Solo Cristo è via, verità, vita. Tutte le religioni, nella migliore delle ipotesi, sono via, verità, vita impure, imperfette, incompiute, non portate al loro compimento, oppure sono addirittura via, verità e vita false e menzognere. Neanche l’Antico Testamento è via, verità e vita. È una via incompleta. Manca la verità e la vita eterna. Verità e vita eterna sono date da Cristo.

Oggi molti figli della Chiesa non possiedono più questa fede. Non sanno che la salvezza è oggi che si deve compiere. È oggi che la salvezza è solo in Cristo. Nessun altro può fare l'uomo vero. Dove l'uomo vero non è fatto, lì la salvezza non è compiuta. L'uomo vero lo si deve costruire sulla terra, nella storia. Questa è la missione della Chiesa.  

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Apr 21, 2026

4a Domenica di Pasqua

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4a Domenica di Pasqua (anno A)

 

(1Pt 2,20b-25)

(Sal 22)

 

1Pietro 2:20 ... Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio.

1Pietro 2:21 A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:

1Pietro 2:22 egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca,

1Pietro 2:23 oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia.

1Pietro 2:24 Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; 

1Pietro 2:25 dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.

 

È una grazia per chi conosce Dio soffrire ingiustamente. È grazia non la sofferenza, ma la possibilità che Dio dona, attraverso l’ingiustizia subita, di liberarsi dalla propria superbia. Che gloria ci sarebbe infatti a sopportare la sofferenza perché abbiamo sbagliato? Se si soffre perché uno ha peccato, ha trasgredito la legge di Dio e degli uomini, questa afflizione o sofferenza non è per grazia, è per colpa. Questa sofferenza, se vissuta nella conversione, nella pazienza di Cristo,  diviene e si trasforma anche in grazia. È grazia però in quanto aiuta a redimere la propria colpa, aiuta anche a liberarci dalla nostra superbia, se tutto viene accolto nell'umiltà. La gloria non è nel castigo, ma nella redenzione del castigo e nella santità che nasce dal castigo redento e santificato dall’umiltà con la quale si vive.

“Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio”. Il cristiano non deve fare il male. Il cristiano è colui che vive di verità, nella santità di Cristo, nell'imitazione di Cristo. Deve restare nel bene, e dal bene nel quale dimora deve sopportare con pazienza ogni sofferenza. È questa la via della sua santificazione, come lo fu anche di Cristo.

Pietro ora dice che questa è la nostra chiamata (v. 21). La sofferenza ha lo scopo di liberarci da ogni vanagloria, orgoglio, arroganza spirituale. “Poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme”: La differenza tra noi e Cristo c’è ed è grande. Noi soffriamo a causa dei nostri peccati e delle nostre iniquità. Noi soffriamo per noi. Cristo invece non soffrì per i suoi peccati. Cristo ha sofferto per noi. Per noi ha subito la passione, la croce, la morte. Soffrendo per noi ci ha lasciato un esempio, perché noi lo seguiamo sulla via dolorosa, portando la nostra croce. Cristo è il nostro modello. Egli soffrì da giusto, a causa della giustizia che proclamava. Questa è la verità di Cristo e queste sono le orme che dobbiamo seguire.

Gesù rimase sempre nella più grande giustizia: quella di amare sempre, di non rispondere al male con il male, agli oltraggi con oltraggi, astenendosi da ogni minaccia di vendetta. Lui al male rispondeva con il bene, all’odio con l’amore, agli oltraggi con la preghiera, agli insulti con il perdono. Questo è l’esempio che Lui ci ha lasciato. Gesù “rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia”: sarà il Padre a difendere la sua causa. Dio però difende la causa di Cristo alla maniera divina, non alla maniera umana. La maniera divina è la risurrezione gloriosa del suo corpo e la trasformazione del suo corpo di carne in corpo di spirito, per cui Cristo risorto ormai non muore più.

Anche il cristiano è chiamato a rimettere la sua causa nelle mani di Dio. Saprà il Signore cosa fare e quando farlo per ristabilire il giusto nella sua giustizia, il giusto che ora soffre ingiustamente a causa del peccato dell’uomo. Chi dona la vita a Dio sia nella gioia che nella sofferenza, da Dio la sua vita sarà custodita. Come? Questo nessuno lo potrà mai sapere. Questa scienza è solo di Dio e di nessun altro.

Così continua Pietro: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce”: Gesù non è solo esempio di come si vive la sofferenza. Egli è anche sacramento di vita eterna. Gesù non portò sul legno della croce i suoi peccati. Egli era innocente, santo, senza macchia. Sulla croce, nel suo corpo, portò i nostri peccati, per toglierli dal mondo. Lui li tolse appendendoli alla croce, affiggendoli su di essa, e così li ha distrutti per sempre. Chi vuole, ora può distruggere i propri peccati. Li distrugge lasciandoseli perdonare nel nome di Cristo, ma anche portando la radice della superbia e della concupiscenza sulla croce della sofferenza. Questa verità ogni cristiano è chiamato a farla sua, “Perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia”: Cristo ha portato i nostri peccati sulla croce per toglierli, affinché noi non vivessimo più per il peccato, ma per la giustizia.

Cosa è la giustizia? È il compimento perfetto della volontà del Padre nella nostra vita. Noi viviamo per compiere la volontà del Padre. Viviamo per realizzare la Parola nella nostra vita. Possiamo fare questo grazie a Cristo che ha portato i nostri peccati sulla croce, nel suo corpo, per toglierli dal mondo. Dopo che Cristo è morto sulla croce, chiunque lo vuole e lo desidera può vivere senza peccato, può vivere esclusivamente per la giustizia. “Dalle sue piaghe siete stati guariti”: Siamo stati guariti dalle piaghe del peccato. Se siamo stati guariti, possiamo vivere da sani e si vive da sani operando la volontà di Dio. Se siamo stati guariti, possiamo portare la croce come Cristo, possiamo andare fino in fondo nel compimento della volontà di Dio. Se siamo stati guariti, possiamo dominare, sottomettere alla volontà di Dio ogni moto di superbia, di vanagloria, di orgoglio. Se siamo stati guariti, possiamo affrontare la sofferenza portando anche noi come Cristo la nostra croce.

“Eravate erranti come pecore”: senza Cristo si è come pecore sbandate, senza pastore, pecore abbandonate a se stesse, esposte ad ogni tentazione e ad ogni peccato. Questa è la condizione di chi non conosce il Signore. È senza ovile, senza pastore, senza pascolo, senza meta, continuamente esposto all’uccisione. Senza Cristo, si è già nel regno del tenebre e del male. “Ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime”: Abbracciando la fede, accogliendo la Parola, Cristo viene accolto come pastore e guardiano, guida, sostegno della propria anima. Con Cristo, pastore e guardiano, l’anima cristiana cammina sicura. Per questo il Salmo 22 dice: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni”. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Apr 15, 2026

3a Domenica di Pasqua

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3a Domenica di Pasqua (anno A)

Sal 15


Salmi 15:1 Miktam. Di Davide. Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. 

Salmi 15:2 Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene».

Salmi 15:3 Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore.

Salmi 15:4 Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Salmi 15:5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.

Salmi 15:6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità.

 

“Miktām” è una parola discussa. Deriva da “katam” (incidere, intagliare). Indica qualcosa che è stato scolpito e quindi una scrittura permanente, scolpita per la sua importanza. La Bibbia dei  LXX traduce con “stēlographia” (una scrittura incisa); stēlē era la parola per la “pietra tombale” (per l’iscrizione scolpita su di essa). Perciò “miktām” indica che questo tipo di Salmi (ci sono diversi salmi miktām), sebbene collegati con la morte, vanno verso la speranza della risurrezione. Questo è particolarmente vero del Salmo 15, ma può essere trovato anche negli altri, e comunque quello che d’importante è “scolpito” in questi Salmi va ricavato dalla lettura del Salmo stesso.

Miktām è stato anche inteso come un salmo da recitare a bassa voce, quasi in silenzio, con molta umiltà, perché con questo salmo chiediamo a Dio di non lasciarci nel sepolcro della morte (v. 10). San Girolamo, infatti, traduce “Di Davide” con: “Humilis et simplicis David”.

È un salmo di fiducia, è la preghiera in cui un uomo di Dio esprime la propria fiducia nel Signore. A Dio si chiede protezione. In Dio ci si vuole rifugiare: “Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio”. Il giusto si rifugia in Dio e gli chiede protezione. Da notare il duplice movimento: a) da una parte Dio protegge il fedele (movimento discendente); b) dall'altra, il fedele si affida totalmente a Dio (movimento ascendente). Questo salmo, potremmo quasi dire, descrive il concetto dei Sacramenti, cioè il punto di incontro tra la grazia di Dio che scende (quindi il Signore che opera) e l'uomo che attinge alla grazia e rende culto a Dio.

“Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene”. Ecco la fede del giusto, del timorato di Dio. Dio è il Suo Signore. “Senza di te non ho alcun bene”. Il bene di quest’uomo è solo nel Signore. Niente per lui sarebbe un bene senza il sommo bene, che è Dio, il quale non è solo la fonte dalla quale proviene il bene, ma è "il bene", è "l'unico bene". Questa è vera professione di fede.

“Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”. I "santi" e i "nobili" sono le persone con cui si accompagna il giusto, il consacrato a Dio. Egli riconosce il valore che si trova nella comunione con i santi, con coloro che Dio ha messo a parte, e in cui si riflette la Sua santità.

La nuova traduzione CEI (quella del 2008), traduce: “agli idoli del paese, agli dèi potenti andava tutto il mio favore”, rendendo del tutto incomprensibile il testo che già in ebraico è difficile. È difficile comprendere come qeḏôšîm possa essere tradotto “idoli” invece che “santi”. Ma la traduzione dei LXX e della Vulgata avevano fatto una scelta ben chiara, ed è quella emersa nella traduzione CEI del 1974: “Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”.

“Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi”. È una professione di fede fatta al contrario. Il pio adoratore del vero Dio si impegna a non favorire il culto idolatrico. Una delle caratteristiche dell'idolatria è la "libazione di sangue", che può riferirsi anche al sacrificio umano, soprattutto di bambini. Con gli idoli non si deve avere alcuna comunione, di nessun genere. La distanza deve essere netta. Neanche il loro nome deve essere pronunciato. Sulla bocca del vero adoratore ci deve essere solo il nome del suo Dio. Gli idoli non meritano l'onore di essere nominati.

“Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.

Qui ci sono dei simboli sacerdotali. Sappiamo che nella spartizione della terra di Canaan dopo la conquista, la tribù di Levi non ebbe un suo territorio specifico ma solo città di residenza. Chi era consacrato al culto non doveva essere impegnato nelle strutture sociali, ma doveva fare da intermediario tra Dio e il popolo. La terra dei sacerdoti era Dio stesso, e questo concretamente significava il diritto di ricevere le decime offerte dalle tribù per il proprio sostentamento. Il salmista,  quindi, attraverso delle immagini, esprime questa dedizione del sacerdote al suo Dio.

1.  Il Signore è per lui “parte di eredità” cioè “parte di un territorio”. 

2.  Il Signore  è per lui il suo “calice”, cioè il suo ospite, il suo familiare che lo accoglie.

Il "calice" è segno dell'ospitalità di Dio al suo fedele. È Dio che porge il calice, così come - dal punto di vista strettamente umano - è colui che riceve in casa propria che offre all'ospite il calice. Nell'ultima cena chi offre il calice? È Gesù il padrone di casa, è l'ospite inteso alla latina (per i romani, infatti, l'ospite è colui che ospita e non colui che viene ospitato).

Per l'uomo giusto e pio il Signore è la sua parte di eredità e il suo calice. Non è la terra l’eredità del giusto e neanche le cose di questo mondo. Sua eredità è solo il Signore. Solo il Signore è il suo calice di salvezza, di vita vera. Quest’uomo non si attende nulla dalla terra. È il Signore, nel presente e nel futuro, la sua vita, il suo benessere, la sua prosperità, per questo la vita nelle mani del suo Dio. Questo è abbandono totale, vuole essere solo di Dio, sempre nelle sue mani.

“Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità”. La "sorte" era l'estrazione che si faceva con dei bastoncini di varia lunghezza e voleva significare che il giudizio su una questione difficile veniva lasciata a Dio. Potremmo anche intendere: “Il mio destino è nelle Tue mani”. Il Signore è per il salmista un “luogo delizioso”, è la terra più bella, più prospera e preziosa dei territori ottenuti dalle varie tribù. Il Signore è per il salmista una “magnifica eredità”, il bene più importante da tutelare e da trasmettere. Questa è una visione di grande fede. Si vede Dio come l’unico vero bene, quello che non verrà mai meno. Il concetto della terra, sfuma dal suo significato concreto per diventare il luogo dell'incontro con Dio. In senso spirituale è la ricerca di Dio che durerà fino al termine della nostra vita.

Questa è verità anche della Chiesa, ma creduta da pochi, vissuta da pochi. È una fede  semplicemente stravolgente, perché ci libera da tutti gli affanni per le cose di questo mondo e dona alla nostra vita un respiro divino.  


 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Apr 7, 2026

2a Domenica di Pasqua

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(1 Pt 1,3-9)

 

1Pietro 1:3 Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva,

1Pietro 1:4 per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi,

 

Pietro sa qual è la nuova realtà che è stata creata nel cristiano e che deve essere data ad ogni uomo. Essa è grazia che discende da Dio. A Dio che ci ha fatto un così grande dono deve elevarsi dal nostro cuore un inno di benedizione, di lode. L’inno di benedizione non solo è riconoscenza per il dono che Dio ci ha fatto, è anche conoscenza del dono. Chi non conosce il dono, neanche lo riconosce e quindi non benedice il Signore. La non benedizione è segno di non possesso del dono di Dio. Chi non benedice il Signore non sa cosa il Signore ha fatto di lui e per lui. Nasce dunque l’obbligo di insegnare la verità di Dio, la sua opera.

Non si può insegnare tutto questo secondo verità, se non si insegna chi è Cristo secondo verità. Ogni “diminuzione” di Cristo si fa una “diminuzione” di gloria e di benedizione nei confronti del Padre. Oggi si assiste ad un cristiano “diminuito” proprio a motivo della “diminuzione” che si è fatta di Cristo. Ma anche il Padre ne risulta “diminuito” proprio in ragione della “diminuzione” che si insegna sul Signore Gesù. Chi vuole innalzare il cristiano deve innalzare la verità di Cristo in tutto il suo splendore. Pietro tiene alta la verità di Cristo e di conseguenza tiene alta anche la verità del Padre e del cristiano.

Il Dio che Pietro benedice è il “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. È Padre per generazione eterna. Prima della creazione del mondo il Verbo era presso Dio ed era Dio, perché generato dal Padre nell’oggi dell’eternità. Quest’oggi è prima del tempo, è senza tempo, è eterno. Da sempre e per sempre Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Padre genera il Figlio, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Da sempre e per sempre questa è la vita di Dio.

Dio è benedetto a motivo della sua “grande misericordia”. La misericordia è la ricchezza dell'amore divino, del suo cuore ricco di compassione e di pietà, che sono rivolte verso l'uomo. Da una parte c’è Dio che ha tutto, dall’altra c’è l’uomo che è spoglio, privo di ogni bene. Dio si piega su quest’uomo e lo ricolma di grazia.

La grande misericordia di Dio è rigenerazione, nuova nascita, nuova vita, nuova vocazione. Questi doni divini ci sono dati “mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti”. Il Padre ha risuscitato Cristo Suo Figlio. Ha dato una vita nuova al suo corpo. Questa vita nuova viene concessa ad ogni cristiano. Ogni cristiano è avvolto dalla novità di Cristo, ovvero dalla sua risurrezione a vita nuova in Cristo Gesù. Il cristiano è morto a ciò che era prima, è nato alla vita nuova che si vive in Gesù Risorto.

In Cristo siamo stati generati per una speranza viva: questa speranza è la vita eterna che già inizia in questo mondo. Il cristiano è colui che porta nella sua vita i segni della risurrezione di Cristo, è colui che può vivere da risorto insieme a Cristo già su questa terra. Il cristiano può liberarsi dal peccato. Il cristiano può vivere di verità, di carità, di giustizia, di libertà. Il cristiano può essere nel mondo senza appartenere al mondo. È questa la speranza viva. È speranza viva perché attinge la sua vita nella risurrezione di Gesù che opera in lui. Dove non c’è la risurrezione di Cristo che opera, ogni speranza è morta. La speranza viva è un albero verde che produce frutti per ogni stagione. La speranza morta è albero secco, serve solo per essere gettato nel fuoco.

“Per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi”. La risurrezione di Cristo non esaurisce i suoi frutti su questa terra e la speranza viva alimentata in noi non finisce con la nostra morte. Il cristiano non pone la speranza nelle cose del mondo per il tempo presente. La speranza del cristiano è di essere chiamato ad una eredità eterna. Tutte le eredità di questo mondo si corrompono, marciscono, si macchiano, vengono travolte dal tempo e dalla storia. È sufficiente osservare ciò che avviene attorno a noi per renderci conto che tutto passa. Su niente l’uomo può confidare, su niente può sperare, niente attendere dalla terra e dalla storia. Ciò che la storia crea, la storia anche distrugge e ciò che l'uomo fa, l’uomo anche porta alla rovina. L’eredità invece cui ci chiama il Signore è eterna, non finisce, non diminuisce, anzi si può rendere sempre più grande.

Questa eredità non è conservata per noi sulla terra, ma nei cieli. Dio attende di consegnarcela tutta. Per questa eredità vale proprio la pena perdere tutto, ogni cosa, anche la nostra vita. Per questa eredità dobbiamo essere disposti anche ad andare in croce, come Cristo. A che serve conservarci il corpo per qualche giorno e poi perdere corpo e anima nel fuoco eterno? A che serve avere un momento di eredità del mondo, quando poi il mondo si riprende l’eredità e la nostra stessa anima? A che serve vendersi Cristo per trenta monete d’argento, quando poi la storia si prende le trenta monete e anche l’anima? Questo è il servizio che ci rende la storia. Ci dona il niente per un istante: il tempo di contemplarlo con gli occhi e poi ci deruba del nostro bene eterno. Dio invece no! Ci chiede il niente della storia, che poi è anche suo, per donarci il tutto di Sé e del Suo Regno eterno. 

 

 

 

https://www.movimentoapostolico.org/formazione/parola-commentata/nuovo-testamento/27-prima-lettera-pietro.pdf

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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Mar 30, 2026

Pasqua di Risurrezione

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Pasqua, «Risurrezione del Signore»

Mt 26,14 - 27,66  [5 aprile 2026]

(Col 3:1-4)

 

Colossesi 3:1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio;

Colossesi 3:2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Colossesi 3:3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!

Colossesi 3:4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

 

“Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio”. San Paolo esorta i cristiani a vivere intensamente la loro nuova vita. Il cristiano è invitato a realizzare concretamente, nella vita di ogni giorno, il mistero che si è compiuto in lui il giorno in cui è stato battezzato in Cristo. Quel giorno veramente lui è risorto a vita nuova con Cristo, veramente è stato avvolto dalla gloria della risurrezione, veramente con Cristo è stato portato nel cielo, perché spiritualmente e sacramentalmente lui è nel cielo. Il cristiano è corpo di Cristo e il corpo di Cristo è nel cielo, assiso alla destra di Dio; dunque anche il cristiano è assiso alla destra di Dio. In Cristo risorto, anche il cristiano ha già compiuto la sua traversata da questa riva alla riva del cielo.

Questa è la sua nuova realtà. Se è nel cielo, se è assiso alla destra di Dio, è nata una spiritualità nuova per lui: non deve più cercare le cose della terra, deve cercare le cose del cielo. Ma con il suo corpo di carne egli è ancora sulla terra. È sulla terra ma per cercare le cose del cielo, le cose di Dio. Sulla terra egli è come uno spigolatore. Lo spigolatore è in un campo mietuto. C’è molta paglia, ci sono poche spighe. Lui deve essere capace di raccogliere tutte le spighe, lasciando la paglia sul campo. La paglia non lo nutre, il buon grano sì che lo nutre. Se lui raccoglie paglia invece di spighe, fa un lavoro vano. Così dicasi del cristiano. Egli è sulla terra: ci sono le cose che non appartengono al cielo, ma ci sono anche quelle che manifestano e rivelano il cielo. Lui deve essere capace di scartare, lasciare, abbandonare tutto ciò che non rivela il cielo, anzi allontana dal cielo, per dedicarsi solo alle cose che sono del cielo, che fanno discendere il cielo sulla terra, perché portano in questo mondo la verità, la giustizia, la carità, e ogni altra virtù celeste.

“Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Le “cose di lassù” sono la volontà di Dio, le cose della terra sono invece la volontà degli uomini. Il cristiano deve camminare in mezzo alla tentazione. Da un lato ci sono gli interessi di Cristo, e che sono l’edificazione del regno di Dio e della sua giustizia. Dall’altro lato ci sono i pensieri dell’uomo, diametralmente opposti ai pensieri di Cristo. Chi si lascia conquistare dai pensieri dell'uomo dimentica il cielo. Come fare e come operare per non pensare alle cose della terra ma a quelle di lassù? Bisogna avere prima di tutto un sano discernimento tra le cose del cielo e le cose della terra. Chi non separa, non discerne, non distingue, vive in perenne confusione. Fa le cose della terra pensando che siano cose del cielo, fa le cose del cielo come se fossero le cose della terra. Fatta la dovuta distinzione, occorre operare la morte al peccato e la risurrezione alla vita della verità, aiutati in questo dalla grazia di Dio, che bisogna attingere ogni giorno nella preghiera quotidiana, innalzata a Dio senza interruzione, nella consapevolezza che l’uomo vive avvolto dalle cose del mondo, e se trascura lo scopo per cui vive, immediatamente si lascia attrarre dalla terra, dimenticando il cielo.

“Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio”! San Paolo dà ora la ragione profonda che deve sempre animare il cristiano nella continua ricerca delle cose del cielo. La terra ci apparterebbe se noi fossimo ancora in vita. In realtà tutto ciò che appartiene alla terra, non appartiene più al cristiano, perché egli è realmente morto nel corpo di Cristo. Se è morto, se è stato trasformato in corpo di gloria, non può più nutrirsi delle cose della terra. Lui ha cambiato natura, è un altro uomo, non è più quello che è nato secondo Adamo. Ora è nato secondo Cristo. Come Cristo non appartiene più alla terra, così il cristiano non può più appartenere alla terra.

Questa è realtà misterica. La nostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quella che viviamo nel nostro corpo dovrebbe essere solo una vita apparente, una vita cioè che appare, ma che non è la vera vita, perché la vera vita del cristiano è quella che egli vive nel suo spirito. La vera vita del cristiano è quella che è in Dio nascosta con Cristo. È nascosta perché è una vita da risorti con Cristo. Vive questa vita nel suo corpo di carne ma solo come via per rivestire totalmente Cristo, come momento in cui egli tende verso il cielo, fino al completamento in lui della perfetta realizzazione di Cristo. Questa che il cristiano vive nella carne è solo una vita temporanea, di qualche istante. La vive perché ancora manca qualcosa alla completa realizzazione di Cristo in lui. Deve per questo operare come lo spigolatore. Egli deve solo prendere ciò che nutre il suo spirito che è stato ricreato e rinnovato in Cristo Gesù. Questa è la vocazione del cristiano, la sua missione sulla terra. Ma se lui non si pensa uomo nuovo in Cristo, tutto sarà alla fine inutile. Tutto si rivelerà cosa vana. Non vale allora dare qualche principio di sana moralità. Il cristiano non è uno che deve vivere per la realizzazione di qualche principio morale. Il cristiano deve vivere per portare a compimento sulla terra il mistero che già si è compiuto per lui in Cristo. Egli deve vivere la sua nuova, vera vita; deve abbandonare la sua vita apparente; anzi deve fare di questa vita apparente una scala per raggiungere la vera vita che è nascosta con Cristo in Dio. Questa è la vera vocazione del cristiano e questo il lavoro quotidiano che deve svolgere.

“Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria”. Il cristiano vive ora il tempo della fede e non della visione. Se potesse vedere quanto Cristo ha operato in lui con il suo Santo Spirito il giorno del battesimo, egli rimarrebbe senza fiato, non crederebbe ai suoi occhi. Il mistero che si è creato nel battesimo è così alto, così profondo, così largo, da lasciarci strabiliati, se il Signore dovesse manifestarlo ai nostri occhi. Ma questa grazia è difficile che si possa realizzare. Dobbiamo andare a Dio per fede. Dobbiamo fidarci di Lui, dobbiamo fare della sua Parola l’unica certezza della nostra vita.

Il cristiano vede con gli occhi della carne le falsità che lo avvolgono e lo tentano; non vede con gli occhi del suo spirito le verità invisibili che dovrebbero invece attrarlo verso Dio. Quando il cristiano uscirà da questo mondo di illusione? Quando si manifesterà a lui la vera vita che egli ha già indossato il giorno del suo battesimo e che è ora nascosta con Cristo in Dio? Per San Paolo tutto si compirà il giorno della risurrezione gloriosa nell’ultimo giorno. In quel giorno avremo tutta la visione della gloria e solo allora capiremo tutto il mistero del battesimo. Ora dobbiamo solo camminare alla luce della fede, fidarci totalmente di Cristo. Ora è il tempo dell’ubbidienza e della ricerca delle cose che sono del cielo. Se attraverso la fede cerchiamo le cose di lassù, noi a poco a poco gusteremo, senza però poterlo vedere, il mistero del nostro battesimo. Lo contempleremo con gli occhi del nostro spirito, lo ameremo, lo realizzeremo. Una cosa deve essere certa: questo è il mondo delle apparenze, delle vanità, delle tenebre, dell’inganno, della tentazione. Rivestirà la gloria di Cristo nel regno dei cieli, chi avrà passato attraverso questo mondo vincendo il male e cercando le cose di lassù. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

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(Mt 26,14 - 27,66)

 

Matteo 26:17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».

Matteo 26:18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».

Matteo 26:19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Matteo 26:20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Matteo 26:21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».

Matteo 26:22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».

Matteo 26:23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

Matteo 26:24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Matteo 26:25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

 

La parola “azzimo” è formato dalla “a” privativa che significa “senza” e “zymos” che è il lievito. Gli azzimi sono i pani senza lievito. Secondo la tradizione ebraica la vigilia della Pasqua, il 14 di Nisan, si doveva far scomparire dalle case tutto il lievito e così il pane era cotto senza lievito.

I discepoli si “avvicinarono” a Gesù. Questa collegialità dei discepoli evidenzia l'ecclesialità del racconto. L'aspetto cristologico, invece, viene evidenziato dal fatto che essi convergono tutti verso Gesù, indicandone in tal modo la centralità; essi, inoltre, gli chiedono dove preparare la sua pasqua: dove vuoi che ti [a te] prepariamo la pasqua? Gesù inoltre sottolinea come questo tempo sia il suo tempo (v. 18). Gesù ha piena consapevolezza che era giunto il tempo decisivo (kairòs) per l'attuazione del progetto del Padre. Il kairos è il tempo designato, il tempo dell'adempimento.

Vi è un profondo connubio tra Gesù e i discepoli, formano una sorta di nuova entità. Si tratta di una assimilazione dei discepoli alla stessa pasqua di Gesù, così che il loro fare memoria della pasqua del Signore è un rendere perennemente presente e attuale in mezzo a loro la sua Pasqua, anzi loro diventano il segno della Pasqua del Signore: “Il Maestro ti manda a dire [...] farò la pasqua da te con i miei discepoli”.

Significativo il commando di Gesù di preparare la sua Pasqua “dal tale”. Non “un tale”, ma “il tale”. L'articolo determinativo, pur lasciando nell'anonimato il tale, tuttavia lo determina nell'ambito di una categoria di persone presso le quali Gesù ha ordinato di celebrare la sua Pasqua. Questo “tale” doveva essere di fatto un discepolo di Gesù, considerato che Gesù si presenta a lui come il “Maestro dice”. Chi è questo tale? Ci incuriosisce. Ecco, questo tale sono io che leggo. Il maestro mi manda a dire attraverso i suoi discepoli che il suo tempo è vicino e vuole mangiare la pasqua con me, mi invita alla sua cena. Il vangelo è scritto per chi legge, non per quel tale.

“Venuta la sera” Gesù si mise a mensa “con i Dodici” (v. 20); ed essi mangiano questa Pasqua, che non è loro, ma del Signore. Essi ne fanno comunque parte, la assimilano. Anche chi sta per consegnare Gesù è reso, fino all'ultimo, partecipe del destino di morte redentiva del suo Maestro. Ma per lui non vi sarà salvezza: “sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato” (v. 24).

“Uno di voi mi tradirà”. Gesù sa chi è colui che lo sta per tradire, però non lo svela. Gesù ha parlato al futuro, non al passato. Se avesse parlato al passato: “Uno di voi mi ha già tradito”, ognuno poteva sospettare degli altri, ma non di se stesso. Poiché Gesù parla al futuro, ognuno sospetta di se stesso. Ognuno pensa che potrebbe essere proprio lui a tradire, e lo chiede al Signore: “Sono forse io, Signore?”. Gesù risponde a tutti, in una maniera però così prudente e saggia da permettere a ciascuno di sapere che non era lui, senza però poter identificare chi realmente fosse il traditore: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà”. A quei tempi non c'erano né cucchiai né forchette, ma ognuno dei convitati prendeva con le mani dal piatto comune quanto gli era necessario. Ognuno poteva sapere di non essere lui perché ancora non aveva intinto con Gesù la mano nel piatto. Ognuno però non sapeva chi fosse il traditore, perché non sapeva chi aveva già intinto la mano con Gesù nel piatto.

Vi è una certa distanza tra Giuda e gli altri apostoli, che l'evangelista Matteo ci fa notare nel diverso modo che essi hanno nell'approcciarsi a Gesù. Di fronte alla denuncia del tradimento che sta per compiersi, i discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo “Signore” (v. 22). Giuda, invece, vede in Gesù soltanto un “rabbì” (v. 25) che lo ha deluso. Non c'è stata in lui nessuna crescita spirituale. Il rabbi (maestro) è quello che ti dice delle cose, le impari e poi fai senza di lui perché diventi maestro anche tu. È vero che Gesù è uno che ti insegna delle cose, ma soprattutto è uno che ti ama e dà la vita per te. È questa la differenza radicale tra Signore e maestro.

“Guai a colui per il quale il Figlio dell'uomo viene tradito”. L'espressione greca è “ouai” ed era l'espressione tipica del lamento funebre. Gesù piange Giuda come morto.

Giuda era nel Cenacolo, nel luogo più sacro in quell'istante, come a significare che nella santità di Cristo e della Chiesa ci sarà sempre la presenza del peccatore. Come Gesù Cristo è stato tradito da un suo discepolo, così la Chiesa sarà sempre tradita dai suoi figli. Nel momento della più grande santità ci sarà sempre il momento del più grande tradimento.

 

 

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Mar 16, 2026

5a Domenica di Quaresima

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5a Domenica di Quaresima (anno A)

 

(Rm 8,8-11)

 

Romani 8:8 Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.

Romani 8:9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.

Romani 8:10 E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione.

 

Paolo non vuole che qualcuno si faccia illusioni: quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Dall'accettazione di questa verità nasce in noi la possibilità di un cammino nuovo. Se invece ci lasciamo conquistare dall'illusione, ogni cammino verso l'alto diventa impossibile, ed è sempre impossibile finché l'uomo avrà l'illusione di piacere a Dio mentre invece a Dio non piace, perché è guidato e condotto dalla sua carne. Non può piacere a Dio perché la carne vuole l'affermazione di sé e l'annullamento di Dio, vuole la divinizzazione dell'uomo e di conseguenza la sottrazione dell'uomo a Dio. Chi vive secondo la carne è in rivolta a Dio, anzi Dio gli è nemico, è colui che toglie spazio all'uomo perché ne vuole governare la vita. Costui per affermarsi nella sua carne vuole la morte di Dio.

Questa drammaticità nella scelta divenne realtà con Gesù Cristo. Egli fu messo in croce, perché la sua presenza richiedeva la morte della carne nella quale si era caduti. La carne uccise Dio, lo appese al legno della croce, lo tolse di mezzo. Questa opposizione accompagnerà l'uomo per tutti i giorni della sua vita, poi si trasformerà o in morte eterna o in vita eterna, o per sempre lontano da Dio, o per sempre vicino a Dio.

Ma noi possiamo e dobbiamo piacere a Dio. Lo possiamo e lo dobbiamo perché non siamo sotto il dominio della carne, ma sotto il dominio dello Spirito Santo che abita in noi. “Voi però non siete sotto il dominio della carne”, afferma San Paolo. Questa è la verità che deve essere fatta propria da ogni cristiano. L'uscita dal dominio della carne significa che l'uomo è stato veramente riscattato, liberato, è iniziato il cammino lungo, faticoso, pieno di pericoli che dovrà condurlo verso la patria del cielo, nella completa libertà da ogni schiavitù.

Altra verità che Paolo non smette mai di ricordare è che il cristiano è sotto il dominio dello Spirito e lo attesta il fatto che lo Spirito di Dio abita in lui. La carne è menzogna, egoismo, disobbedienza, allontanamento da Dio. Lo Spirito invece crea libertà, amore, comunione, obbedienza, sottomissione a Dio. Pertanto, “se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene”: Affermazione ovvia e banale, se non fosse per il fatto che troppo facilmente si presume di essere di Cristo. Se lo Spirito opera la distruzione della carne, se lo Spirito crea l'uomo nuovo, se lo Spirito conduce il credente verso la pienezza della vita e della verità, è anche vero che chi è senza lo Spirito di Cristo non può appartenere a Cristo. Non appartiene a Cristo perché appartiene alla carne, e anche se Cristo lo ha comprato a caro prezzo spargendo il suo sangue sulla croce, se l'uomo è ritornato per sua volontà sotto il dominio della carne, quest'uomo non può appartenere a Cristo. Appartenere a Cristo non è semplicemente una appartenenza dovuta al fatto che con il sacramento del battesimo l'uomo è uscito dal dominio della carne per entrare in quello dello Spirito. Questa è appartenenza iniziale, incipiente. È necessario che questa appartenenza si trasformi in dimora abituale dello Spirito dentro di noi. Siamo di Cristo, apparteniamo a Lui perché Lui ci ha comprati con il suo sangue preziosissimo, ma noi possiamo liberamente uscire da questa appartenenza attraverso la nostra consegna al peccato e alla morte.

“E se Cristo è in voi”: Cristo è in noi se il suo Spirito abita in noi. Lo Spirito vi abita se l'uomo rimane nella verità. Se il credente ha conformato veramente il proprio modo di vivere allo Spirito di Cristo, allora “Il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione”. Lo spirito dell'uomo è stato ricolmato della vita di Cristo, ma questa vita non è un frutto prodotto dall'interno dell'uomo, come l'albero produce naturalmente i suoi frutti. Questa vita gli viene dall'esterno, gli viene a causa della giustificazione, cioè della volontà di Dio di rendere l'uomo giusto in Cristo.

La giustificazione non avviene automaticamente, senza la partecipazione della volontà dell'uomo. Essa si compie nell'uomo attraverso un atto di fede in Cristo. La giustificazione non è senza fede, perché altrimenti l'uomo sarebbe privato della sua volontà. Ora, ciò che rende uomini è proprio la volontà, tolta la quale non si è più uomini. Dio permette che un uomo finisca nelle tenebre eterne anziché privarlo della sua essenza di uomo. È questo il mistero tremendo della costituzione ontologica dell'uomo ed è in questa costituzione ontologica anche il mistero del peccato. Quelli che propugnano una giustificazione puramente oggettiva nella quale ogni uomo viene salvato e redento, quelli che propongono l'abolizione dell'inferno o la sua temporaneità, costoro non sanno che propugnando tali teorie essi distruggono se stessi nella loro realtà ontologica, perché si dichiarano non uomini, esseri cioè non dotati di volontà e di autodeterminazione.

Purtroppo oggi l'uomo non si conosce più, e non si conosce perché non conosce Dio, e non conoscendo Dio non può neanche conoscere se stesso. Che l'uomo non si conosca, lo attesta proprio il fatto che si è autodistrutto nella sua realtà ontologica. Ma la distruzione dell'uomo attesta un'altra tremenda realtà. Se l'uomo non si conosce è perché lo Spirito di verità non abita in lui. Se il cristiano non si conosce è il segno manifesto che è ritornato nella carne, perché solo chi è nella carne non conosce Dio, e l'ignoranza nella quale egli vive è a suo gravissimo danno.

Il cristiano non ha una vocazione alla mediocrità, o semplicemente a non peccare. Il cristiano possiede una vocazione alla più alta santità. Egli è chiamato a sviluppare ogni dono di grazia e di verità per farlo fruttificare al massimo. Il minimalismo, la mediocrità, la superficialità, non sono la vocazione del cristiano. La sua vocazione è invece il raggiungimento della conformazione a Gesù Signore. Oggi ci stiamo dimenticando della vocazione che abbiamo ricevuto. Stiamo vivendo come se fossimo senza alcuna vocazione da realizzare, addirittura come se il nostro corpo fosse condannato a peccare. Invece San Paolo ci dice che il cristiano o è uno che è preso e condotto dallo Spirito Santo, o non è cristiano.   

 

 

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Mar 10, 2026

4a Domenica di Quaresima

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4a Domenica di Quaresima (anno A)

(Gv 9,1-41)

 

Giovanni 9:8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».

Giovanni 9:9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Giovanni 9:10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

Giovanni 9:11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

Giovanni 9:12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

Giovanni 9:13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

Giovanni 9:41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

I vv. 8-9 nel presentare gli attori principali di questa inchiesta, la gente e il cieco, pongono sotto indagine l'identità del cieco guarito, che viene definito come “mendicante” e che “stava seduto”.  L'essere seduto parla di una condizione di vita che rendeva incapace l'uomo di una qualsiasi autonomia, ponendolo ai margini della vita sociale e religiosa. Ad accentuare questo stato di cose viene sottolineato come la sua vita miserevole dipendesse dalla generosità dei passanti. Ma è il suo stato di cecità che lo isola e lo immobilizza completamente, impedendogli un qualsiasi normale rapporto sociale. In buona sostanza viene qui descritto lo stato spirituale di un Israele reso cieco da una religiosità fondata sulla lettera della Legge e che lo rendeva incapace di una qualsiasi evoluzione spirituale verso Dio, riducendo il suo rapporto ad una mera esecuzione fisica della Torah. Israele, dunque, era spiritualmente in panne. Su questo stato di cose si accende il dibattito sotto forma di indagine. Attori di questa indagine sono “quelli che lo avevano visto prima”.

Ci si trova di fronte ad un'indagine posta all'interno di un quadro confuso e incerto, da un susseguirsi di pareri discordi e convulsi: “Alcuni dicevano: È lui; altri dicevano: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: sono io!” (v. 9). Tutti i verbi sono posti all'imperfetto indicativo per indicare la continuità di questo interrogarsi, di questo indagare, che solo il cieco risanato è in grado, almeno in parte, di dipanare.

Il v. 10 pone la questione fondamentale: “Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Si tratta ancora di un'indagine superficiale perché si chiede soltanto come sia avvenuta la sua guarigione. Ma qui Giovanni pone di fatto un principio sistematico di interpretazione dei segni: di fronte ad un evento straordinario e portentoso è necessario interrogarsi, indagare sul suo compiersi, ma senza fermarsi alle apparenze, interrogandosi piuttosto su queste, trascenderle per giungere a ciò che esse esprimono. Serve dunque una seconda lettura più profonda perché i miracoli, ancor prima di essere espressione dell'irrompere della potenza divina in mezzo agli uomini, sono dei segni che rimandano a ciò che essi significano nelle loro apparenze. Proprio per questo il cieco dettaglierà quanto gli è successo, perché, riflettendo e indagando sul segno si giunga a scoprire quella luce che lo ha illuminato (v. 11).

I vv. 11-12 riportano da un lato la testimonianza del cieco guarito, che descrive quanto gli è successo, ma senza andare oltre (v. 11); dall'altro compare la prima domanda di senso: “Dov'è questo tale?” (v. 12), che spingerà oltre la ricerca e l'indagine su Gesù, portando il caso alle autorità religiose (v. 13).

La prima risposta che il cieco dà ai suoi interlocutori è una indicazione generica: “Quell'uomo che si chiama Gesù”. Significativo qui l'uso del termine “anthrōpos” che indica un uomo in senso generico, non ben definito, denunciando in tal modo una conoscenza ancora imperfetta del suo guaritore. Egli certo ne conosce il nome, ma soltanto per sentito dire (“si chiama Gesù”); sa che attraverso una sua ritualità e dei comandi da lui impartiti e di cui non conosce il senso, gli ha acceso la luce negli occhi e nel cuore; ma gli manca ancora l'esperienza diretta, che, sola, gli può fornire una conoscenza piena, portando a compimento il suo cammino di illuminazione. Ma prima di giungere a questo egli deve attraversare ancora molti interrogativi e superare molti ostacoli; deve dare ancora altre testimonianze, difendere e annunciare lui stesso il suo salvatore, e, cacciato dalla sinagoga, giungere fino ad una scelta obbligata, quella dell'abbandono della sua vita precedente. Soltanto a questo punto egli lo incontrerà e lo proclamerà “Signore” (v. 38).

Ma quanto il cieco risanato ha attestato ai suoi interlocutori (v. 11) è ancora del tutto insufficiente per definire chi veramente sia questo Gesù. Si rende, quindi, necessario trovarlo, sapere dove si trova: “Gli dissero: Dov'è questo tale? Rispose: non lo so”. Il nome di Gesù è sostituito da un pronome (“questo tale”), che indica come la conoscenza di Gesù sia ancora superficiale e abbia quindi bisogno di una maggiore investigazione prima di giungere al nome, che nella cultura degli antichi indica l'essenza stessa della persona. L'esito di questa ricerca, infatti, risulta inefficace: “Non lo so”, letteralmente “Non ho visto” (ouk oida) e quindi non so. È dunque l'assenza del vedere, la sua cecità che gli ha impedito di cogliere “Dove” si trova il suo salvatore. Certo il cieco risanato ha incontrato Gesù, che lo ha guarito, ma questa esperienza di Gesù egli l'ha fatta quando ancora era cieco, quando ancora doveva arrivare alla vasca di Siloe e lavarsi con l'acqua viva. Fu dunque un incontro salvifico sì, ma che richiedeva tutto un cammino per giungere pienamente a vedere il suo salvatore. Per questo egli ancora “Non sa”.

È dunque giocoforza che la ricerca continui, ora presso le autorità religiose, quelle che dovrebbero essere la luce che illumina Israele. Il cieco viene condotto presso i farisei per essere sottoposto alla loro valutazione. Significativa l'annotazione con cui termina il v. 13: “quello che era stato cieco”, per sottolineare, da un lato, l'avvenuto cambiamento di stato di vita: da cieco a vedente; da incredulo a credente; dall'altro, per indicare che qui sotto processo ci sta andando quello che era un tempo cieco, cioè un giudeo poi convertitosi al cristianesimo. Infatti la presa di posizione di questo che era stato cieco a favore di Gesù, che emergerà sempre più evidente man mano che il racconto procede, e la sua espulsione finale dalla sinagoga stanno ad indicare la rottura di questo ex cieco con il giudaismo.

Questo dunque il contesto entro cui va letto il dibattimento processuale, che vede i Farisei nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, e il cieco guarito in quelle momentaneamente di persona informata sui fatti e poi in quella di imputato. Su questo sfondo processuale emerge un po' alla volta l'identità di Gesù, che si concluderà con l'espulsione del cieco dalla sinagoga, presupposto indispensabile per poter incontrare Gesù e riconoscerlo nella sua divinità.

Il v. 41, nel concludere il racconto, riporta la risposta di Gesù a questo giudaismo che si riteneva illuminato dalla Torah: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. La sentenza, che di fatto è una implicita accusa di presunzione, innesca un confronto tra il cieco nato, metafora di un giudaismo disponibile e accogliente, che è giunto alla piena illuminazione; e questo giudaismo saccente, che convinto di essere illuminato dalla Torah, e sui cui parametri anche Gesù era stato valutato come peccatore (v. 16), si era precluso ogni possibilità di accesso al Mistero. Non vi è dunque una evoluzione né spirituale né culturale per questo tipo di giudaismo. Per questa sua impermeabilità al manifestarsi del Cristo di Dio, questo giudaismo rimane nel suo peccato, che per Giovanni è incredulità, che in ultima analisi altro non è che il rifiuto di Dio.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
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Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)
But our understanding is limited: thus, the Spirit's mission is to introduce the Church, in an ever new way from generation to generation, into the greatness of Christ's mystery. The Spirit places nothing different or new beside Christ; no pneumatic revelation comes with the revelation of Christ - as some say -, no second level of Revelation (Pope Benedict)
Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo - come alcuni credono - nessun secondo livello di Rivelazione (Papa Benedetto)
Who touched Lydia's heart? The answer is: «the Holy Spirit». It’s He who made this woman feel that Jesus was Lord; He made this woman feel that salvation was in Paul's words; He made this woman feel a testimony (Pope Francis)
Chi ha toccato il cuore di Lidia? La risposta è: «lo Spirito Santo». È lui che ha fatto sentire a questa donna che Gesù era il Signore; ha fatto sentire a questa donna che la salvezza era nelle parole di Paolo; ha fatto sentire a questa donna una testimonianza (Papa Francesco)
But what does it mean to love Christ?  It means trusting him even in times of trial, following him faithfully even on the Via Crucis, in the hope that soon the morning of the Resurrection will come.  Entrusting ourselves to Christ, we lose nothing, we gain everything.  In his hands our life acquires its true meaning.  Love for Christ expresses itself in the will to harmonize our own life with the thoughts and sentiments of his Heart.  This is achieved through interior union [Pope Benedict]
Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell'ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L'amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l'unione interiore [Papa Benedetto]
St Thomas Aquinas says this very succinctly when he writes: "The New Law is the grace of the Holy Spirit" (Summa Theologiae, I-IIae, q.106 a. 1). The New Law is not another commandment more difficult than the others: the New Law is a gift, the New Law is the presence of the Holy Spirit [Pope Benedict]
San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo [Papa Benedetto]
Even after seeing his people's repeated unfaithfulness to the covenant, this God is still willing to offer his love, creating in man a new heart (John Paul II)
Anche dopo aver registrato nel suo popolo una ripetuta infedeltà all’alleanza, questo Dio è disposto ancora ad offrire il proprio amore, creando nell’uomo un cuore nuovo (Giovanni Paolo II)

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