Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
26a Domenica T.O. (anno A) [27 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (18,25-28)
Per comprendere la profezia di Ezechiele dobbiamo ricordare il drammatico contesto in cui egli parla. Nel 597 a.C. molti abitanti di Gerusalemme furono deportati a Babilonia dall’esercito di Nabucodonosor. Gerusalemme era stata devastata, il Tempio profanato, la popolazione decimata. Gli esiliati si trovavano lontani dalla Terra Promessa e da tutto ciò che aveva dato senso alla loro vita. Di fronte a una simile tragedia nasce spontanea la domanda: «Che cosa abbiamo fatto a Dio per meritare tutto questo?». A quel tempo era molto diffusa la convinzione che esistesse una corrispondenza diretta tra il comportamento dell’uomo e ciò che gli accade: il giusto viene premiato e il peccatore punito. Per questo gli esiliati ripetevano un proverbio: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). In altre parole: noi stiamo pagando per le colpe dei nostri padri e delle generazioni precedenti.
Ezechiele rompe questa mentalità. Dio dice attraverso il profeta: «Non ripeterete più questo proverbio in Israele». Nessuno è condannato a vivere sotto il peso delle colpe degli altri. Ogni persona è chiamata a rispondere delle proprie scelte. E qui emerge una grande novità: il passato non determina definitivamente il futuro. Se il malvagio cambia strada, pratica il diritto e la giustizia, si converte e ritorna a Dio, può vivere. «Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso, […] egli vivrà» (cfr. Ez 18,21). È un messaggio straordinariamente attuale: nessuno è prigioniero del proprio passato, ma sempre si può ricominciare e questo libera l’uomo dalla convinzione di essere condannato a pagare le colpe degli altri e gli restituisce la possibilità di sperare. Nessun passato è così pesante da impedire un nuovo inizio. Anche nel momento della prova, Dio apre davanti all’uomo una strada nuova. La speranza nasce proprio dalla certezza che la misericordia di Dio lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare. La conversione, nella prospettiva biblica, è proprio un cambiamento di direzione, un «fare ritorno» a Dio. Ezechiele ricorda inoltre che la vera conversione non consiste soltanto in parole o pratiche religiose: si manifesta concretamente nel praticare il diritto e la giustizia, cioè nel modo in cui trattiamo gli altri.
Salmo responsoriale (24/25)
Nel Salmo tornano più volte le parole «via», «strada», «cammino» e il verbo «guidami»: Signore, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza… Il Signore indica ai peccatori la via, guida i poveri secondo giustizia e insegna agli umili la sua strada». Il tema del cammino è tipico dei salmi penitenziali. La Legge di Dio, cioè i suoi comandamenti, è come una sorta di “codice della strada”. A parlare è un peccatore che riconosce di essersi smarrito, di aver preso una strada sbagliata, e chiede a Dio di riportarlo sulla via giusta. Non a caso, nella Bibbia, convertirsi significa letteralmente «fare ritorno», «fare dietrofront». E non è mai troppo tardi per tornare indietro. Nella prima lettura, Ezechiele ci ha ricordato che un futuro è sempre possibile: nessuno è definitivamente condannato dal proprio passato. Per questo possiamo ancora pregare: «Signore, insegnami le tue vie». Che cosa ci viene chiesto? Prima di tutto non la perfezione, ma l’umiltà: «Il Signore insegna agli umili la sua via». La parola ebraica anawim, tradotta con «umili» o «poveri», indica coloro che riconoscono di essere poveri, fragili, senza risorse e bisognosi di Dio. Sono i «poveri di cuore», quelli che arrivano a pregare semplicemente: «Signore, abbi pietà di me». La loro supplica diventa già una domanda di conversione: «Signore, insegnami la tua strada». E l’io che parla nel Salmo non è soltanto un individuo, ma il popolo intero. Il Salmo 24/25 probabilmente veniva utilizzato in celebrazioni penitenziali nel Tempio di Gerusalemme e per questo nella preghiera biblica esiste una continua compenetrazione tra «io» e «noi». Il Salmo parla in prima persona, ma alla fine dice: «Libera Israele, o Dio, da tutte le sue angosce». L’«io» comprende quindi il «noi». L’uomo biblico possiede un forte senso della solidarietà tra le generazioni: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei loro discendenti; l’Alleanza con Noè, Abramo e Mosè riguarda non soltanto il singolo, ma tutto il popolo. Oggi, invece, la nostra società tende spesso a mettere al centro l’individuo, la sua libertà e i suoi diritti personali, talvolta a scapito della dimensione comunitaria. La Bibbia ha percorso un cammino diverso: ha progressivamente scoperto l’importanza della persona senza mai separarla dalla comunità. È questa una delle grandi ricchezze della rivelazione biblica: la persona non viene annullata nella comunità, ma neppure la comunità viene dimenticata a favore dell’individuo. Siamo personalmente responsabili, ma nello stesso tempo profondamente solidali gli uni con gli altri. Per questo, nel Salmo, quel peccatore umile e fiducioso è contemporaneamente ciascuno di noi e l’intera comunità dei credenti. C’è infine un particolare molto bello: il Salmo gioca continuamente sul tema della memoria e dell’oblio: «Ricordati, Signore, della tua misericordia… Non ricordare i peccati della mia giovinezza… Non dimenticarmi». È quasi una preghiera perché Dio abbia una “memoria selettiva”: che dimentichi i nostri peccati e ricordi invece la sua misericordia!
È una preghiera audace, ma anche profondamente umile. Audace, perché nasce dalla fiducia nell’Alleanza; umile, perché riconosce il proprio peccato e la propria povertà. L’uomo chiede a Dio: «Non ricordare ciò che sono stato, ricordati invece di come sei Tu: misericordioso, fedele, lento all’ira e grande nell’amore». In fondo, già nell’Antico Testamento Israele aveva scoperto qualcosa di sorprendente: Dio non è soltanto il Giudice, ma è un Padre pieno di tenerezza e misericordia. E così la preghiera del Salmo può diventare anche la nostra: “Signore, quando mi sono smarrito, insegnami la tua via. Quando sono caduto, mostrami che posso tornare. Quando mi riconosco povero e fragile, guidami. Non ricordare i miei peccati: ricordati della tua misericordia. E fa’ che il mio «io» non dimentichi mai il «noi» della comunità dei tuoi figli”.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (2,1-11)
Per la Domenica delle Palme, ogni anno ascoltiamo soprattutto la seconda parte di questo testo, quella che contempla il mistero di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio». Oggi, invece, soffermiamoci sulla prima parte, nella quale Paolo ci spiega come si vive «nel Cristo». Paolo usa questa espressione all’inizio e alla fine del brano: «Se dunque vi è qualche consolazione in Cristo…» e poi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Tra queste due affermazioni elenca gli atteggiamenti che devono caratterizzare la vita cristiana: consolazione, amore, comunione, tenerezza, compassione. Sono, non a caso, gli stessi atteggiamenti con cui nell’Antico Testamento viene descritto Dio. Essere «nel Cristo» non è quindi un modo di dire. Dal Battesimo apparteniamo a Cristo, siamo inseriti in Lui e diventiamo membra del suo Corpo. Questa nuova identità supera tutte le nostre differenze: culturali, sociali, economiche, fisiche. Abbiamo ormai un nome comune: cristiani. È come accade in una grande famiglia: quando ci incontriamo, prima di ogni altra differenza riconosciamo di appartenere alla stessa famiglia. È questo senso profondo di appartenenza che dovrebbe caratterizzare la comunità cristiana. Paolo dice: «Abbiate gli stessi sentimenti, lo stesso amore, una sola anima e una sola meta». È come se ci dicesse: fate onore alla famiglia alla quale appartenete, fate onore al nome che portate. Poi arriva un’espressione sorprendente: «Considerate gli altri superiori a voi stessi». Non significa affatto svalutarsi o pensare di essere inferiori. Il Vangelo non ci chiede di fare una classifica tra persone superiori e inferiori. Il Regno di Dio non funziona secondo la logica della competizione e del confronto. Il punto è un altro: imparare a guardare l’altro con uno sguardo positivo, quasi con un atteggiamento di ammirazione, cercando di vedere non ciò che possiede, ma ciò che egli è. Le differenze che vediamo – fisiche, culturali, sociali, economiche – appartengono soprattutto alla dimensione dell’«avere». Paolo, invece, ci porta nella dimensione dell’essere: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Quando incontro un altro battezzato, dunque, non devo fermarmi a ciò che appare. Devo ricordare che egli è membro del Corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, e che ha una vocazione personale, diversa dalla mia, ma necessaria al disegno di Dio. Ognuno possiede un dono che nessun altro può sostituire. Per la missione che Dio gli ha affidato, l’altro può essere «migliore» di me, nel senso che possiede ciò che io non possiedo e può compiere ciò che io non posso compiere. Per questo ha bisogno anche della mia stima, del mio incoraggiamento e della mia fiducia. La cosa importante non è stabilire chi vale di più, ma sapere quale è la missione che Dio affida a ciascuno e alla comunità nel suo insieme. Ogni persona è chiamata a contribuire alla costruzione del Regno secondo il dono ricevuto dallo Spirito. C’è infine una grande verità contenuta in questo testo: il Regno di Dio è già presente, ma deve ancora compiersi nella nostra vita. In Cristo, infatti, il progetto di Dio di riunire l’umanità è già iniziato e, attraverso il Battesimo, noi siamo stati inseriti in questa realtà. Ma ciò che è già vero in Cristo deve diventare progressivamente vero anche nella nostra vita quotidiana. Il nostro essere «nel Cristo» non può rimanere una realtà interiore o una semplice formula religiosa: deve trasformare concretamente il modo in cui guardiamo, accogliamo e trattiamo gli altri, cristiani e non cristiani. E qui si comprende il legame profondo tra le due parti del testo. Prima Paolo ci dice come deve vivere chi è «nel Cristo»; poi ci mostra come Cristo stesso ha vissuto: non cercando il proprio privilegio, ma abbassandosi, facendosi servo e donandosi fino alla morte di croce. Per questo l’inno cristologico non è soltanto una bella contemplazione di Gesù: è la misura concreta della nostra vita. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Essere cristiani significa dunque lasciar entrare nella nostra vita lo stesso movimento di Cristo: non affermare noi stessi contro gli altri, ma donarci; non cercare di essere superiori, ma servire; non fermarci a ciò che l’altro possiede, ma riconoscere ciò che egli è davanti a Dio. È così che ciò che Cristo ha già compiuto diventa, giorno dopo giorno, una realtà vissuta nella Chiesa e nel mondo.
Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Questa domanda di Gesù sembra semplice, quasi troppo semplice. Siamo ancora una volta nella vigna, come domenica scorsa. Un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e ci va; il secondo risponde subito: «Sì, signore», ma poi non ci va. Gesù chiede ai capi dei sacerdoti e agli anziani: «Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Evidentemente non vuole metterli alla prova con un semplice indovinello: vuole aprire loro gli occhi. La risposta è evidente: il primo. E proprio allora Gesù applica la parabola ai suoi interlocutori: voi siete come il secondo figlio. Dite «sì» a Dio, siete persone religiose, conoscete la Legge, aspettate il Messia e pregate per la sua venuta; ma quando Dio ve lo manda, non lo riconoscete e non accogliete la sua parola. La volontà del Padre era che il suo popolo, e soprattutto le sue autorità religiose, accogliesse il suo Inviato, il Messia, Gesù. Qui sta il dramma che condurrà alla Passione: proprio coloro che sembravano più preparati ad accogliere il Messia saranno quelli che rifiuteranno di riconoscerlo. Gesù allora pronuncia una parola molto forte: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio». Non li loda perché sono peccatori. Il loro peccato non è certamente un titolo di merito. Sono piuttosto come il primo figlio: hanno iniziato dicendo «no», ma poi hanno cambiato strada. Che cosa è accaduto? Hanno creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Giovanni aveva chiamato tutti alla conversione: «Portate frutti degni della conversione». I pubblicani e le prostitute, proprio perché riconoscevano la propria povertà e il proprio peccato, hanno saputo ascoltare. Le autorità religiose, invece, hanno rifiutato di credere a Giovanni e poi a Gesù. Matteo collega probabilmente questa parabola agli avvenimenti appena accaduti a Gerusalemme. All’inizio del capitolo 21 Gesù era entrato nella città e la folla lo aveva accolto come il Messia, gridando: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Sal 117/118,26). Ma questo entusiasmo non fu condiviso dai capi dei sacerdoti e dagli anziani. Quando Gesù insegnava nel Tempio, gli chiesero: «Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?». In realtà il problema era proprio questo: ai loro occhi, Gesù non possedeva l’autorità necessaria per parlare a nome di Dio. Gesù, come spesso accade, non risponde direttamente. Chiede loro: «Il battesimo di Giovanni da dove veniva: dal cielo o dagli uomini?». Essi non osano rispondere, perché qualunque risposta li avrebbe messi in difficoltà: riconoscere Giovanni avrebbe significato riconoscere anche la sua testimonianza su Gesù.
Per questo Gesù racconta la parabola dei due figli. È quasi un ultimo appello alla loro conversione. Gesù non vuole escludere nessuno: desidera la salvezza di tutti. Se parla con durezza è perché il tempo è ormai breve: siamo alla vigilia della Passione. Ma che cosa aveva detto Giovanni Battista? Aveva denunciato proprio quella sicurezza religiosa che impedisce di convertirsi: «Non dite tra voi: Abbiamo Abramo per padre». Non basta appartenere al popolo eletto, conoscere la Legge o avere una posizione religiosa. Occorre produrre frutti di conversione. Forse questo era il vero problema delle autorità: una certa sicurezza di possedere già la verità su Dio, al punto da non essere più capaci di lasciarsi interrogare dalla sua parola.
I pubblicani e le prostitute, invece, proprio perché si riconoscevano peccatori e poveri davanti a Dio, avevano le orecchie e il cuore più aperti. Il problema, dunque, non è semplicemente essere peccatori o essere religiosi. Il problema è diventare talmente sicuri delle proprie convinzioni da non riuscire più ad ascoltare Dio quando Egli parla in modo diverso da come ci aspettiamo. La parabola ci pone così davanti a una domanda molto più profonda. Non basta dire «sì» a Dio con le labbra. La fede si riconosce nella vita. Non basta conoscere la volontà del Padre: bisogna compierla. E la domanda che Gesù rivolge ai capi religiosi diventa oggi una domanda per ciascuno di noi: Sono davvero entrato nella vigna del Padre? Il mio «sì» a Dio si traduce nella mia vita concreta? Sono ancora capace di ascoltare una parola che mi invita a cambiare? Oppure penso di conoscere già tutto di Dio e non lascio più spazio alla conversione?
La parabola dei due figli va ancora più in profondità di quella degli operai dell’ultima ora. Là Gesù metteva in discussione il modo in cui giudichiamo la misericordia di Dio verso gli altri; qui mette in discussione la nostra stessa religiosità. In definitiva, Gesù non ci chiede soltanto: «Dite sì a Dio?», ma: «State facendo la volontà del Padre?» Perché nella vigna del Signore non conta soltanto ciò che diciamo, ma la risposta concreta della nostra vita.
+Giovanni D’Ercole
Dove e quale Messia? Nel dilemma, la soluzione
(Lc 9,18-22)
Il popolo di Dio non si trova più nel chiuso di un grembo che protegge e garantisce il credente, e talora ci sentiamo come incapaci di mettere in campo il Risorto nel nostro limite.
Invero il sogno di una persona che risolva i problemi dal di fuori (come una scorciatoia) è ancora radicata.
Chimera alimentata dallo smarrimento e dall’angoscia che proviamo di fronte a un mondo segnato da contraddizioni - oggi persino dalle amare conseguenze della crisi globale.
L’auspicio di un Messia è tenuto vivo dal nostro trepidare... nell’attesa dell’intervento di Qualcuno in grado di stare [invece] dentro noi stessi e le cose.
Per questo Dio si rivolge non a un valoroso capitano, non a un sovrano potente, non a un eroe, bensì a chi offre amore. E ciascuno di noi potrebbe esserlo, sebbene le nostre opere paiano sciatte in loro stesse, o molto inferiori ai desideri.
Ma è Cristo stesso che si riversa in esse.
Egli è il Figlio dimesso, eppure non gioca in difesa: Liberatore autentico.
La Gloria divina ha una figura inattesa. L’Eterno non è un controllore, né un promotore di modelli che difendano l’ordine, o le convinzioni [antiche o alla moda che siano], né le belle maniere.
Il luogo appartato (v.18) è parafrasi del nostro rischio di equivocare.
Anche a quel tempo tutti aspettavano la venuta dell’Unto del Signore, ma ciascuna setta o scuola di pensiero a modo suo.
Alcuni attendevano un sovrano, altri un sacerdote, o comandante guerriero; un giudice, un vate...
Tutti “maestri”, afferrati a qualche privilegio sociale. Nessun servitore, intimo a noi stessi: sfuggiva la comprensione piena.
Gesù impone esplicitamente il silenzio messianico (v.21) perché non ricalca le attese, le speranze, i propositi nella norma - tutti esteriori.
Infatti sostituisce la prospettiva de «”il” Messia» [“quel” Messia atteso] con «il Figlio dell’uomo» (vv.20-22): lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
«”Il” Cristo» secondo mentalità comune era una figura prevedibile, dura, troppo normale, fissa nel tempo - che non aveva rispetto dei processi personali - e stracolma di rivendicazioni.
Il «Figlio dell’uomo» è Persona senza esagerazioni: più intima, vera e profonda; senza troppo metodo, né tipologie. Persona che per questo non cessa di crescere.
In Lc tutti gli eventi importanti della vicenda di Gesù sono inseriti in un momento di preghiera.
Non era facile neppure per Lui essere in sintonia con l’idea che la Gloria divina si potesse manifestare in situazione del tutto sfavorevole - solo qua e là pulsante luce.
E tu cosa dici (cf. v.20)? Al grande enigma, solo Dio-uomo Crocifisso [il Differente, e senza reputazione] è Giudizio, e Risposta che libera dalle insicurezze.
Col nostro Amico interiore che abbraccia, ci nutre e fa come da calamita, daremo tutto al Presente - lato migliore. Vicinanza d’Infinito e nostro versante eterno.
[Venerdì 25.a sett. T.O. 25 settembre 2026]
Lc 9,18-22 (18-25)
Domanda che giudica. Nel dilemma, la soluzione
(Lc 9,18-22)
Il popolo di Dio non si trova più nel chiuso di un grembo che protegge e garantisce il credente, e talora ci sentiamo come incapaci di mettere in campo il Risorto nel nostro limite.
Invero il sogno di una persona che risolva i problemi dal di fuori (come una scorciatoia) è ancora radicata.
Chimera alimentata dallo smarrimento e dall’angoscia che proviamo di fronte a un mondo segnato da contraddizioni - oggi persino dalle amare conseguenze della crisi globale.
L’auspicio di un Messia è tenuto vivo dal nostro trepidare... nell’attesa dell’intervento di Qualcuno in grado di stare (invece) dentro noi stessi e le cose.
Cerchiamo Chi possa donare un colpo d’ala alla vita, cambiandola immediatamente e radicalmente. Solo così dandole consistenza - non dall’esterno.
Continuiamo ad attendere un Salvatore anche oggi, sebbene l’ambiente convenzionalista non offra che scelte sempre meno significative [anche inutili caroselli] mentre l’impazienza provoca rassegnazione o insulsi fanatismi.
Per questo Dio si rivolge non a un valoroso capitano, non a un sovrano potente, non a un eroe, bensì a chi offre amore. E ciascuno di noi potrebbe esserlo, sebbene le nostre opere paiano sciatte in loro stesse, o molto inferiori ai desideri.
Ma è Cristo stesso che si riversa in esse.
Egli è il Figlio dimesso, eppure non gioca in difesa: Liberatore autentico.
La Gloria divina ha una figura inattesa. L’Eterno non è un controllore, né un promotore di modelli che difendano l’ordine, o le convinzioni [antiche o alla moda che siano], né le belle maniere.
Il luogo appartato (v.18) è parafrasi del nostro rischio di equivocare.
Anche a quel tempo tutti aspettavano la venuta dell’Unto del Signore, ma ciascuna setta o scuola di pensiero a modo suo.
Alcuni attendevano un sovrano, altri un sacerdote, o comandante guerriero; un giudice, un vate...
Tutti “maestri”, afferrati a qualche privilegio sociale. Nessun servitore, intimo a noi stessi: sfuggiva la comprensione piena.
Nessuno aveva inteso il disegno del Padre.
Non l’avevano capito neppure i re o i profeti.
Ciascuno aveva contrapposto al disegno di Dio i propri sogni di fama. Nel migliore dei casi, avendo giusti propositi di purificazione, ma pure di rabberciamento delle pratiche antiche; nonché grandezza. Per taluni, sommaria, provvisoria, sgradevolmente esibizionista.
Dall’Altissimo volevano solo un aiutino per giungere ai loro obbiettivi, non al Sogno di Dio.
In tal guisa Gesù impone esplicitamente il silenzio messianico (v.21) proprio perché non ricalca (davvero nulla da spartire) con le attese, le speranze, le mète, i propositi nella norma - tutti esteriori.
Infatti sostituisce la prospettiva de «”il” Messia» [“quel” Messia atteso] con «il Figlio dell’uomo» (vv.20-22): lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.
«”Il” Cristo» secondo mentalità comune era una figura prevedibile, dura, troppo normale, fissa nel tempo - che non aveva rispetto dei processi personali - e stracolma di rivendicazioni.
«Il Figlio dell’uomo» è Persona senza esagerazioni: più intima, vera e profonda; senza troppo metodo, né tipologie. Persona che per questo non cessa di crescere.
In Lc tutti gli eventi importanti della vicenda di Gesù sono inseriti in un momento di preghiera.
Non era facile neppure per Lui essere in sintonia con l’idea che la Gloria divina si potesse manifestare in situazione del tutto sfavorevole - solo qua e là pulsante luce.
Ebbene, la risposta al nostro vissuto malfermo, affinché possa balzare dalle ceneri, è legata non all’essere riconosciuti e piacere a tutti, bensì a stati di persecuzione, o disturbo e disagio.
Difatti l’anima parla con saggezza: quindi, lega la crescita a un differente spirito mentale - non indotto da altrui o convenzionali modi di stare al mondo.
Essi impongono cesure agli scopi - se tutti formali, domati, socialmente accondiscendenti: vere e proprie fratture coi traguardi non rispettosi delle istanze vocazionali. Dove siamo noi stessi, nella Chiamata per Nome e nel carattere.
Per il Maestro e Signore le uniche mortificazioni opportune riguardano i dolorosi tagli e separazioni dal conformismo dei ruoli: distacchi che rendono liberi e pronti nell’attimo corrente.
Essi introducono all’interno d’una Visone imprevedibile e feconda, opposta all’aspettativa di ripresa conformisticamente sognata. Comunque arcaica (anche se à la page), perché perderebbe la natura di attivazione propria dello sviluppo della vita.
I problemi spesso sono come concrete figure, e contatti, che ci costringono ad altra soluzione, impedendoci di rientrare nel mondo del passato abitudinario o degli schemi anche alla moda - quelli che non realizzano gli obbiettivi più intimi.
Insomma: non è possibile “credere” senza pronunciarsi di persona, adesso.
E tu cosa dici (cf. v.20)? Al grande enigma, solo Dio-uomo Crocifisso [il differente, e senza reputazione] è Giudizio, e risposta che libera dalle insicurezze.
Col nostro Amico interiore che abbraccia, ci nutre e fa come da calamita, daremo tutto al Presente - lato migliore - vicinanza d’Infinito e nostro versante eterno.
Reputazione: crocevia della Verità di Fede
(Lc 9,22-25)
Ieri abbiamo sottolineato come il tarlo della vanità nella ricerca della stima altrui spinga all’ipocrisia e all’ostentazione.
Anche oggi la Parola - appello solenne e pressante a una scelta decisiva - invita alla totalità; a vivere la Quaresima con rettitudine, non esibendo troppi cerimoniali esteriori.
Ci chiediamo: Cosa rende intimi al Padre? Portare la Croce (nel senso di essere figlio devoto e obbediente)? Bisogna rinunciare a vivere, accettando i vari mali?
No, la comunione con Dio consegue a un impegno liberamente assunto. Quel patibolo non è esigenza del Padre che vorrebbe essere risarcito almeno da qualcuno.
E nessun fatalismo: non si tratta di sopportare le inevitabili contrarietà della vita. Non è questo che unisce, non è il fronteggiare che fa da collante al popolo di Dio che si riconosce nel Crocifisso.
Le vie tra cui scegliere non sono tante, ma solo due: vittoria e rivalsa, o percezione e dono - ogni istante è tempo di decisione. I modelli non servono più.
L'autenticità dell’uomo non è la sua grandezza, ma la fedeltà nell’amore che si accorge - e può collocarci su sentieri di persecuzione e derisione, invece di risultati accomodanti o plateali (sul sicuro e immediato).
L'umanità vera non ha più bisogno di salire di quota per trascendere i limiti della materia (mistica dualista).
Neppure dobbiamo identificarci - quasi sacramentalmente - con le forze dei processi cosmici sorgivi, profondi ma spersonalizzanti (religioni misteriche).
Non siamo chiamati a perfezionarci attraverso l’osservanza d’una legge o tradizioni sino alle minuzie (fariseismo).
La nostra vocazione non è neppure quella di sottrarci religiosamente all’abisso della miseria del mondo, nella speranza di una mèta che si avvicini per risolvere tutto (apocalittica).
L’Unto del Signore era atteso come sovrano, sacerdote, taumaturgo, guerriero, giudice, profeta... Gesù che sale al Calvario è ben altro paradigma: diverso modo di essere e tutt’altra Via.
Al titolo di Messia Lc preferisce quello di «Figlio dell’uomo» (v.22): espressione con cui il Maestro effettivamente designava se stesso.
Il Figlio dell’uomo - lo sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità - non si sente ostacolato da frequentatori dei luoghi di malaffare, ma dagli habitué dei recinti sacri.
Nei Vangeli la crescita e umanizzazione del popolo non è contrastata da peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio.
Pertanto, il carattere dell’apostolo non è identificato con celebrità e personaggi di rilievo sociale, ma con la vita di Gesù di Nazaret - il pubblico ribelle alle autorità ufficiali, e condannato.
Qui, spingendoci in basso, incontriamo Dio.
Quello della croce era infatti il supplizio imposto ai criminali emarginati. In ciò sta la “negazione di sé” (v.23) che purtroppo nella storia della spiritualità ha subìto pessime interpretazioni.
Il credente non è riconosciuto da gesti eroici e magnificenti, o ascetici; né per eccellenza e visibilità d’incarico, carisma e credito, peso e prestigio - bensì a motivo di scelta sociale, che porta discredito alla propria fama.
Il missionario non è individuato per qualità straordinarie, bensì a motivo di piccolezza.
Chi apprezza solo cose grandi - anche sbalorditive e plateali sotto il profilo “spirituale” - ama la forza e non edifica il nuovo Regno.
Un confronto fra i testi paralleli in lingua greca (ad es.) di Mc 8,34; Mt 10,38; Lc 9,23 e 14,27 (Gv 12,26) fa comprendere il significato di «prendere» o «sollevare la croce» per un discepolo che rivive Cristo e lo dilata nella storia degli uomini.
Dio non dà croce alcuna, né i figli sono chiamati a “sopportarla” (o addirittura “offrirla”)! La Croce va presa attivamente, perché l’amico di Gesù si gioca l’onore.
La Fonte eminente e cristallina di vita intima consente di raggiungere il dono totale anche sotto il profilo della pubblica considerazione.
Dopo la sentenza di tribunale, il condannato al supplizio doveva caricarsi sulle spalle il braccio orizzontale del patibolo.
Era il momento più straziante, perché di massima solitudine e percezione di fallimento.
Lo sventurato e già svergognato procedeva al luogo dell’esecuzione passando fra due ali di folla che per dovere religioso deridevano e malmenavano il disgraziato (ritenuto maledetto da Dio).
Gesù non propone la Croce nel senso corrivo d’una necessaria sopportazione delle inevitabili contrarietà della vita, che poi attraverso l’ascesi cesella animi più capaci di abbozzare... (oggi si dice: resilienti).
Rispetto alle solite manfrine sulla sana disciplina - esteriore e interiore - uguali per tutti (e utili solo per tenere buona la situazione, di privilegio) Lc sta viceversa suggerendo un comportamento assai più radicale.
Il Signore propone un’ascetica totalmente differente da quella delle religioni - addirittura capovolta.
Il credente rinuncia alla reputazione. È lo spunto essenziale, dirimente, del carattere della Fede.
Chi è legato alla sua buona fama, ai ruoli, al personaggio (da recitare), alla mansione, al livello acquisito, non somiglierà mai al Signore - e neppure chi non dilata la dimensione tribale dell’interesse di “famiglia”.
Sin dai primi tempi, l’annuncio dell’autentico Messia ha creato divisioni: la spada della sua Persona separava la vicenda di ciascuno dal mondo di valori del clan di appartenenza o dall’idea di rispettabilità, anche nazionale.
Oggi capita la stessa cosa dove qualcuno annuncia il Vangelo com’è, e tenta di rinnovare i meccanismi inceppati dell’istituzione abitudinaria, attempata e di finto sangue blu sul territorio. Caricandosi della Croce di beffe conseguenti.
Una separazione e taglio nettissimo coi criteri di grandezza e successo, per l'unità nuova: quella che fa da crocevia della Verità senza doppiezze. Provare per credere.
Sembra un sogno privo di senso, ma questo è ciò che unisce la Chiesa al suo Signore: un cammino crocifiggente, dove si guadagna quello che si perde - anzitutto in considerazione.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quali mutamenti senti come tua Chiamata? La reputazione e l’opinione in comunità, favorisce o ti blocca? Per quale motivo? La tua “famiglia” è rinchiusa in se stessa o agevola l’apertura d’orizzonte?
In questa domenica nella quale il Vangelo ci interroga sulla vera identità di Gesù, eccoci trasportati, insieme con i discepoli, sulla strada che conduce verso i villaggi della regione di Cesarea di Filippo. «E voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29), chiede loro Gesù. Il momento scelto per porre loro questa domanda non è senza significato. Gesù si trova ad una svolta decisiva della propria esistenza. Sale verso Gerusalemme, verso il luogo dove si compirà, mediante la croce e la resurrezione, l’evento centrale della nostra salvezza. E’ ancora a Gerusalemme che, allo sfociare di tutti questi eventi, la Chiesa nascerà. E quando, in questo momento decisivo, Gesù chiede dapprima ai discepoli: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27), le risposte che essi gli riferiscono sono diverse: Giovanni il Battista, Elia, un profeta! Ancora oggi, come lungo i secoli, quanti, nei modi più disparati, hanno trovato Gesù sulla loro strada danno le proprie risposte. Sono approcci che possono permettere di trovare la via della verità. Ma, senza essere necessariamente falsi, rimangono insufficienti, poiché non raggiungono il cuore dell’identità di Gesù. Soltanto chi accetta di seguirlo sulla sua via, di vivere in comunione con lui nella comunità dei discepoli, può averne una conoscenza autentica. E’ allora che Pietro, il quale da un certo tempo è vissuto con Gesù, offre la propria risposta: «Tu sei il Messia» (Mc 8,29). Risposta giusta, senza alcun dubbio, ma ancora insufficiente, poiché Gesù sente il bisogno di precisarla. Egli intravede che la gente potrebbe servirsi di questa risposta per dei disegni che non sono i suoi, per suscitare false speranze temporali su di lui. Non si lascia intrappolare nei soli attributi del liberatore umano che molti attendono.
Annunciando ai suoi discepoli che dovrà soffrire, essere messo a morte prima di risuscitare, Gesù vuol far loro comprendere chi Egli è in verità. Un Messia sofferente, un Messia servo, e non un liberatore politico onnipotente. E’ il Servo obbediente alla volontà del Padre suo fino a perdere la propria vita. E’ ciò che annunciava già il profeta Isaia nella prima lettura. Così Gesù va contro quanto molti si aspettavano da lui. La sua affermazione è shoccante e sconcertante. E si sente la contestazione di Pietro, che lo rimprovera, rifiutando per il suo Maestro la sofferenza e la morte! Gesù è severo verso di lui, e fa capire che chi vuol essere suo discepolo deve accettare di essere servo, come Lui si è fatto Servo.
Porsi alla sequela di Gesù significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del potere o della gloria terrena, ma quello che conduce necessariamente a rinunciare a se stessi, a perdere la propria vita per Cristo e il Vangelo, al fine di salvarla. Poiché siamo certi che questa via conduce alla risurrezione, alla vita vera e definitiva con Dio. Decidere di accompagnare Gesù Cristo che si è fatto il Servo di tutti esige un’intimità sempre più grande con Lui, ponendosi all’ascolto attento della sua Parola per attingervi l’ispirazione del nostro agire.
[Papa Benedetto, omelia a Beirut, 16 settembre 2012]
“E voi chi dite che io sia?” (Mt 16, 15).
1. Nell’iniziare il ciclo di catechesi su Gesù Cristo, di fondamentale importanza per la fede e la vita cristiana, ci sentiamo interpellati dalla stessa domanda che quasi duemila anni fa il Maestro rivolse a Pietro e ai discepoli che erano con lui. In quel momento decisivo della sua vita, come nel suo Vangelo narra Matteo, che ne fu testimone, “essendo Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”” (Mt 16, 13-15).
Conosciamo la risposta schietta e impetuosa di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Per poterla anche noi formulare, non tanto in termini astratti, ma come espressione di una esperienza vitale, frutto del dono del Padre (cf. Mt 16, 17), ciascuno di noi deve lasciarsi toccare personalmente dalla domanda: “E tu, che dici: chi sono io? Tu che senti parlare di me, rispondi: cosa sono io veramente per te?”. A Pietro l’illuminazione divina e la risposta della fede vennero dopo un lungo periodo di vicinanza a Gesù, di ascolto della sua parola e di osservazione della sua vita e del suo ministero (cf. Mt 16, 21-24).
Anche noi per giungere a una più consapevole confessione di Gesù Cristo dobbiamo percorrere, come Pietro, un cammino fatto di ascolto attento, premuroso. Dobbiamo metterci alla scuola dei primi discepoli, diventati suoi testimoni e nostri maestri, e insieme recepire l’esperienza e la testimonianza di ben venti secoli di storia solcati dalla domanda del Maestro e impreziositi dall’immenso coro delle risposte dei fedeli di tutti i tempi e luoghi. Oggi, mentre lo Spirito “Signore e Vivificante” ci spinge verso la soglia del terzo millennio cristiano, siamo chiamati a dare con gioia rinnovata la risposta che Dio ci ispira e attende da noi, quasi come per un nuovo natale di Gesù Cristo nella nostra storia.
2. La domanda di Gesù circa la sua identità mostra la finezza pedagogica di chi non si fida di frettolose risposte, ma vuole una risposta maturata attraverso un tempo, a volte lungo, di riflessione e di preghiera, nell’ascolto attento e intenso della verità della fede cristiana professata e predicata dalla Chiesa.
Riconosciamo infatti che di fronte a Gesù non ci si può accontentare di una simpatia semplicemente umana per quanto legittima e preziosa, né è sufficiente considerarlo solo come un personaggio degno di interesse storico, teologico, spirituale, sociale o come fonte di ispirazione artistica. Intorno a Cristo vediamo spesso ondeggiare, anche tra i cristiani, le ombre dell’ignoranza, o quelle ancora più penose del fraintendimento quando non addirittura della infedeltà. È sempre presente il rischio di appellarsi al “Vangelo di Gesù”, senza veramente conoscerne la grandezza e la radicalità e senza vivere ciò che a parole si afferma. Quanti sono coloro che riducono il Vangelo a loro misura e si fanno un Gesù più comodo, negandone la trascendente divinità, o vanificandone la reale, storica umanità, oppure manipolando l’integrità del suo messaggio, in particolare non tenendo conto del sacrificio della croce che domina la sua vita e la sua dottrina, né della Chiesa che egli ha istituito come suo “sacramento” nella storia.
Anche queste ombre ci stimolano alla ricerca della verità piena su Gesù, traendo vantaggio dalle molte luci che, come una volta con Pietro, il Padre ha acceso lungo i secoli intorno a Gesù nel cuore di tanti uomini con la potenza dello Spirito Santo: le luci dei testimoni fedeli fino al martirio; le luci di tanti studiosi appassionati, impegnati a scandagliare il mistero di Gesù con lo strumento dell’intelligenza sostenuta dalla fede; le luci che soprattutto il magistero della Chiesa, guidato dal carisma dello Spirito Santo, ha acceso nelle definizioni dogmatiche su Gesù Cristo.
Riconosciamo che uno stimolo a scoprire chi è veramente Gesù è presente nella ricerca incerta e trepidante di molti nostri contemporanei così somiglianti a Nicodemo che andò “di notte a trovare Gesù” (Gv 3, 2) o a Zaccheo che si arrampicò su un albero per “vedere Gesù” (Lc 19, 4). Il desiderio di aiutare ogni uomo a scoprire Gesù, che è venuto come medico per i malati e come salvatore per i peccatori (cf. Mc 2, 17), mi spinge ad assolvere il compito impegnativo e appassionante di presentare la figura di Gesù ai figli della Chiesa e a ogni uomo di buona volontà.
Forse ricorderete che, all’inizio del mio pontificato, rivolsi agli uomini di oggi l’invito a “spalancare le porte a Cristo” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 38). In seguito, nell’esortazione Catechesi Tradendae (Ioannis Pauli PP. II, Catechesi Tradendae, 5), dedicata alla catechesi, facendomi portavoce del pensiero dei vescovi riuniti nel IV Sinodo, ho affermato che “l’oggetto essenziale e primordiale della catechesi è . . . il “mistero di Cristo”. Catechizzare è in un certo modo condurre qualcuno a scrutare questo mistero in tutte le sue dimensioni . . .; svelare nella persona di Cristo l’intero disegno eterno di Dio, che in essa si compie . . . Egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito Santo e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità” (Eiusdem, Catechesi Tradendae, 5).
Percorreremo insieme questo itinerario catechistico ordinando le nostre considerazioni intorno a quattro centri focali: 1) Gesù nella sua realtà storica e nella sua qualità messianica trascendente, figlio di Abramo, figlio dell’uomo e figlio di Dio; 2) Gesù nella sua identità di vero Dio e vero uomo, in profonda comunione con il Padre e animato dalla potenza della Spirito Santo, come ci viene presentato nel Vangelo; 3) Gesù agli occhi della Chiesa che con l’assistenza dello Spirito Santo ha chiarito e approfondito i dati rivelati dandoci, specialmente con i Concili ecumenici, precise formulazioni della fede cristologica; 4) infine, Gesù nella sua vita e nelle sue opere, Gesù nella sua passione redentrice e nella sua glorificazione, Gesù in mezzo a noi e in noi, nella storia e nella sua Chiesa fino alla fine del mondo (cf. Mt 28, 20).
3. È ben vero che nella Chiesa vi sono molti modi di catechizzare il popolo di Dio su Gesù. Ciascuno di essi, tuttavia, per essere autentico deve attingere il suo contenuto alla fonte perenne della santa Tradizione e della sacra Scrittura, interpretata alla luce degli insegnamenti dei Padri e Dottori della Chiesa, della liturgia, della fede e pietà popolare, in una parola, della Tradizione vivente e operante nella Chiesa sotto l’azione dello Spirito Santo, che - secondo la promessa del Maestro - “vi condurrà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 13). Tale Tradizione la riconosciamo espressa e sintetizzata particolarmente nella dottrina dei sacrosanti Concili, raccolta nei simboli della fede e approfondita dalla riflessione teologica fedele alla Rivelazione e al magistero della Chiesa.
Che cosa varrebbe una catechesi su Gesù se non avesse la genuinità e la completezza dello sguardo con cui la Chiesa contempla, prega e annuncia il suo mistero? D’altra parte si richiede una saggezza pedagogica che, nel rivolgersi ai destinatari della catechesi, sappia tener conto delle loro condizioni e dei loro bisogni. Come scrivevo nell’esortazione ora citata, Catechesi Tradendae: “La costante preoccupazione di ogni catechista - quale che sia il livello delle sue responsabilità nella Chiesa - deve essere quella di far passare attraverso il proprio insegnamento e il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù” (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae, 6).
4. Concludiamo questa catechesi introduttiva, ricordando che Gesù in un momento particolarmente difficile della vita dei primi discepoli, quando cioè la croce si profilava vicina e molti lo abbandonavano, rivolse a coloro che erano rimasti con lui un’altra di quelle sue domande così forti, così penetranti e ineludibili: “Forse volete andarvene anche voi?”. Fu ancora Pietro che come interprete dei suoi fratelli rispose: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 66-69). Possano questi nostri appuntamenti catechistici renderci sempre più disponibili a lasciarci interrogare da Gesù, capaci ad avere la giusta risposta alle sue domande, pronti a condividere fino in fondo la sua vita.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 7 gennaio 1987]
Il brano evangelico di questa domenica (Lc 9,18-24) ci chiama ancora una volta a confrontarci, per così dire, “faccia a faccia” con Gesù. In uno dei rari momenti tranquilli in cui si trova da solo con i suoi discepoli, Egli chiede loro: «Le folle, chi dicono che io sia?» (v. 18). Ed essi rispondono: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto» (v. 19). Dunque la gente aveva stima di Gesù e lo considerava un grande profeta, ma non era ancora consapevole della sua vera identità, cioè che Egli fosse il Messia, il Figlio di Dio inviato dal Padre per la salvezza di tutti.
Gesù, allora, si rivolge direttamente agli Apostoli – perché è questo che gli interessa di più – e domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». Subito, a nome di tutti, Pietro risponde: «Il Cristo di Dio» (v. 20), vale a dire: Tu sei il Messia, il Consacrato di Dio, mandato da Lui a salvare il suo popolo secondo l’Alleanza e la promessa. Così Gesù si rende conto che i Dodici, e in particolare Pietro, hanno ricevuto dal Padre il dono della fede; e per questo incomincia a parlare loro apertamente - così dice il Vangelo: “apertamente” - di quello che lo attende a Gerusalemme: «Il Figlio dell’uomo – dice – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (v. 22).
Quelle stesse domande vengono oggi riproposte a ciascuno di noi: “Chi è Gesù per la gente del nostro tempo?”. Ma l’altra è più importante: “Chi è Gesù per ciascuno di noi?”. Per me, per te, per te, per te, per te…? Chi è Gesù per ciascuno di noi? Siamo chiamati a fare della risposta di Pietro la nostra risposta, professando con gioia che Gesù è il Figlio di Dio, la Parola eterna del Padre che si è fatta uomo per redimere l’umanità, riversando su di essa l’abbondanza della misericordia divina. Il mondo ha più che mai bisogno di Cristo, della sua salvezza, del suo amore misericordioso. Molte persone avvertono un vuoto attorno a sé e dentro di sé – forse, alcune volte, anche noi –; altre vivono nell’inquietudine e nell’insicurezza a causa della precarietà e dei conflitti. Tutti abbiamo bisogno di risposte adeguate ai nostri interrogativi, ai nostri interrogativi concreti. In Cristo, solo in Lui, è possibile trovare la pace vera e il compimento di ogni umana aspirazione. Gesù conosce il cuore dell’uomo come nessun’altro. Per questo lo può sanare, donandogli vita e consolazione.
Dopo aver concluso il dialogo con gli Apostoli, Gesù si rivolge a tutti dicendo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (v. 23). Non si tratta di una croce ornamentale, o di una croce ideologica, ma è la croce della vita, è la croce del proprio dovere, la croce del sacrificarsi per gli altri con amore – per i genitori, per i figli, per la famiglia, per gli amici, anche per i nemici -, la croce della disponibilità ad essere solidali con i poveri, a impegnarsi per la giustizia e la pace. Nell’assumere questo atteggiamento, queste croci, sempre si perde qualcosa. Non dobbiamo mai dimenticare che «chi perderà la propria vita [per Cristo], la salverà» (v. 24). E’ un perdere per guadagnare. E ricordiamo tutti i nostri fratelli che ancora oggi mettono in pratica queste parole di Gesù, offrendo il loro tempo, il loro lavoro, la loro fatica e perfino la loro vita per non rinnegare la loro fede in Cristo. Gesù, mediante il suo Santo Spirito, ci dà la forza di andare avanti nel cammino della fede e della testimonianza: fare quello in cui crediamo; non dire una cosa e farne un’altra. E in questo cammino sempre ci è vicina e ci precede la Madonna: lasciamoci prendere per mano da lei, quando attraversiamo i momenti più bui e difficili.
[Papa Francesco, Angelus 19 giugno 2016]
25a Domenica T.O. (anno A) [20 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 6-9)
«Cercate il Signore, poiché si fa trovare». Il messaggio di Isaia non significa: «Affrettatevi, perché Dio potrebbe allontanarsi». Al contrario: Dio è sempre vicino e si lascia sempre trovare. Siamo noi, nella nostra libertà, ad allontanarci da Lui e talvolta arriviamo persino a perdere il desiderio di cercarlo.
Isaia parla a un popolo scoraggiato, esiliato a Babilonia e convinto che Dio lo abbia abbandonato. Il profeta invita a respingere questa idea: il silenzio di Dio non significa la sua assenza, e Dio non è lontano, inaccessibile o incapace di perdonare. Al contrario, Egli è «ricco di perdono». Il tema fondamentale è dunque quello del ritorno: quando pensiamo a Dio come a un giudice duro, vendicativo o indifferente, ci allontaniamo da Lui. Quando invece ci volgiamo nuovamente verso di Lui, scopriamo il suo volto autentico: un Dio tenero, misericordioso e pronto a perdonare. Questa rivelazione attraversa tutta la Bibbia. Osea presenta Dio come colui che rinuncia alla collera perché il suo cuore è pieno di compassione. Geremia parla di pensieri di pace, capaci di donare futuro e speranza. Nel Vangelo, Gesù ricorda che Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Persino Giona rimprovera Dio perché è «tenera e misericordiosa» la sua compassione verso i nemici di Israele. Dio è il «Tutto-Altro» e il «Tutto-Vicino» Isaia afferma: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dio è infinitamente diverso da noi, ma proprio questa sua diversità rivela qualcosa di straordinario: Dio ama e perdona senza fare calcoli. Noi siamo spesso abituati alla logica del dare e avere: pensiamo che i buoni debbano essere premiati e i cattivi puniti; calcoliamo i nostri meriti e ci chiediamo se siamo degni del perdono. Dio, invece, non ci chiede di «guadagnarci» il suo amore. Il suo perdono è grazia, è gratuità. La vera domanda, quindi, non è se Dio sia disposto a perdonarci, ma se noi siamo disposti ad accogliere il suo perdono. Come dice il testo delle Cronache: «Se il mio popolo […] ritorna dalla sua condotta malvagia, io ascolterò, perdonerò il suo peccato e guarirò». Non è Dio a mettere una condizione al suo amore: siamo noi che dobbiamo aprirci per poterlo ricevere. Infine, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri» ci invita anche all’umiltà e alla tolleranza. Se Dio supera infinitamente la nostra comprensione, nessuno può pretendere di possedere pienamente la verità su di Lui. Parlare di Dio richiede dunque umiltà e ascolto. In sintesi Dio non si allontana da noi: siamo noi ad allontanarci da Lui. E quando ritorniamo, non troviamo un Dio severo che ci presenta il conto dei nostri errori, ma un Padre sempre vicino, tenero, misericordioso e ricco di perdono. Il suo amore non si compra e non si merita: si riceve gratuitamente.
Salmo Responsoriale (144/145)
«Buono è il Signore è verso tutti». Il Salmo 144/145 si accorda perfettamente con il messaggio del profeta Isaia: Dio è pieno di misericordia, ricco di perdono e invita continuamente l’uomo a tornare a Lui. Il salmo è la risposta di chi ha ritrovato la fede: «Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno». È un salmo «alfabetico»: dall’inizio alla fine, dalla A alla Z, tutta la vita è immersa nell’alleanza e nella tenerezza di Dio e grandezza di Dio. Il salmo proclama: «Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza». Isaia esprime la stessa idea dicendo che i pensieri e le vie di Dio sono infinitamente superiori ai nostri. Ma la grandezza di Dio non è quella del potere umano, della ricchezza o del successo. La vera grandezza di Dio è il suo amore e, soprattutto, la sua capacità di perdonare. Anche per l’essere umano vale la stessa logica: la vera grandezza non consiste nel dominare, ma nel saper amare. È naturale, perché siamo creati a immagine di Dio. Una giustizia diversa dalla nostra Il salmo afferma: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Il perdono di Dio non è riservato a pochi: è offerto a tutti, anche al peccatore che ritorna a Lui. La nostra idea di giustizia ci porta a pensare che chi ha sbagliato molto debba ricevere una punizione maggiore. Dio, invece, ci invita a cambiare prospettiva: la giustizia di Dio non è quella della bilancia, ma quella dell’amore. Lo mostra anche la parabola degli operai dell’ultima ora: tutti ricevono lo stesso salario, indipendentemente dal numero di ore lavorate. Gesù ci insegna così che l’amore di Dio non funziona secondo i nostri calcoli di merito, anzianità o ricompensa. La sua generosità non toglie nulla a nessuno. Dio è vicino a tutti Il salmo conclude: «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità». La bontà di Dio è per tutti. La sua grandezza è il suo amore, la sua giustizia è la misericordia e il suo perdono non si misura secondo i nostri meriti. E quando scopriamo questa logica, siamo chiamati non solo ad accogliere il suo perdono, ma anche a gioire del bene che Egli dona agli altri, senza invidia né giudizio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
«Per me vivere è Cristo». La Lettera ai Filippesi è particolarmente intensa perché unisce la grande passione di Paolo per Cristo e per la sua missione con il suo affetto umano e fraterno verso le persone che ha incontrato. Paolo scrive mentre è in prigione e rischia la morte. Eppure afferma con grande serenità: « Cristo sarà glorificato nel mio corpo sia che io viva, sia che io muoia, », cioè nella sua persona e nella sua vita. Se sarà liberato, potrà continuare ad annunciare il Vangelo; se invece morirà, anche il suo martirio diventerà una testimonianza della fede nella Risurrezione. Per Paolo, dunque, qualunque cosa accada può diventare occasione per far conoscere Cristo. Persino la sua prigionia ha contribuito a dare coraggio ad altri cristiani per annunciare la Parola. «Per me vivere è Cristo» Quando Paolo dice: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno», esprime il centro della sua esistenza: Cristo è la sua ragione di vivere. Vivere significa appartenere a Cristo e servirlo; morire significa entrare pienamente nella comunione con Lui. Paolo desidera infatti partire per essere con Cristo, ma non vuole sottrarsi alla missione che gli è stata affidata. È combattuto tra due desideri: da una parte desidera essere definitivamente con Cristo, dall’altra sa che la sua presenza può essere utile agli altri. Alla fine, ciò che conta per lui non è il proprio interesse, ma il bene delle comunità e la diffusione del Vangelo. L’unica cosa che conta è il Vangelo. Paolo ci lascia così una domanda molto importante: per che cosa viviamo? Per lui la risposta è chiara: vivere significa appartenere a Cristo e mettere la propria vita al servizio del Vangelo. Considera la propria vita come un dono da spendere per gli altri. Per questo conclude esortando i Filippesi: «Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo». Non si tratta semplicemente di essere persone moralmente corrette. Significa prendere sul serio il Vangelo e renderlo visibile con la propria vita, con le proprie parole e con il proprio servizio Vivere per Cristo significa trasformare tutta la vita in una testimonianza dell’amore di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (20, 1-16a)
Abbandonare la nostra logica da ragionieri. Questa è la logica che ci presenta la parabola degli operai della vigna. Secondo i nostri criteri, sembra ingiusta: quelli che hanno lavorato tutto il giorno ricevono la stessa paga di quelli arrivati all’ultima ora, ma Gesù chiarisce subito che non sta parlando di una normale azienda, bensì del «Regno dei Cieli». E nel Regno di Dio valgono criteri diversi dai nostri: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore. Il punto centrale della parabola è ciò che rivela di Dio: «Io sono buono». La bontà di Dio non fa calcoli, non misura i meriti e non stabilisce quanto amore ciascuno abbia «guadagnato». Nel Regno di Dio non esiste una contabilità dei meriti. Noi, invece, siamo spesso tentati di contabilizzare tutto: sacrifici, sofferenze, preghiere, opere buone. Pensiamo che tutto questo ci dia dei «diritti» davanti a Dio. Gesù ci invita a cambiare completamente questa mentalità.
«Tu sei invidioso perché io sono buono?» Gli operai della prima ora protestano: «Tu li tratti come noi!». mentre pensano: «Noi meritiamo di più». Ma l’amore non funziona secondo la logica del merito. L’amore non si compra e non si conquista: si riceve come dono. La giustizia di Dio non consiste nel distribuire secondo i nostri calcoli, ma nell’amare ogni suo figlio pienamente e senza misura. La stessa logica attraversa tutta la Bibbia: Dio perdona i Niniviti nonostante siano pagani; Gesù accoglie pubblicani e peccatori; il padre della parabola accoglie con gioia il figlio prodigo. E sulla croce, il buon ladrone, all’ultimo momento, si rivolge a Gesù e riceve la promessa del Paradiso. Chi può dirsi «operaio della prima ora»? In realtà, la parabola dovrebbe consolarci. Chi di noi può davvero considerarsi operaio della prima ora? Tutti, in qualche modo, siamo operai dell’ultima ora. Tutti viviamo della misericordia e della gratuità di Dio. Il problema nasce quando guardiamo gli altri con invidia e pensiamo che Dio sia troppo buono con loro. È allora che il nostro occhio diventa cattivo. La lezione è quindi un invito a lasciare la mentalità del confronto, del merito e del calcolo, per entrare nella logica della grazia. In sintesi Dio non ama secondo i nostri meriti: ama gratuitamente, pienamente e senza misura. La vera conversione consiste nell’abbandonare la nostra «logica da ragionieri» e imparare a vedere con gli occhi di Dio. Non dobbiamo chiederci chi merita di più, ma gioire perché Dio è buono con tutti. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le mie vie non sono le vostre vie» (Isaia). La giustizia di Dio è, in definitiva, la giustizia dell’amore e della misericordia.
+Giovanni D’Ercole
Nell’enigma, la soluzione
(Lc 9,7-9)
Gesù, chi è? Non si può dare risposta se non alla luce della sua vicenda e della sua condanna: nulla a che vedere con uno degli spiritati o facitori di miracolo che suscita curiosità, come Erode si aspettava.
Il contrasto tra la straordinaria figura attesa e fraintesa, e l’ottusità del giudizio elusivo finisce per lasciare le cose come stanno. Peggio: racchiude il Mistero e smarrisce il suo “dove” oggi.
Non si comprende la Persona del Cristo a partire dalle cose che si conoscono.
Egli intende spazzare via tutti gl’idoli attrattivi ma falsi; però non ama la scure del Battezzatore, né lo zelo violento di Elia.
Vuol valorizzare l’intuizione delle coscienze, più che i doveri o la smania di analizzare i comportamenti. Questo l’incredibile.
Gesù non è una sorta di ‘fantasma’ che affiora dal passato.
Egli volge la storia a compimento secondo spinte innate e spontanee, che lasceranno emergere il semplice personale e il palese inedito.
Ogni gruppo religioso chiudeva il Messia nel suo modello interpretativo, consono a un ambiente venato di speranze antiche: difesa dei beni e delle consuetudini, identità “culturale”, benessere a discapito altrui, espansione, prodigi.
La rivoluzione dei figli pone una tematica che cerca la Via autentica, prossima e Altrove. L’umanità di Dio.
Insomma, interrogarsi sulla Persona di Gesù significa già iniziare a superare i codici conformisti e le piccine interpretazioni abitudinarie; per abbracciare l’irruzione dell’Eterno.
È il quesito stesso sulla dimensione Persona che invita ad allargare l’orizzonte e cominciare un Esodo. Esso ci guiderà all’autentica intesa e misura; al motivo per cui siamo al mondo.
Cristo rovescia sorti e destino del regno dell’uomo, e le sue rivendicazioni.
Ogni accostamento esteriore a figure pur eminenti della galleria dei grandi della storia rimane statico, parziale, troppo prevedibile.
Non di rado deviante, per le inevitabili limitazioni cerebrali che procura, ingabbiando l'anima [e immobilizzando la vita].
Per Via, la crescita di conoscenza della sua vicenda, l’adesione alla sua profondità, l’Azione dello Spirito, non lasceranno perdurare i pensieri fissi, gli attaccamenti, i luoghi comuni.
Interpretazioni, preconcetti o vetrine che poi impregnano tutta la vita e la attutiscono, privandola di ebbrezza.
Presenza del tutto personale, nuovo Fiuto, innata Sapienza di ‘natura’; non uno specifico particolarismo che non porge vita rigenerata - che fa l’occhiolino solo a se stessa.
Gesù: è Motore, Via e Motivo del Cammino nello Spirito che ci sta conducendo.
La sua Persona in noi trova un “punto” dentro da cui effonde il coraggio di essere se stessi, e di non cercare più l’approvazione esterna.
Ciò libera l'anima dalle attese comuni, o prodigiose; dai rimpianti del conformismo. Per far avanzare da stati e credenze primordiali a nuovi Sogni dell’essere che corrisponde e tintinna, che affiora e vuole esprimersi - umanizzando.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quando ti sei accorto che nell’enigma sulla Persona del Cristo c’è già un taglio con l’ovvio di aspettative, e uno spunto - l’energia della soluzione?
[Giovedì 25.a sett. T.O. 24 settembre 2026]
Chi è Gesù: domanda che giudica
(Lc 9,7-9)
Gesù, chi è? Non si può dare risposta se non alla luce della sua vicenda e della sua condanna: nulla a che vedere con uno degli spiritati o facitori di miracolo che suscita curiosità, come Erode si aspettava.
Il contrasto tra la straordinaria figura attesa e fraintesa, e l’ottusità del giudizio elusivo finisce per lasciare le cose come stanno. Peggio: racchiude il Mistero - quello più normale del mondo, ma che rimane per sempre [l'umanità di Dio] - e smarrisce il suo “dove” oggi.
Non si comprende la Persona del Cristo a partire dalle cose che sappiamo o che cercano di inquadrarlo nei criteri consuetudinari del Primo Testamento; col sentire comune, coi modelli magici del tempo...
Egli non è uno degli antichi profeti, tornati a purificare le sconcezze delle cordate opportuniste del Tempio, e rabberciare le pratiche della religione antica. Viene a soppiantarle.
Per esigenze politiche, Erode Antipas è costretto a essere costantemente all’erta per la sicurezza del suo piccolo regno [Galilea e Perea] quindi il successo del Battista lo spaventa.
Come riferisce Giuseppe Flavio, il reuccio ha preferito farlo fuori per timore di una sollevazione popolare, di cui avrebbe dovuto rendere conto a Roma.
Ma - è la stupidità del potere - decapitato un profeta ecco subentrare qualcuno più incisivo.
Quando ancora il sangue del Battista era fresco, giunge notizia di un giovane Rabbi che sconvolge le menti dei sudditi di quelle terre.
L’incubo sovversivo si ripresenta, più sottile di prima: il Figlio di Dio non si limita a chiedere un miglioramento della situazione; vuole sostituirla.
Egli proclama la Verità del Padre e dell’uomo autentico, proponendo un germe di mondo alternativo alla società spietata e piramidale del tempo.
Intende spazzare via gl’idoli attrattivi ma falsi; però non ama la scure del Battezzatore, né lo zelo violento di Elia - il quale aveva fatto scendere un fuoco portentoso e irrefrenabile dal cielo, sui nemici.
Gesù vuol valorizzare l’intuizione delle coscienze, più che i doveri o la smania di analizzare i comportamenti. Questo l’incredibile.
Il Signore non è una sorta di ‘fantasma’ che affiora dal passato per fare il “massimo”, in un’atmosfera [anche di gruppo] che opprime e attende risultati potenziati o addirittura fuori scala.
Egli volge la storia a compimento secondo spinte innate e spontanee, che lasceranno emergere il semplice personale e il palese inedito.
Ogni gruppo religioso chiudeva il Messia nel suo modello interpretativo, consono a un ambiente venato di speranze antiche: difesa dei beni e consuetudini, identità “culturale”, benessere a discapito altrui, espansione, prodigi.
La rivoluzione dei figli pone una tematica che cerca la Via autentica, prossima e Altrove - appunto, l’umanità di Dio. In fondo, dietro l’angolo, ma non relegata dentro un angolo.
Insomma, interrogarsi sulla Persona di Gesù significa già iniziare a superare i codici conformisti e le piccine interpretazioni abitudinarie... per abbracciare l’irruzione dell’Eterno.
È il quesito stesso sul rilievo di Persona che invita a non guardare un’unica banale soluzione [quella di tutti o di qualche amante del parossismo].
Piuttosto, ad allargare l’orizzonte e cominciare un Esodo, che ci guiderà all’autentica intesa e misura; al motivo per cui siamo al mondo.
Cristo rovescia sorti e destino del regno dell’uomo, e le sue rivendicazioni.
Ogni accostamento esteriore a figure pur eminenti della galleria dei grandi della storia rimane statico, parziale, troppo prevedibile.
Non di rado deviante, per le inevitabili limitazioni cerebrali che procura, ingabbiando l'anima [e immobilizzando la vita].
Per Via, la crescita di conoscenza della sua vicenda, l’adesione alla sua profondità, l’Azione dello Spirito, non lasceranno perdurare nella nostra mente i pensieri fissi, gli attaccamenti, i luoghi comuni.
Interpretazioni, preconcetti o vetrine che poi impregnano tutta la vita e la attutiscono, privandola di ebbrezza.
Presenza del tutto personale, nuovo Fiuto, innata Sapienza di ‘natura’; non uno specifico particolarismo che non porge vita rigenerata - che fa l’occhiolino solo a se stessa.
Gesù: è Motore, Via e Motivo del Cammino nello Spirito che ci sta conducendo.
La sua Persona in noi trova un “punto” dentro da cui effonde il coraggio di essere se stessi, e di non cercare più l’approvazione esterna.
Ciò libera l'anima dalle attese comuni, o prodigiose; dai rimpianti del conformismo. Per far avanzare da stati e credenze primordiali a nuovi Sogni dell’essere che corrisponde e tintinna, che affiora e vuole esprimersi - umanizzando.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Secondo te, quali interpretazioni e preconcetti attutiscono l’esercizio dell’intuizione personale nella propria crescita, e l’Evangelizzazione?
Quando ti sei accorto che nell’enigma sulla Persona del Cristo c’è già un taglio con l’ovvio di aspettative, e uno spunto - l’energia della soluzione, anche per la rinascita dall’emergenza globale?
Mentre lo seguiamo
Per conoscere veramente Gesù bisogna parlare con lui, dialogare con lui mentre lo seguiamo sulla sua strada. Papa Francesco ha incentrato proprio sulla conoscenza di Gesù l’omelia della messa celebrata il 26 settembre 2013, nella cappella di Santa Marta.
Il Pontefice ha preso spunto dal brano del Vangelo di Luca (9, 7-9) nel quale Erode si interroga su chi sia quel Gesù di cui sente tanto parlare. La persona di Gesù, ha ricordato il Pontefice, ha suscitato spesso domande del tipo: «Chi è costui? Da dove viene? Pensiamo a Nazareth, per esempio, nella sinagoga di Nazareth, quando se n’è andato per la prima volta: ma dove ha imparato queste cose? Noi lo conosciamo bene: è il figlio del falegname. Pensiamo a Pietro e agli apostoli dopo quella tempesta, quel vento che Gesù ha fatto tacere. Ma chi è costui al quale obbediscono il cielo e la terra, il vento, la pioggia, la tempesta? Ma chi è?».
Domande, ha spiegato il Papa, che si possono fare per curiosità o per avere sicurezze sul modo di comportarsi davanti a lui. Resta comunque il fatto che chiunque conosca Gesù si fa queste domande. Anzi, «alcuni — ha proseguito il Papa tornando all’episodio evangelico — incominciamo a sentire paura di quest’uomo, perché li può portare a un conflitto politico con i romani»; e dunque pensano di non tenere maggiormente in considerazione «quest’uomo che crea tanti problemi».
E perché, si è chiesto il Pontefice, Gesù crea problemi? «Non si può conoscere Gesù — è stata la sua risposta — senza avere problemi». Paradossalmente, ha aggiunto, «se tu vuoi avere un problema, vai per la strada che ti porta a conoscere Gesù» e allora di problemi ne sorgeranno tanti. In ogni caso, Gesù non si può conoscere «in prima classe» o «nella tranquillità», tantomeno «in biblioteca». Gesù lo si conosce solo nel cammino quotidiano della vita.
E lo si può conoscere, ha affermato il Santo Padre, «anche nel catechismo. È vero! Il catechismo — ha precisato — ci insegna tante cose su Gesù e dobbiamo studiarlo, dobbiamo impararlo. Così impariamo che il Figlio di Dio è venuto per salvarci e capiamo dalla bellezza della storia della salvezza l’amore del Padre». Resta comunque il fatto che anche la conoscenza di Gesù attraverso il catechismo «non è sufficiente»: conoscerlo con la mente è già un passo in avanti, ma «Gesù è necessario conoscerlo nel dialogo con lui. Parlando con lui, nella preghiera, in ginocchio. Se tu non preghi, se tu non parli con Gesù — ha detto — non lo conosci».
C’è infine una terza strada per conoscere Gesù: «È la sequela, andare con lui, camminare con lui, percorrere le sue strade». E mentre si cammina con lui, si conosce «Gesù con il linguaggio dell’azione. Se tu conosci Gesù con questi tre linguaggi: della mente, del cuore, dell’azione, allora puoi dire di conoscere Gesù». Fare questo tipo di conoscenza comporta il coinvolgimento personale. «Non si può conoscere Gesù — ha ribadito il Pontefice — senza coinvolgersi con lui, senza scommettere la vita per lui». Dunque per conoscerlo davvero è necessario leggere «quello che la Chiesa ti dice di lui, parlare con lui nella preghiera e camminare nella sua strada con lui». Questa è la strada e «ognuno — ha concluso — deve fare la sua scelta».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 27/09/2013]
We too, to reach a more conscious confession of Jesus Christ must follow, like Peter, a path made of attentive, caring listening (Pope John Paul II)
Anche noi per giungere a una più consapevole confessione di Gesù Cristo dobbiamo percorrere, come Pietro, un cammino fatto di ascolto attento, premuroso (Papa Giovanni Paolo II)
It is a word that must be witnessed to and proclaimed explicitly, because without a consistent witness it proves to be less comprehensible and credible [Pope Benedict]
E’ una Parola che deve essere testimoniata e proclamata esplicitamente, perché senza una testimonianza coerente essa risulta meno comprensibile e credibile [Papa Benedetto]
The “reading and meditation of the word of God root us more deeply in Christ and guide our ministry as servants of reconciliation, justice and peace” (second Synod for Africa, Propositio 46)
La lettura e la meditazione della Parola di Dio ci radicano più profondamente in Cristo e orientano il nostro ministero di servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace (Secondo Sinodo per l’Africa, Propositio 46)
The Gospel of Matthew written in Hebrew or Aramaic is no longer extant, but in the Greek Gospel that we possess we still continue to hear, in a certain way, the persuasive voice of the publican Matthew, who, having become an Apostle, continues to proclaim God's saving mercy to us. And let us listen to St Matthew's message, meditating upon it ever anew also to learn to stand up and follow Jesus with determination (Pope Benedict)
Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione (Papa Benedetto)
That denarius clearly represents eternal life, a gift that God reserves for all. Indeed those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" [Pope Benedict]
Quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" [Papa Benedetto]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
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